La nostra recensione di Benedetta, film dall'autore di Basic Instinct che tratta di un amore omosessuale in un convento del 1600.

Era atteso, da tutti, con molta curiosità. Uno di quei film che potrebbero scandalizzare, dividere, ottenere lunghe standing ovation o pesanti fischi. Benedetta di Paul Verhoeven, presentato alla 74a edizione del Festival di Cannes, ha ottenuto in sala qualche risata e un applauso non troppo sostenuto. Questo non significa, però, che non farà discutere. Il film “scandalo e blasfemia” del regista di Basic Instinct racconta di una monaca del 1600 che, oltre a raccontarsi come mistica e visionaria, intraprende una realazione omosessuale con una comapagna di convento imponendosi come una piccola (ma neanche troppo) rivoluzionaria ecclesiastica.

L’opera è tratta da una storia vera: Benedetta Carlini, realmente esistita, entra in un convento italiano all’età di 9 anni, incoraggiata dalle frequenti visioni di Cristo di cui vuole assolutamente divenire la sposa. Aggiungete alla sipiritualità una statuetta della Madonna utilizzata come oggetto sessuale e avrete un film di Paul Verhoeven. L’autore olandese riprende il sesso e la violenza come tematiche principali, soprattutto se in commistione fra loro, ancora una volta. La sensazione è, però, che Benedetta non scandalizzi neanche troppo e che abbia qualche problema di equilibrio.

Ambivalenza e disequilbirio 

La qualità del film sta nella rappresentazione ambivalente della protagonsita, mai raccontata da un unico punto di vista. Visionaria o folle? Ciò fa indubbiamente parte della cifra stilistica di Verhoeven che dà continuità ai suoi complessi personaggi femminili iper-sessualizzati che l’hanno reso noto (e qui, certo, si conferma un maestro). Ma se questo aspetto è gestito bene, e l’interpretazione della protagonista di Virginie Efira è di buon livello, non si può dire che tutti i risvolti del film siano ben miscelati. Lo humor nero pretende di alternarsi a tematiche più “alte”, come quello dello Spirito, e a risvolti assolutamente tragici.

Un'inquadratura di Benedetta
Il problema – se di problema si può parlare nel recensire un film – è che i vari strati vanno a cozzare fra di loro perdendo di sostanza e incisività. Da una parte, la tematica religiosa sembra interessare al regista solo come fattore contestuale e macchiettistico – quindi superficiale; dall’altra, la spinta erotica pruriginosa e proibita perde di forza se contestualizzata nel 2021. L’aspetto sessuale più scioccante, sebbene sia esplicito, rischia più che altro di sollevare qualche sorriso troppo velocemente spezzato da urla disperate e improvvise interferenze mistiche. Non vi è nulla che faccia saltare dalla sedia come il famoso accavallamento di gambe di Sharon Stone o di delicato ed elegante come la Isabelle Huppert di Elle.

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Tematiche (poco) attuali

La regia è a tratti di alto livello, eloquente e visivamente d’impatto (film che, piaccia o meno, conviene guardare in sala): ricorda le grosse produzioni storiche degli anni ’70 e ’80. Anche essa, però, perde gradualmente di forza, rinunciando via via sempre di più ai dettagli per soffermarsi su alcune tematiche centrali mai approfondite con il giusto coraggio. Che cosa vuole raccontarci il regista, che il sesso fra due donne in un convento sia scandaloso? Non è che sia una grande scoperta. Le tematiche patriarcali e la soliderietà femminile, probabilmente, avrebbero dovuto avere una certa eco per rivolgersi anche allo spettatore odierno. Viene da pensare a Ritratto di una giovane in fiamme, splendido film francese di qualche anno fa che, sempre mostrando il sentimento e il sesso fra due donne, ribaltava i cliché e colpiva il pubblico corrente nella maniera più femminista ed emancipativa possibile.

Benedetta e Bartolomea, invece, tentano di rompere lo status quo anche in relazione alla lotta di classe e ai gradi religiosi, senza che la strada da seguire diventi davvero chiara man mano che la sceneggiatura si apre. La forza di Paul Verhoeven è sempre stata quella di intellettualizzare ciò che è più folkloristico, avvicinando la quota popolare a un cinema impegnato. È evidente che la sua idea fosse questa anche nel caso di Benedetta; purtroppo, però, stavolta risulta tutto più banale e prevedibile del solito.

Per altre recensioni dal Festival di Cannes 2021, continua a seguirci su Ciakclub.it.

 

 

 

Tiziano Angelo

Tiziano Angelo

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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