Da Cannes 74, la nostra recensione dalla seconda opera di Kogonada. In un futuro prossimo, è possibile adottare androidi e clonare le persone

Una piccola, piacevole, sorpresa dal Festival di Cannes è rappresentata da After Yang. Kogonada, regista sud coreano nato negli Stati Uniti, realizza un film di fantascienza per riaffermare la sua fiducia nella vita. In un certo punto del futuro, è possibile adottare degli androidi e clonare le persone. Yang è il fratello umanoide di Mika, bambina cinese adottata da genitori americani. Quando Yang smette di funzionare, il padre, che lavora nel campo del tè, proverà a ripararlo un po’ come fosse uno smartphone o un televisore. Scopriremo che nel passato di Yang c’è una ragazza misteriosa.

After Yang, seconda opera di Kogonada, vede nel cast un ottimo Colin Farrell e Jodie Turner-Smith.

Piccole visioni

Lo stile dell’autore è interessante, di personalità e si vede. Sebbene al film forse manchi qualcosa in fatto di completezza, se ne può parlare come di un piccolo gioiellino indie che utilizza la fantascienza in maniera molto particolare per analizzare i deboli legami umani, il concetto di famiglia e la fragilità e la preziosità della vita. Un film che non ha la struttura e la profondità di Arrival, né forse l’intelligenza intituiva di Moon – tanto per stare nel filone della fantascienza filosofica – ma riesce a colpire affrontando con dolcezza il senso e la paura della fine della vita.

Kogonada riflette anche sulle origini, evidentemente in maniera parzialmente autobiografica: Mika è anch’essa cinese, come il fratello maggiore. Per lei, Yang è un punto di riferimento fondamentale per vivere le sue radici. Da qui, non mancheranno delle allegoriche conversazioni sugli alberi come metafora dell’esistenza e dei legami, così come dell’importanza del tè (si può assaporare un posto e un luogo bevendone un sorso?) e sulla capacità di un androide di amare.

Ma magari, fin qui, si potrebbe dire che sono tutti temi già stati trattati. È lo stile del regista che, nel suo piccolo, ci ha colpito. Una sequenza straniante, di quasi 5 minuti, è fra le prime scene del film e vede una serie di famiglie giocare a un videogioco con musica elettronica, assistente vocale, balletti e sfondi di vari colori che cambiano. Se quel trip visivo fosse durato tutto il film non ci saremmo lamentati. After Yang si caratterizza poi attraverso una messa in scena frammentata: alcuni flashback – ottenuti dal corpo in riparazione di Yang – catturano momenti di vita di lui e della sua famiglia. La colonna sonora al piano enfatizza i momenti più importanti ed è quasi sempre presente: per qualcuno potrebbe essere anche una furbata, ma la verità è che non risulta mai invadente e fa da motore al film.

Kogonada è il regista di After Yang
Lunga vita a Colin Farrell

Abbiamo, in sostanza, uno stile di regia e di recitazione che lavora molto in sottrazione. Un animo visivo minimalista che, non a caso, pone spesso al centro della scena sia elementi tecnologici che naturalistici: prati e androidi, macchine futuristiche con il pilota automatico (elegantissime) al cui interno risiede un uomo che dedica la sua vita al tè (altro ovvio riferimento alla Cina, paese raccontato con deliziosi fan fact per Mika). Sono pochi i luoghi, la tecnologia è nell’immaginario di Kogonada una cosa utile ma neanche lontanamente distopica o inquietante. Interessante anche il fatto di mettere in scena le videochiamate con un formato equivalente al 4:3 televisivo, quindi con bande nere ai lati, e con una grana più pastosa e vintage. Futuro, sì, ma moderato.

In un film così elegante spicca il portamento di Colin Farrell, qui in grado di mettere in gioco tutte le sue sfumature attoriali in una delle sue migliori interpretazioni. Non lo si era mai visto lavorare in maniera così contenuta e sottratta: l’attore irlandese è difatti il punto di riferimento principale del film, forte del suo carisma e della sua esperienza in ruoli particolari come questo. Si conferma un’icona del cinema indipendente. Brava anche Jodie-Turner Smith, interprete della moglie. Il regista lavora molto sui rumori fuori campo: la voce di lei è profonda, molto bella. Quando la sentiamo off screen – magari mentre il marito le parla in macchina – sembra di sentire una sorta di assistente vocale. Un aspetto che contribuisce a creare questa atmosfera fantascientifica ovattata e straniante.

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Tante vite in una sola

È attraverso Yang che il regista sembra voler affermare quanto sia preziosa la memoria e quanto contino le immagini – letteralmente e non – dell’esistenza che vanno messe in fila per dare un senso di cose al tutto. Come fosse una sorta di matrioska, il film mette in chiaro quanto sia importante capire e scoprire i vari passati del ragazzo per custodire ogni cosa. Coraggiosa, quindi, la scelta di affidare questo atavico compito a un non-umano: Yang non è progettato per avere paura della morte ma può rattristarsi di questo fatto. Kogonada sembra chiedersi quanto la vita sia un’esclusiva dell’essere umano, se e quanto vita e slanci vitali esistano solo dentro di noi, e ancora quanto sia presuntuoso da parte nostra crederlo. Probabilmente, la vita riguarda un “tutto” più ampio che comprende piante e – perché no – oggetti tecnologici.

Concludiamo ribadendo quanto After Yang, pur rimanendo un film adatto a un circuito indipendente, sappia mettere in campo un’idea di fantascienza abbastanza originale. Si intravede nel regista, al suo secondo film, un talento che converrà tenere d’occhio nei prossimi anni.

Per questa e altre recensioni dal Festival di Cannes, continua a seguirci su Ciakclub.it.

 

 

Tiziano Angelo

Tiziano Angelo

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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