Per il regista londinese, il Cyrano con Peter Dinklage segna il ritorno ai suoi cari adattamenti in costume, ma con una marcia in più

RECENSIONE NO SPOILER

A rapire completamente l’attenzione della Festa del Cinema di Roma, nella giornata di ieri sono stati a mani basse Joe Wright e la sua versione del Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand. In mattinata c’è stata la proiezione del film, mentre nel pomeriggio il regista londinese in persona ha tenuto un incontro ravvicinato con pubblico e stampa. In questa personale interpretazione, “moderna pur nella sua autenticità” – per usare le parole del regista – Wright si è rifatto allo spettacolo di Broadway diretto da Erica Schmidt con protagonista Peter Dinklage.

Con il suo ultimo film, il regista di Orgoglio e pregiudizioAnna Karenina è tornato a casa, ai suoi cari adattamenti in costume di storici “mattoni” ottocenteschi, dopo la parentesi storica de L’ultima ora. A bordo ha voluto fortemente e quindi riconfermato Dinklage nel ruolo di protagonista, riscrivendo così l’aspetto di Cyrano e calandolo in un genere cinematografico inedito, quello del musical. Ma se appartenete a quella fetta di pubblico italiano che – fa notare il regista durante l’incontro – “ha qualche problema con il musical“, potete stare tranquilli: “E’ solo un film con delle canzoni“, parola di Joe Wright.

I duellanti

Roxanne e Cyrano

Roxanne e Cyrano

Che il Cyrano di Joe Wright risenta – in senso buono – di una deformazione da proscenio teatrale, si avverte fin dalle primissime scene. A introdurci al film troviamo il personaggio di Roxanne (Haley Bennett), amata contesa da più parti nella pièce di Rostand e qui più simile, fra merletti e intonaci pastello, a una Marie Antoinette di Sofia Coppola, tutta presa in botta e risposta con la governante in chiaro stile Broadway. Passano pochi minuti e un uomo incalza un ragazzo, inverando le sensazioni dello spettatore: “Lo senti? Questo è vero teatro“.

Il palcoscenico è solcato da continui duelli e di ogni tipologia, combattuti in punta di penna o di fioretto – dove, si sa, la prima è sempre più affilata. Come nella rosa di sequenze scelte per introdurre le proiezioni di quest’anno, rubate ai duelli più famosi della storia del cinema – da quelli sanguinari di Kill Bill a quelli verbali di Cinque pezzi facili – altrettanto Cyrano mescola in un connubio perfetto le sue abilità da paroliere e quello di spadaccino, incalzato da musiche prorompenti, schivando una caratterizzazione che era facilissimo potesse annoiare in tempi moderni e rassomigliando piuttosto a un Eminem dei tempi andati, coi suoi dissing in rima e la sfacciataggine da arrogante.

In questo senso, i numerosi duelli che costellano il film e che coinvolgono, a tratti, anche il carteggio à troix fra Cyrano, Roxanne e Christian – con quell’avvicendarsi di drappi, corpetti e lettere sparse, bellissima scena – costituiscono l’elemento di maggior trasporto di tutto il film. Una miscellanea perfetta di regia ben coordinata fra coreografie, movimenti di macchina, testi e soprattutto melodie strumentali, che in fase di montaggio sonoro rubano la scena molto più delle parti cantate.

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Di necessità virtù

Peter Dinklage è Cyrano

Peter Dinklage è Cyrano

Il pezzo da novanta del film però, è ovviamente Peter Dinklage. Un attore che, pur offrendo una versione rivisitata di Cyrano – affetta da nanismo, contro il precedente nasone di Jerard Depardieu – si dimostra perfetto per il ruolo. Attore già bravissimo di per sé, Dinklage è stato capace per gran parte dei suoi personaggi – dal Tyrion Lannister de Il trono di spade al Del di I Think We’re Alone Now – di trasformare l’apparente “difetto” fisico, impossibile da nascondere, in un punto di forza, rendendolo parte integrante delle sceneggiature.

Come in Cyrano, i suoi protagonisti vengono visti come “mostruosi” eppure carichi di una profondità e uno spessore ben oltre superiori alla media. Nessuno meglio di lui avrebbe potuto interpretare il ruolo del piccolo uomo esteriore con un grande spirito interiore. Il risultato, trasposto sul discorso attoriale, è qualcosa di simile al sentimento del sublime di epoca romantica. Teorizzato da Edmund Burke, ripreso da Immanuel Kant, il sublime rappresenta quella sensazione di piacere che un uomo, pur terrorizzato dalla sua piccolezza comparata alle grandiosità della natura, prova nel momento in cui si accorge però della sua superiotità d’intelletto. In questo senso sì, Peter Dinklage è decisamente sublime.

Pecca un po’, come qualunque attore professionista prestato a intepretazioni canore, quando si arriva alle scene cantate. Ma è cosa tipica del musical, che a prendersi la scena in questi casi siano i nomi con una preparazione bilanciata fra attore e vocalist, come Kevin Harrison Jr., che forse avremmo voluto sentir cantare di più. Fa la sua parte anche Ben Mendesohn (Rogue One), eterno villain che qui riconferma di saper costruire un cattivo come De Guiche – corona difficile da portare – viscido e gretto al punto giusto.

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Eros e Thanatos

Tuttavia, oltre a intrattenere coi continui duelli, Cyrano punta soprattutto a commuovere, destreggiandosi perfettamente fra eros e thanatos. Su questo palscoscenico polimorfo in cui è stato trasformato Noto – paesino della Sicilia che Joe Wright ha scoperto, ammette, perché “faceva i migliori cannoli dell’isola” – le musiche e l’illuminazione decisamente teatrale ora inquietano ora commuovono come musical non riusciva a fare (davvero) da molto tempo.

L’ambientazione parigina di metà ‘600 perde d’interesse, perché Noto si trasforma in un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, scelto da Wright – spiega – proprio per lo stile irriconoscibile e impossibile. Distrutto da un terremoto nel 1693 – racconta il regista – sarebbe stato ricostruito ex novo in uno stile completamente barocco, evento più unico che raro.

In conclusione, come qualunque musical dovrebbe fare, Cyrano si concede un tempo congruo da dedicare anche ai personaggi sullo sfondo, mere comparse, e alle loro storie. Come quel trio di anonimi soldati di reggimento, consci di andare incontro a morte annunciata, che spediscono un ultima lettera ai cari che lasceranno, madri, padri, mogli. E le lacrime scorrono a fiumi e rigano le guance degli spettatori in sala. Tanto che quando le luci in sala si riaccendono, dieci o quindici minuti dopo, quelle guance sono ancora bagnate.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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