Dal figlio del regista originale, Ghostbusters Legacy si propone come uno spartiacque fra generazioni: non lo è, anche se dividerà senz'altro

RECENSIONE (ASSOLUTAMENTE) NO SPOILER

Dopo l’inaugurazione di ieri mattina della Festa del Cinema di Roma con The Eyes of Tammy Faye, in serata è stato il turno di Alice nella città, sezione parallela della rassegna romana dedicata ai più giovani – anche se da qualche tempo conta quasi una selezione migliore – che quest’anno ha scelto come suo film d’apertura Ghostbusters: Legacy, ottenendo così la première europea.

Il sequel canonico e terzo capitolo ufficiale del noto franchise, dal titolo originale Ghostbusters: Afterlife, conta sulla regia di Jason Reitman, già autore degli indipendenti Juno (2007) e Tully (2018) e figlio – dettaglio fondamentale – di Ivan Reitman, il regista originale del cult del 1984 e del seguito meno apprezzato del 1989.

Come spiegano Gil Kenan – co-sceneggiatore presente in sala – e lo stesso Reitman – che, collegato in differita, prega di evitare spoiler – l’intento principale se non l’unico della pellicola era quello di creare una nuova generazione di Acchiappafantasmi, come su schermo così nel pubblico. Una sorta di passaggio di testimone che unisse vecchie e nuove generazioni, giocando molto sulla nostalgia in un film che somiglia più a un remake, che a un sequel.

Quarant’anni dopo

Il cast di Ghostbusters: Legacy

Il cast di Ghostbusters: Legacy

Ghostbusters: Legacy attacca benissimo: un acchiappafantasmi non meglio identificato, probabilmente uno dei quattro, fugge in mezzo ai campi di grano da un’entità estremamente sinistra. Sullo sfondo, un raggio protonico si proietta nel cielo dalle viscere di una montagna. In questo senso, almeno dal punto di vista tecnico l’incipit ha sicuramente tutte le carte in regola per proiettare lo spettatore in uno spettacolo visivo inedito, rispetto al vecchio franchise:  un grande passo negli effetti speciali; inquadrature e movimenti di macchina; un montaggio da cardiopalma; fotografia e illuminotecnica. Tutto quanto concorre a rendere i primi cinque minuti di film, a tratti, i più riusciti, gettando le premesse di quelli che saranno i (pochi) punti di forza.

In linea con gli spooky movies Anni ’80, Ghostbusters: Legacy si gioca gran parte delle scene migliori scommettendo su due o tre set iconici. In particolare: il diner Spinners, centro della movida di Summerville, Oklahoma, con le sue tettoie al neon rossi; la casa stregata dell’ignoto acchiappafantasmi, più che altro una fattoria fatiscente. Verrà ereditata dalla sua famiglia – la figlia e i due nipoti – che trasferendosi a inizio film darà il là alla catena di eventi.

Ogni cosa, scopriranno, sembra rimasta congelata subito dopo gli eventi dei primi film: la tuta di Egon Spengler – l’unico di cui è venuto a mancare l’attore nel 2014, Harold Ramis – reca ancora nella tasca sinistra quella famosa tavoletta di cioccolata donatagli da Bill Murray nel primo film. La sensazione, in pratica, è che l’intero franchise sia stato messo in naftalina per quarant’anni, rinchiuso in una trappola per acchiappafantasmi, per poi ripartire dall’esatto frame con cui era stato messo in pausa, come se nulla fosse. Di buono, anche se appena percettibile, c’è che ritrova un po’ di quell’umorismo dark a sfondo sessuale che il secondo, fallimentare capitolo del 1989 aveva perso, arreso definitivamente al perbenismo per famiglie, accusava la critica dell’epoca.

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Tutte quante citazioni

Ghostbusters meet Stranger Things

Ghostbusters incontra Stranger Things

Viste le premesse, che questo nuovo capitolo citasse a mani basse dai precedenti era più che prevedibile. Fin dalle prime, ogni dettaglio di scena – anche quelli taciuti dal copione – viene piazzato a uso e consumo dello spettatore, in bella vista, irradiato di luce riflessa. Una colonna di libri qua, di quelle che “nessun umano potrebbe impilare così simmetriche“; un battuta di caccia là, sempre con gli stessi fantasmi e villain, con il genio di turno che esclama, senza troppa convinzione: “Ho un piano!“.

Alle volte però vien da pensare più a Stranger Things, che all’originale Ghostbusters: sicuramente per la presenza di Finn Woflhard e per il cosplay della prima stagione, la quale però invertirebbe le coordinate. Se non fosse che l’intenzione sembra la stessa che la fortunata serie Netflix, per parte sua, ha portato avanti con successo: gettare in un unico calderone tutte le references di quel periodo. E’ pur vero che, dopo Stranger Things, tutti i revival Anni ’80 hanno quel sapore lì. Come è vero che se si troveranno somiglianze anche con It – di nuovo, Finn Wolfhard – sarà perché dopo Stephen King e Stand by Me, tutti i racconti di formazione a tema sinistro o sovrannaturale hanno quell’aspetto lì.

Innumerevoli poi, per chi si dia il daffare di notarli, i riferimenti più o meno voluti a molti altri cult. Le strette sul meccanismo di un jukebox con sottofondo Baby It’s You fanno sorgere un dubbio: che l’aura spooky b-movie di Ghostbusters Legacy lo facciano sentire anche un po’ grindhouse, autorizzandolo quindi a citare il Tarantino di A prova di morte? Oltre al fatto che si riesca a nominare Blue Velvet persino nel mezzo degli scaffali junk food di un supermercato dove, fra l’altro, gli omini marshmallow ricordano più che altro una scena di Una notte al museo. La lista è ancora lunga, citarla per intero suonerebbe ridicolo.

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Tale padre…

La sensazione insomma, è che questo passaggio generazionale a lungo desiderato abbia già fallito. L’impressione è di trovarsi in presenza di un padre che – assicura Reitman Jr., non afferrandone le conseguenze negative – ha supervisionato, ingombrante, ogni giorno di set; che non ammette guizzi di innovazione dai figli, da questi spettatori bambini del domani; che strapperà grasse risate a tutti i cultori, più o meno senili, dei vecchi film, ma lascerà disorientati i più piccoli con una pellicola che, come standalone e senza memoria dei precedenti, perde qualunque significato.

La decisione di creare un prodotto completamente fanservice, esecrabile o meno, è chiara e sicuramente riuscita. Ma la copia, pur omaggiando alla perfezione l’originale, rimane sempre una copia. E allora perché vederla? Forse giusto per il finale, dove gli effetti speciali ingranano decisamente una marcia in più e una serie di improvvisi camei – che arrivano con tempismo perfetto, strappando una standing ovation in sala – vale da sola il prezzo del biglietto. Ma tranquilli: niente di troppo ingombrante, niente di simile ad Han Solo ne Il risveglio della forza. E’ solo un gigantesco omaggio a chi c’era, a chi c’è ancora e soprattutto a chi, purtroppo, non ci può essere più.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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