I primi episodi di Strappare lungo i bordi, la serie Netflix di Zerocalcare, sono stati presentati alla Festa di Roma: ecco cosa aspettarsi

RECENSIONE NO SPOILER

Nella giornata di ieri, la Festa del Cinema di Roma non si è svegliata con un film. Per la prima volta dall’inizio della kermesse, è stato il turno di una serie, fra l’altro brevissima: due episodi soltanto – sui sei totali che troveremo su Netflix il 17 novembre – per la durata di neanche venti minuti ciascuno.

Fa sempre uno strano effetto vedere serie televisive su grande schermo, ma quel doppio appuntamento ha riempito la sala di sincere risate, più di tutte quelle che abbiamo sentite, sommate, nei precedenti giorni di rassegna. Il merito è di Michele Rech, in arte Zerocalcare, di mestiere fumettista, che col colosso dello streaming ha partorito il suo primo grande prodotto d’intrattenimento audovisivo: Strappare lungo i bordi.

Un salto di qualità

Dopo il grande successo dei video animati in tempo di pandemia, che nei lunghi periodi di lockdown erano diventati un appuntamento fisso per disinnescare tutti gli stress e le stranianti abitudini imposte dal Covid-19, ridendoci sopra, Zerocalcare è ripartito da quell’idea, migliorandola oltremisura ma con le stesse premesse ideologiche e lo stesso bagaglio di umorismo.

L’inconfondibile voce di Zerocalcare, sbiascicata e dalla pessima dizione, ci riporta a quei monologhi ininterrotti che, saltando di palo in frasca in un flusso di coscienza a perdifiato, ragionano con leggerezza sulla fatica del vivere e su tutti i massimi sistemi. Come sempre, Rech presta la sua voce, storpiata ogni volta in modo diverso, a tutte le comparse dei suoi pensieri, fatta eccezione per l’Armadillo, che torna in Strappare lungo i bordi con le sue familiari profezie e la voce inaspettata di Valerio Mastandrea.

Sullo sfondo della periferia (non così) degradata, più da centro sociale e punkabbestie, un fiume di riferimenti si alternano ogni dieci secondi, rubati ora alla pop culture – su tutti, il peggior cesso di Scozia di Trainspotting? – ora a quelle lezioni immortali che, una volta apprese al liceo, rimangono fissate nella memoria di tutti, anche di chi si è fermato al diploma di scuola media, diventando esse stesse cultura pop. Luoghi comuni come Kalinka associata alla polka e l’harakiri a Mishima si offrono come metafore del viver quotidiano. E fanno morire dal ridere in tutta la loro dissacrazione.

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A little bit more, te prego

Dal punto di vista tecnico ovviamente, Zerocalcare fa un notevole passo di qualità rispetto a Rebibbia Quarantine, mostrando cosa succede quando si mette in mano a uno come lui, a uno con un’idea, i fondi e il tempo per creare qualcosa di ben più curato: illustrazioni interamente a colori, con molte sfumature in più e animazioni di gran lunga più fluide. Oltre che al maggior numero di fotogrammi – quindi, illustrazioni – questo è reso possibile da una valanga di soluzioni di continuità che rendono il montaggio pressoché invisibile, assolutamente fluido nel passare da una striscia a un’altra come in un flusso continuo e senza strappi.

E tuttavia Strappare lungo i bordi, forse inaspettatamente forse no, si prende una buona dose di spazio, nella grande marmaglia di sfottò, per piapperculo – diciamola alla Zero – anche chi gli ha appena dato un impiego: Netflix, con quel suo “catalogo demmerda“. Anche la risata insomma, in sala, è ininterrotta. Alla fine della proiezione ci si ritrova con le lacrime agli occhi. Ma non di quelle che mozzano il respiro per un singolo, esilarante sketch: Zerocalcare se le guadagna, con costanza, sommando battuta a battuta per tutti e quaranta i minuti. Una volta finiti, ci asciughiamo gli occhi per correre alla proiezione successiva. Peccato: avremmo voluto disertarla, per restare a ridere ancora un po’, solo un po’. Forse, dal 17 novembre, il catalogo Netflix sarà un po’ meno demmerda.

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Questa e molte altre recensioni su tutti i prossimi film della Festa del Cinema di Roma sempre su CiakClub.it

Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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