La nostra recensione di A Hero, il nuovo film del regista di Una separazione presentato in concorso a Cannes per la Palma d'oro.

È convincente il ritorno di Asghar Farhadi. Il regista iraniano ha presentato in concorso al Festival di Cannes il suo A Hero, film stratificato ma limpido che pone il suo protagonista costantemente di fronte a piccoli grandi dubbi morali. E si è preso anche una lunghissima standig ovation dal teatro francese dopo la proiezione. Meritata.

Rahim, il presunto eroe casuale del titolo, è in carcere perché non ha potuto ripagare un debito. Quando la fidanzata trova una borsa con 17 monete d’oro al suo interno, ecco palesarsi il primo dilemma etico: tenere il bottino per ripagare il creditore o cercare il proprietario per restituirglielo. Rahim vacilla ma, preso da scrupoli di coscienza, opta per la seconda opzione: diviene così un esempio di onestà e bontà. Questo suo status faticherà a rimanere solido.

Piccoli misteri, piccole bugie, ipocrisie e diffidenze: Farhadi non può permettere che il suo personaggio abbia vita facile e preferisce disseminare il suo percorso di ostacoli e complicazioni, fino a rendere impossibile capire effettivamente cosa significhi essere socialmente nel giusto. Siamo di nuovo di fronte, insomma, al regista che indaga la morale e i rapporti nei piccoli contesti umani, estremamente civili e un pizzico ipocriti. A Hero, dopo l’incidente di percorso rappresentato da Tutti lo sanno, ricorda da vicino il giallo condominiale de Il Cliente in cui uno dei temi era sempre il problema della scelta.

Farhadi vuole raccontare la complessità del quotidiano, soprattutto delle sue sfumature, quasi come fosse una sorta di esercizio empirico da parte sua. Anche questa sua ultima opera non è mai assoluta, non verticale e trascendentale: le persone non si possono mai definire. È nelle sfumature, però, che la scrittura a tratti rischia di perdersi un po’: ad esempio, perché Rahim non si è limitato a portare la borsa dalla polizia? Ci sono vari piccoli plot twist nel corso della storia che non risultano fluidi. Tuttavia essi non compromettono più di tanto la riuscita della pellicola: la messa in scena dell’autore è talmente fluida, chiara ed asservita alla storia che compensa senza troppi patemi le piccole incogruenze della scrittura. Ti convince dell’importanza del contesto e del tema.

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Farhadi è un regista che come pochi altri ha il dono della chiarezza: questo perché come pochi altri sa sempre cosa vuole. Sa come dirigere Amir Jadidi, ad esempio, il protagonista, che con il suo piglio dimesso e ingenuo è straordinario. Sa come costruire la figura del rigido creditore, facendoti chiedere se sia poi davvero così cattivo o se, tutto sommato, non sia anche il povero protagonista ad avere una certa faccia di bronzo. Impossibile capire chi sia buono e chi no. È evidente anche quanto il titolo, Un eroe, si riferisca al fatto che gli eroi non esistono.

L’ambiguità dell’essere umano nel suo ruolo civile è un concetto spesso battuto da Farhadi. Stavolta, più che mai, l’ambiguità è solo superficialmente legata ai soldi. È l’onore che si fa ossessione a costituire il centro ed il motore di A Hero, probabilmente il miglior film del regista dopo i grandi successi di Una separazione e Il Cliente. Anche uno dei migliori film in concorso per la Palma d’oro.

Per questa e altre recensioni dal Festival di Cannes, continua a seguirci su Ciakclub.it.

 

Tiziano Angelo

Tiziano Angelo

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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