Alla Festa di Roma, i Manetti Bros. hanno fatto importanti rivelazioni sulla loro visione di regia e sul loro ultimo film

Ieri abbiamo partecipato all’incontro ravvicinato tenutosi presso la Festa del Cinema di Roma con i Manetti Bros., la coppia di registi-fratelli venuti alla ribalta con Song’e NapuleAmmore e malavita. E’ stato un vis-à-vis particolarmente ricco, tante le cose dette e le clip mostrate, non ultimo un’anteprima esclusiva del loro ultimo, attesissimo film, Diabolik, di cui è stata proiettata una lunga sequenza iniziale. Non è mancata anche qualche stoccata.

“Membri del comitato di liberazione dalla macchina da presa”

I Manetti Bros. hanno esordito spiegando il loro approccio alla regia. L’apparente difficoltà di lavorare in coppia, sostengono, è una chimera, almeno per loro. O meglio: posto che quello del regista è un mestiere in solitaria, resta un dato importante che “circa il 98% di quelli che lavorano in coppia siano fratelli” – illustra il più grande, Marco. Da cui si intuisce come il rapporto di parentela possa, nel loro come in molti altri casi, disinnescare la naturale competizione che ne potrebbe derivare.

I manetti al Festival di Roma

I manetti al Festival di Roma

Un metodo importante per renderlo possibile, spiegano, è stato dividersi i compiti, col risultato ulteriore di un maggiore controllo su tutta una fetta di produzione normalmente di giurisdizione altrui. Nelle fasi di pre e post produzione, comprensive di sceneggiatura, montaggio e molti altri aspetti, la collaborazione fra i due si fa più stretta e la “competizione” più sentita. Sul set invece, Marco gestisce normalmente la direzione attori, ma ciò che gli permette poi di lasciare loro grande libertà interpretativa e persino d’improvvisazione è il ruolo di Antonio. Il secondo infatti si sostituisce al primo operatore di macchina, avendo una voce in capitolo normalmente sconosciuta ai registi – contro quanto si pensi – in fatto di inquadrature e soprattutto movimenti di macchina.

“Noi non siamo per niente sboroni!”

Il loro approccio – definito a tratti metodico a tratti caotico – permette, per esempio, ciò che qualunque operatore si rifiuterebbe di fare: seguire un attore, preso dall’improvvisazione, in una zona del set per cui non sia stata approntata un’illuminazione adeguata. In altre parole, come spiegano i moderatori dell’incontro, se ai vecchi (e grandissimi) nomi della regia era pressoché vietato guardare in camera durante le riprese, approccio che rimane tutt’ora di molti, i Manetti Bros. hanno sviluppato un personalissimo e inedito sistema di lavoro in cui, fanno notare, i direttori della fotografia non hanno vita facile.

Sarà per questo che i due, poco oltre, sono spinti a chiamarsi fuori – con questa frase piuttosto inequivocabile – da una certa fetta di cinema troppo concentrata sull’esercizio stilistico e poco sulla riuscita attoriale, vero fulcro dei (loro) film. Poi, arriva il commento a bruciapelo: “I registi solo tecnica anche bravi eh, però alla lunga…“.

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Diabolik

La ciliegina sulla torta è stata, ovviamente, la clip inedita del loro ultimo film, Diabolik, tratto dall’omonimo fumetto delle Sorelle Giussani e “il primo su cui abbiamo davvero delle (grandi) aspettative” – hanno ammesso, sbottonandosi a malapena sul resto. Poco è stato detto, molto è stato mostrato, purtroppo per i soli occhi dei presenti in sala, che hanno assistito ai primi cinque minuti circa della pellicola, girati fra Milano, Trieste  e Bologna per ricreare la città fittizia di Clareville. Tuttavia, possiamo raccontarveli.

Anni ’60: una Jaguar nera sfreccia sotto i portici e per le vie deserte della città. Gli interni sono di pelle rossa e alla guida c’è Diabolik (Luca Marinelli), in fuga dalla polizia per aver appena rapinato una banca. Non viene mai inquadrato per intero, ripreso solo di volto (mascherato) e con lo specchietto retrovisore che gli proietta una rettangolo di luce sugli occhi. Fin da subito si capisce che i Manetti hanno fatto un notevole salto di qualità proprio in fatto di luci e qualità dell’immagine, cui non hanno mai badato poi tanto.

Lo stile è marcatamente quello della graphic novel, ma le musiche e l’inseguimento veicolare – ricco di stunt – ricorda quasi una spy story, come per l’Aston Martin di James Bond. A bordo della sua auto munita di trappole segrete, Diabolik non si fa scrupolo di avvelenare col gas ben quattro agenti nei primi due minuti di film: la ferocia dell’antieroe è messa in chiaro fin da subito.

Alle sue calcagna una Pallas con a bordo il grande antagonista, l’Ispettore Ginko (Valerio Mastandrea). Alla domanda di un collega su chi o cosa sia la minaccia sconosciuta, Mastandrea concluderà: “E’ Diabolik“. Ancora nessun segno di Eva (Miriam Leone): dovremo aspettare il 16 dicembre per vederla su grande schermo.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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