Nel settantesimo compleanno (mancato) di Robin Williams, il figlio è tornato a parlare della depressione che lo portò al suicidio

Con ieri, sono settant’anni dalla nascita di Robin Williams. Fra un meno di un mese, saranno sette anni dalla sua morte, avvenuta per suicidio l’11 Agosto 2014. La scomparsa di un attore di quella caratura e comicità lasciò un vuoto enorme, scatenando il cordoglio da più parti, nel mondo dello spettacolo e non solo. Persino l’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama intervenne con un comunicato, ripercorrendone i numerosi ruoli: “Robin Williams è stato un aviatore, un dottore, un genio, una tata, un presidente, un professore, Peter Pan e tutto il resto. Ma era unico nel suo genere. È arrivato nelle nostre vite come un alieno, ma ha finito per toccare ogni elemento dello spirito umano. Ci ha fatto ridere. Ci ha fatto piangere“. Soprattutto in quel triste giorno, arrivato come un fulmine a ciel sereno. Inizialmente i media, sopraffatti da una notizia del tutto inaspettata, attribuirono le cause dell’atto a una violenta depressione che aveva portato l’attore a un massiccio uso di medicinali e sostanze stupefacenti. Ma la realtà, come si scoprì in seguito, era ben diversa.

Robin Williams in Insomnia, altra causa di vuoti di memoria

Robin Williams in Insomnia

La famiglia dichiarò che l’attore aveva scoperto da poco di essere affetto dalla malattia degenerativa del Morbo di Parkinson, ma successivamente l’autopsia dimostrò l’errore nella diagnosi fornita dai medici e, dunque, nella profilassi di cura – nonostante per il Parkinson non se ne conosca ancora una definitiva. L’attore era in realtà affetto dalla Demenza da Corpi di Lewy, una più rara (ma altrettanto devastante) patologia che condivide con il Parkison il sintomo del tremore – da cui l’errore nella diagnosi – ma che poteva dar ragione degli indizi di demenza di Williams, causa per l’attore di grande frustrazione. Il figlio Zak, in occasione della sua morte, è tornato a parlare della condizione del padre, aggravata a suo dire dai medicinali non adatti prescritti dai medici: “Quello che vedevo era frustrazione. Ha attraversato qualcosa che non combaciava perfettamente con l’esperienza di molti malati di Parkinson e penso che per lui sia stato durissimo. Era frustrato da problemi di concentrazione, c’era tutta una serie di questioni che aveva a che fare col come si sentiva anche da una prospettiva neurologica. Non si sentiva a suo agio. Quelle medicine che prendeva non erano una passeggiata. Erano molto pesanti da sostenere, mentalmente e fisicamente“.

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carlogiuliano

carlogiuliano

Classe ’99, studente di Filosofia presso l’Università ‘La Sapienza’. Da sempre appassionato di pop culture, di letteratura fantascientifica e distopica, di quanto la buona vecchia America ci ha regalato in fatto di musica fra gli Anni ’50 e ’70 e soprattutto di cinema in ogni sua forma, senza barriere né confini, con specifica attenzione al panorama anglosassone.

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