In occasione del compleanno di Alessandro Borghi, abbiamo visto Mondocane, una distopia ben custruita e che mancava al cinema italiano

Nella giornata di oggi, Alessandro Borghi compie i suoi 35 anni tondi tondi. E quale modo migliore per festeggiarlo se non dando uno sguardo ai nuovi, pittoreschi panni vestiti dall’attore nel suo ultimo film: Mondocane, pellicola prodotta dalla Groenlandia – stimabile casa di produzione fondata da Matteo Rovere e Sydney Sibilia – per la regia di Alessandro Celli alla sua opera prima per il grande schermo. Film di genere dalle tinte anglosassoni che si situa in quel cinema sulle periferie, filone in piena fioritura, appoggiatosi più e più volte al volto sempreverde di Alessandro Borghi, ormai un’assicurazione.

Una distopia imperfetta, perfettamente costruita

Christian e Pietro

Christian e Pietro

Protagonisti della storia sono due giovanissimi debuttanti, Christian e Pietro, inseparabili scugnizzi – in pugliese si direbbe panarid’u – che abitano, da orfani, una Taranto irriconoscibilmente devastata e al contempo paurosamente familiare. In un futuro prossimo attanagliato dalle conseguenze della crisi ambientale, la città è stata evacuata dalla popolazione per i crescenti casi di pazienti oncologici connessi ai fumi venefici delle acciaierie, l’ILVA su tutte, mai chiusa e anzi moltiplicatasi in uno skyline inquietante e post-apocalittico: “L’acciaio non l’hanno toccato, le persone invece sì“.

La zona di quarantena, circondata da un’alta recinzione che va ad annegarsi in alto mare, per evitare l’attraversamento a nuoto, si è popolata di randagi, soprattutto bambini: quegli scarti della società senza famiglia né futuro, lasciati indietro da uno Stato quasi al collasso – di Roma, si dice, non è più capitale: forse non esiste neanche, una capitale – e che hanno trovato in questo regno senza legge la propria casa. La polizia non ci mette piede se non a bordo di mezzi blindati, il Corpo dei Pompieri è stato riformato in sadiche Squadre di Castrazione col compito, s’intuisce dal nome, di limitare la riproduzione all’interno della zona, come accalappiacani in una colonia di randagi.

A governare rimangono solo le gang in costante rivalità e su tutte spiccano le Formiche, una colonia di bambini addestrati alla violenza e assuefatti da sostanze cheap, assunte non già sniffando colla o benzina, come nei paesi terzomondisti, ma leccando il dorso di rane psichedeliche. Nel frattempo, i flussi dell’immigrazione si sono invertiti: il Vecchio Continente, in completa decadenza, dev’esser stato surclassato dai nuovi territori in via di sviluppo, l’Africa su tutti. Chi non cerca di fuggire in quella direzione, imbarcandosi clandestinamente sui cargo del porto tarantino, prova a farsi arruolare dalle Formiche.

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I cattivi maestri

Alessandro Borghi è Testacalda

Alessandro Borghi è Testacalda

A capo delle Formiche troviamo un orfano nato prima dell’evacuazione e ormai diventato adulto: Testacalda (Borghi). E’ con lui che Pietro e Christian dovranno fare i conti per vedere realizzati i propri sogni di riscatto. Il primo viene ribattezzato Mondocane – da cui il titolo del film, ambiguo gioco di parole – per aver dato fuoco, su ordine delle Formiche, a un omonimo negozio d’animali, in realtà nascondiglio di un laboratorio di droghe rivale. Il secondo, soprannominato Pisciasotto per i suoi problemi di epilessia, verrà accettato come +1 solo dopo una lunga lotta dell’amico per farlo integrare: “O tutti e due o nessuno“. Ma si dimostrerà molto più incattivito, perché desideroso di arrivare, di Mondocane, portando a una insanabile rottura fra i due inseparabili.

Il duetto dei talentuosi attori bambini, Giuliano Soprano e Dennis Protopapa, ben calati nella parte e in realtà già maturi, si trasforma in terzetto grazie alla partecipazione di Ludovica Nasti – attrice rivelazione già ne L’amica geniale, serie RAI – nella parte di un’orfana sfruttata nelle acciaierie. Quello di Testacalda invece, interpretato da Alessandro Borghi, è un personaggio carismatico e al contempo estremamente ambiguo, diviso fra momenti di dolcissimo accudimento nei confronti dei suoi allievi e di terribile ferocia quando lo tradiscono. Il film su questo non si risparmia, mostrando teste di bambini prima chiuse in una morsa e poi rovinate al suolo.

Borghi, il solito brutto e cattivo in una storia di periferia, potrebbe attirarsi la critica di chi, pur considerandolo un grande attore, lo vede sempre uguale a sé stesso, incapace – fuor di Diavoli – di interpretare altri ruoli. Ma proprio l’ennesima riproposizione dovrebbe spingerci ad applicare una categoria, dimenticata in Italia e molto in voga in America, di cui si fregiano diversi attori – bravissimi e prolifici – chiamati costantemente a interpretare, loro e soltanto loro, sempre lo stesso ruolo ogniqualvolta serva in un cast, dal mafioso italoamericano al poliziotto portoricano: quella del caratterista. Robert De Niro, uno dei più grandi attori viventi – secondo alcuni il più grande di tutti – è un caratterista. Alessandro Borghi, è proprio il caso di dirlo, è un caratterista.

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Tu vuò fa’ l’Americano

Il covo delle Formiche

Il covo delle Formiche

In Mondocane però, Alessandro Borghi porta dalla sua nuove, inedite sfumature rispetto ai suoi personaggi di Suburra e Non essere cattivo. Da un lato il suo look, dal taglio alla moicana ai mustache alla Frankie Garage, è ancora più orripilante. Ma dall’altro la parlata, non più sbiascicata e anzi dalla buona dizione, rivela un’istruzione sconosciuta al resto delle Formiche. Se si parla d’influssi americani insomma, il suo è in un certo senso (non sminuente) un cattivo da fumetto. Così come il resto del film nasconde tutta una serie d’influenze d’oltreoceano – il genere post-apocalittico su tutti, su cui investirà anche il prossimo Gabriele Mainetti con Freaks Out – di cui in Italia si parla poco e quasi sempre connettendolo al tema della periferia.

A dare il là Lo chiamavano Jeeg Robot, cinecomic di ieri su Tor Bella; oggi Mondocane costruisce un covo delle Formiche che somiglia tanto a quello edificato da Bane nel sottosuolo di Gotham ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan, su ispirazione della prigione a pozzo in cui era stato gettato. Mentre il personaggio di Borghi, bipolare ed efferato, così circondato dal suo esercito di bambini ma senza, per fortuna, l’elemento di pederastia, somiglia a quello del mercenario di Idris Elba in Beasts of No Nation. In una recente intervista con Ilaria Dellisanti, dottoranda del DAMS presso l’Università “La Sapienza” con una ricerca intitolata Il cinema di Stato ai margini. Modalità di rappresentazione e costrutti simbolici nel cinema italiano contemporaneo che si occupa fra l’altro di analizzare le recenti evoluzioni del cinema di periferia, è venuto fuori come tutta una serie di elementi ricorrenti – su tutti, il tema delle marginalità raccontato attraverso gli occhi dell’infanzia, come in Ladri di biciclette di De Sica così in Favolacce dei D’Innocenzo – possano far pensare a un riutilizzo di canoni neorealisti in chiave fantastica.

Certo, si potrebbe obiettare, in linea con le regole di questo genere letterario-cinematografico, che quella di Mondocane non sia una vera e propria distopia, poiché si limita a estremizzare scenari già attualissimi: l’inquinamento delle acciaierie, lo sfruttamento del lavoro minorile, la disparità fra quartieri con i loro stabili e ospedali abbandonati, mostri scheletrici di metropoli asmatiche. A differenza della distopia propriamente detta, rigorosa, che ribaltando le coordinate del nostro mondo per crearne uno ex novo, diversissimo e davvero futuristico, vi si appoggia per mettere in luce le brutture del presente.

Forse Mondocane non è una distopia così rigorosa, eppure s’impegna sinceramente per esserlo, disseminata di battute a bruciapelo che, fin dall’inizio, ci fanno capire in quale mondo non ci troviamo. Uno in cui, alla vista di un crocifisso, nessuno sa bene cosa sia. Forse Mondocane non è una distopia: forse è un’utopia. Fosse anche solo il fatto, che a bordo delle proprie moto, le Formiche indossano tutte il casco.

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Carlo Giuliano

Carlo Giuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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