Esordio alla regia per Rebecca Hall, Passing ha un arco progressivo inaspettato: l'inizio infastidisce, il finale lascia spiazzati

RECENSIONE NO SPOILER

Possiamo dirlo con un certo grado di convinzione: al netto della giornata di ieri, il podio quotidiano della Festa del Cinema di Roma se l’è aggiudicato Passing, esordio alla regia – targato Netflix – per l’attrice Rebecca Hall (Vicky Cristina Barcelona). Un film in bianco e nero dalle tecniche volutamente demodé, volto a richiamare gli ultimi Anni ’20 in cui è ambientato. Arriverà su piattaforma il 10 novembre, segnatevi la data. Protagoniste del film sono due donne afroamericane che tentano di farsi strada nella New York dell’epoca macchiata dalle discriminazioni razziali. Ma dietro la tematica sociale e identitaria si nasconde una pellicola appartenente a un genere cinematografico completamente inaspettato.

Atto primo: la tecnica

Le protagoniste di Passing

Le protagoniste di Passing

Se siete fra coloro che – anche giustamente – mal sopportano l’abitudine recente di scimmiottare estetiche cinematografiche passate, sperando così di ricongiungere tecnica filmica e ambientazioni, sappiate questo: Passing esordisce malissimo. Come filtro della pellicola viene scelto un bianco e nero fatto di contrasti netti, a tratti accecanti, volto a mettere in chiaro fin da subito la tematica affrontata dal film: il contrasto razziale.

Ma il B/W, non una novità in un film del genere, è il meno. A scatenare gran parte dell’iniziale – e solo momentaneo – disappunto, è la scelta di un rapporto decisamente stagionato, quasi quadrato (4:3). Si potrebbe pensare – ed è giusto pensarlo – a un hommage al cinema d’Anni ’20, ma il formato da cartolina si rende palese innanzitutto come una di quelle caratteristiche tanto biasimate a Netflix, vale a dire la creazione di film studiati appositamente per il piccolo schermo, incapaci di rendere altrettanto in sala e per questo, alle volte e come in questo caso, distribuiti poco o affatto.

Al passare dei minuti, col rapporto ci si fa anche pace, anche perché permette di incorniciare ritratti da fototessera che nessun 16:9 sarebbe in grado di ricreare: una serie di botta e risposta montati per primi piani frontali, che guardano direttamente in macchina quasi interfacciandosi con lo spettatore – più che con l’interlocutore – e pervadendolo quindi con una strana sensazione di disagio.

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Atto secondo: i temi

Tessa Thompson (Westworld) e Ruth Negga (Preacher) sono due afroamericane di etnia mista che, grazie a una pelle estremamente chiara e per sopravvivere ai loro tempi, condividono un’abitudine non così rara in quel periodo: farsi passare per bianche. Anche la scelta del bianco e nero dunque si dimostra necessaria ai fini di sceneggiatura, più che d’ambientazione: il technicolor non sarebbe riuscito a farle apparire così lattiginose. Il tramite cinematografico rende possibili premesse altrimenti impossibili, nella realtà dei fatti.

Si potrebbe obiettare che  in presenza di tematiche così delicate e scottanti (tutt’oggi), giocare di cholorist e formati non sia il modo migliore per affrontarle. Anche perché a meno di non fare un ulteriore salto d’invecchiamento – girare un film muto – la vocalità delle due protagoniste, pur bravissime nel mascherarla quando necessario, tradisce una provenienza di cui nessuno sembra volersi accorgere.

Ottime anche, oltre alle interpretazioni, la caratterizzazione di questa coppia agli antipodi che lavora, come nell’immagine, per contrasto. Il bianco e il nero, Clare e Irene, sono come due magneti di polo positivo e negativo che prima si attraggono, a tratti anche stuzzicandosi con un’intesa leggermente sessuale, e poi si respingono quando il campo di una delle due s’inverte.

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Atto terzo: il genere

Irene e il marito

Irene e il marito

Via via che il film procede, fra le due si instilla il dubbio di possibili tradimenti, relazioni adultere e del desiderio dell’una di sostituirsi all’altra, senza la costrizione di dover nascondere la propria identità al marito razzista (Alexander Skarsgård). Per farlo, Rebecca Hall adotta soluzioni di regia molto interessanti, come i giochi d’illusione allo specchio, che di riflesso fanno apparire le persone più vicine di quanto siano in realtà. Ma soprattutto porta i personaggi ad assumere un comportamento davvero particolare.

Avete presente quel trucco di Inception usato da Leonardo DiCaprio per spingere Cillian Murphy all’odio nei confronti di Tom Berenger? Portato a dubitare dello zio, in realtà innocente, il dormiente Robert Fischer ne ricrea una versione colpevole frutto della sua coscienza: la paranoia dello spettatore, fa reo l’attore. In un certo senso, lo stesso si assiste in Passing: i personaggi sembrano non avere più volontà propria, spinti ad agire senza logica secondo i pregiudizi che lo spettatore si forma su di loro, a fare ciò che ci si aspetta facciano.

Una moglie spinge il marito fra le braccia di chi lo porterà al tradimento, pur conscia della propria gelosia e delle conseguenze dell’atto. Per effetto, il marito inizia a comportarsi come se lo fosse davvero, colpevole, pur senza colpe. E’ l’opinione che lo spettatore si forma sui personaggi e su ciò che crede sia successo, a inverare poi quei comportamenti, non l’opposto.

Una sensazione davvero strana che trova la sua dimostrazione nel finale, di un film che alla resa dei conti ci si accorge essere un thriller psicologico. Il duello allora non potrà che finire nel peggiore dei modi, agghiacciante come la neve ed efferato come l’omicidio. Tre i possibili colpevoli, altrettanti gli indizi della loro malafede: due mani congiunte dietro la schiena, a toccarsi le dita, potrebbero essere il chiaro atteggiamento del bambino colpevole, inquadratura magistrale. Ma la dinamica della disgrazia è (volutamente) troppo rapida: lo spettatore non può dire, a una prima visione, di chi sia la responsabilità. Da che, anche nel film, i personaggi rimangono col dubbio. Si è trattato di omicidio o suicidio? E nel primo caso, chi è l’assassino? Il permanere di quel dubbio è forse il momento più alto, al contempo scioccante e frustrante, di Passing.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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