Yorgos Lanthimos è uno dei registi più acclamati degli ultimi anni. Il suo stile, tuttavia, è in continua evoluzione.

Yorgos Lanthimos è un regista che ha riscosso un notevole successo nell’ultimo decennio grazie a una serie di film, girati fra Grecia, Regno Unito e Stati Uniti, che hanno contribuito a fargli creare un particolare stile di narrazione e a farlo diventare uno degli autori con maggiore successo sia fra il pubblico sia fra la critica.
Muovendosi fra tutti i generi cinematografici, mantenendo sempre l’elemento del grottesco in primo piano, il regista greco ha avuto modo di farsi apprezzare anche per i legami che i suoi film stringono con la storia, sociale e culturale, del suo paese, la Grecia.

Paragonato spesso a Stanley Kubrick, con cui Lanthimos condivide alcuni aspetti registici, il regista greco ha tuttavia uno stile ancora in definizione, uno stile che ha vissuto e superato varie suggestioni e che sembra aver trovato una prima fase di approdo con Il sacrificio del cervo sacro. Dal film del 2017 a La Favorita, primo film di Lanthimos ad aver ottenuto consenso unanime, lo stile del regista greco è notevolmente cambiato e il nuovo lavoro che il regista ha in progetto, Poor Things, sembra proseguire sul sentiero tracciato dal film in costume con Olivia Colman, Emma Stone e Rachel Weisz.

In quest’articolo andremo a ripercorrere la carriera di Yorgos Lanthimos, evidenziando tematiche, pregi e difetti dei suoi film, cercando di sondare le possibilità di evoluzione del suo cinema e i motivi del successo che i suoi film riscontrano.

Il cinema greco prima di Lanthimos e la New Weird Wave

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Athina Tsangari, principale ispiratrice della New Wave greca.

Esiste, indubbiamente, un cinema greco pre-Lanthimos e un cinema greco post-Lanthimos. Il regista di Atene, formatosi a cavallo fra anni ’90 e primi anni 2000, è il volto più noto di quella che viene comunemente chiamata Greek Weird Wave, una corrente cinematografica formata da registi nati dopo gli anni ’60 che si propone di raccontare, nei propri film, gli effetti che ha avuto la crisi globale sulla società greca. Una crisi che ha colpito lo stato ellenico in un modo devastante e che ha portato, nel 2011 al crollo del PIL e all’istituzione della troika.
In un contesto sociale decisamente turbolento, però, come spesso capita, vengono alla luce grandi opere artistiche. In Grecia, si può dire, ciò è frequente sin dall’antichità.

I registi della New Wave ellenica, fra i quali si annoverano, oltre a Yorgos Lanthimos, Athina Rachel Tsangari, Alexandros Avranas, Babis Makridis e Yorgos Zois, raccontano quindi la società greca del nuovo millennio e delle nuove crisi utilizzando in maniera preponderante il genere grottesco al servizio di una regia brechtiana che tende a responsabilizzare il proprio pubblico, senza coccolarlo con espedienti cinematografici e narrativi classici e a raccontare le miserabili dinamiche sociali della società borghese.

Primo piano di Theodoros Angelopoulos

Theo Angelopoulos, volto del cinema greco per più di 30 anni

Questa propensione viene ormai definita, in Europa, “Hanekiana”, facendo riferimento al grande regista austriaco di Niente da nascondere, Il nastro bianco e Amour. Si omette però spesso di dire, parlando di New Wave greca, che la Grecia stessa è stata patria del regista brechtiano per eccellenza: Theo Angelopoulos.
Quest’ultimo, come oggi i registi del Nuovo cinema greco, ha raccontato, negli anni ’70, con film come I giorni del ’36, La recita e I cacciatori, la tragedia del proprio paese dal dopoguerra alla dittatura dei colonnelli per poi evolvere la propria riflessione politica e culturale al contesto intero della penisola balcanica negli anni ’90, fino a tornare a scavare nella storia del proprio paese con l’ultima trilogia, rimasta incompiuta, composta da La sorgente del fiume e La polvere del tempo.

Nel 2012 l’improvvisa scomparsa di Angelopoulos, avvenuta sul set di un film, L’altro mare, che raccontava proprio la crisi greca, ha aperto le porte al successo internazionale della generazione di registi, ben più giovani di Theo Angelopoulos, che stavano subendo in prima persona la crisi economica e sociale del proprio paese e che si facevano quindi portatori di istanze di una società sempre più allo sbaraglio.
Non è un caso, però, che il primo film greco non di Theo Angelopoulos a riscuotere un grande successo al di fuori dai confini nazionali nel 21° secolo sia stato proprio Dogtooth, “film manifesto” della New Wave greca che inaugura la prima fase della carriera di Yorgos Lanthimos.

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Dogtooth e Alps: raccontare la crisi greca

Il figlio girato di schiena fissa il confine della villa in Dogtooth

Un’immagine da Dogtooth

Doogtoth (Kynodontas) vinse, nel 2009, il premio come miglior film nella sezione Un certain regard a Cannes. Fino a quel momento l’unico regista che era stato in grado di riscuotere successo nella manifestazione cinematografica francese era stato solo Theo Angelopoulos (Grand Prix della Giuria nel 1995 per Lo sguardo di Ulisse e Palma d’oro nel 1998 per L’eternità e un giorno).

Il film, che mette sul piatto i principali elementi dello stile di Lanthimos, analizza il microcosmo di una villa in cui vive una famiglia composta da un padre, una madre, un figlio maschio e due figlie.
I figli vengono cresciuti in totale isolamento dal resto del mondo, controllati dai propri genitori che plasmano il loro cervello imponendo a esso una visione del mondo del tutto estranea da quella comune.

Fra gatti che diventano mostri, confini insuperabili, nuovi linguaggi e molte scene “disturbanti”, Dogtooth è una riattualizzazione del mito platonico della caverna che si muove sul due piani: quello allegorico, in qui viene raccontato, di fatto, l’effetto di una società totalitarista sui civili e quello attuale, in cui viene messa in luce l’alienazione dei giovani greci in un contesto sociale opprimente e chiuso, privo di alcuna intenzione di svezzarli (di togliergli, come nel film, i canini) e di lasciar loro spazio.

L’assenza di nome dei protagonisti e l’assenza di una psicologia definita secondo canoni classici rende i protagonisti di Dogtooth personaggi brechtiani a tutti gli effetti. Lanthimos, tuttavia, interviene nella narrazione, con l’utilizzo del grottesco, e dona al film un senso di assurdità delle vicende narrate che condiziona, volutamente, il giudizio dello spettatore su ciò che sta vedendo.

Primo piano di monte rosa in alps di Lanthimos

Angeliki Papoulia in Alps

Al successo di Dogtooth, candidato anche all’Oscar come miglior film straniero (primo film ad entrare nella short-list dal 1978, anno in cui Ifigenia di Michael Cacoyannis ottenne la nomination), fece seguito, nel 2011, Alps.
In Alps la poetica di Yorgos Lanthimos si arricchisce di un nuovo tassello: la riflessione sul tragico e sulla tragedia. La sceneggiatura, che risente dell’influenza delle teorie pirandelliane del rapporto fra attore e maschera, venne premiata a Venezia e contribuì a lanciare definitivamente Yorgos Lanthimos come uno dei nomi di punta del cinema europeo.

Alps racconta la storia di un gruppo di personaggi che aiutano le persone a elaborare un lutto sostituendosi per breve tempo ai defunti indossando e portando i loro indumenti e oggetti. Una componente del gruppo, l’infermiera che prende il nome di Monte Rosa (i personaggi si fanno infatti tutti chiamare con il nome dei monti delle Alpi), si affeziona particolarmente a una persona che è chiamata ad accudire in ospedale e mentirà ai compagni una volta saputa della sua dipartita solo per poter “sostituirla” senza alcun vincolo.

In Alps l’elemento grottesco, preponderante in Dogtooth, viene lasciato in disparte a favore di un dramma che, dietro al tema ormai abusato del rapporto uomo-maschera, cela le inquietudini di una società, quella greca, in una profonda crisi di identità, incapace di riconoscersi in un volto o in personaggi ben precisi, priva di modelli di riferimento e condannata, forse in eterno, a elaborare un lutto: il proprio.
Alps è anche l’ultimo film di Yorgos Lanthimos girato in Grecia e conclude un percorso, iniziato con Kinetta nel 2005, di analisi della società ellenica.

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The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro: la tragedia nella contemporaneità

Colin Farrell e Rachel Weisz camminano su una strada in The Lobster

Colin Farrell e Rachel Weisz in The Lobster

E’ con The Lobster, film del 2015 con Colin Farrell, John C. Reilly, Rachel Weisz e Ariane Labed, che Yorgos Lanthimos esce dalla bolla del successo critico nel quale era rinchiuso, come molti registi europei, per ottenere il successo anche fra il grande pubblico.
Lucida e feroce satira alla società contemporanea che impone vincoli per avere ogni cosa sotto controllo e distopia dalla grandissima potenza metaforica e politica, The Lobster è probabilmente il film in cui il gusto per il grottesco di Yorgos Lanthimos si fa più evidente.

Abbandonando la tragicità estrinseca di film come Dogtooth e Alps, The Lobster ripropone in sè alcune tematiche cardine della tragedia e del mito classico.
Fra personaggi (senza nome) monolitici, turbati, ma allo stesso tempo incapaci di cambiare il proprio destino, scene di una violenza psicologica che fa da contraltare all’ironia delle premesse del film, affiorano elementi tipici del mito tragico. Il tema dell’accecamento, che si rincorre nella mitologia ellenica sin dai tempi dell’Odissea e che trova poi confini morali nella tragedia classica e quello della hybris fanno da perno per una numerosa serie di immagini, su tutte quella dello sbranamento dei cani (altro tema Omerico e poi tragico) che attingono a piene mani dalla cultura greca.

Nel caso di The Lobster il superare il limite imposto dalle uniche due forme di società possibili implica incorrere nella hybris, in un’azione empia che deve portare, per forza di cose, a una punizione. Come il Creonte sofocleo e il Polifemo di Omero, entrambi colpevoli di aver oltrepassato il limite delle leggi imposte dagli dei (in Lanthimos gli dei sono quelli che stabiliscono l’ordine sociale), il personaggio interpretato da Rachel Weisz è condannato all’accecamento per aver oltrepassato un confine stabilito. Sorte analoga, nell’ottica della civiltà della colpa, dovrebbe toccare anche al personaggio di Colin Farrell.
Il confine di The Lobster è lo stesso confine delimitato dalle mura del giardino della casa di Dogtooth, è lo stesso limite, invalicabile, fra realtà e interpretazione di Alps. Un confine il cui superamento, nell’ottica del mito greco, comporta una punizione.

Primo piano di Colin Farrell in Il sacrificio del cervo sacro

Colin Farrell in Il sacrificio del cervo sacro

Il tema della hybris ritorna anche in Il sacrificio del cervo sacro. Nel film del 2017 con Colin Farrell, Nicole Kidman e Barry Keoghan Yorgos Lanthimos gioca, per la prima volta nella sua carriera, a carte scoperte:
Lanthimos è greco. Ha sempre utilizzato elementi e temi tragici nei propri film e ha raggiunto la maturità e il successo per poter, apertamente, rifarsi ai suoi più che illustri predecessori.
Il risultato è un riadattamento in chiave contemporanea dell’Ifigenia in Aulide di Euripide che divide nettamente pubblico e critica.

Lo stile è sempre quello di Lanthimos: il grottesco è sempre presente; grottesca è, infatti, come in The Lobster, la situazione di partenza e grottesco è il sostrato metafisico su cui si deve consumare la vendetta del giovane Martin Lang nei confronti del medico Steven Murphy. In Il sacrificio del cervo sacro, però, il regista greco porta all’estremo le caratteristiche fondanti del proprio cinema, facendo però perdere a esse forza.
Rinuncia all’indeterminatezza dei nomi dei personaggi: questi, infatti, non sono più tipi, ma sono borghesi con un nome, una famiglia, un passato e una storia alle spalle.
La ricerca di una simmetria e di una profondità dell’immagine già iniziata con Alps viene dilatata fino all’inverosimile e il risultato sono una serie di immagini che ricordano, davvero da vicino, Stanley Kubrick.

La tragedia, in Il sacrificio del cervo sacro, è annunciata già dal titolo. Il sacro penetra nel profano mondo borghese, il mito penetra nella contemporaneità. Il risultato è un film che non riesce probabilmente ad andare oltre, sia nell’ispirazione, sia nella messa in scena, sia nelle conclusioni, a The Lobster, ma che sembra porsi come ultimo tassello, forse pietra tombale, di una ricerca sul tragico e sulla storia culturale greca iniziata nel 2009 con Dogtooth.
Il sacrificio del cervo sacro affronta il tema della colpa del padre che ricade sui figli, dell’inevitabilità del fato, della punizione divina in un contesto ordinario e si pone come una critica spietata all’utilitarismo sfrenato del mondo borghese.

Superfluo è affermare che già molti registi greci, in precedenza, avevano provato a riadattare la tragedia nella contemporaneità con ben diverse fortune. Ci era già riuscito nel 1975 Theo Angelopoulos con La recita, film che certamente ha ispirato Yorgos Lanthimos e che ancora oggi si configura come modello per tutti i registi che vogliono riproporre stilemi tragici nell’attualità, e ci era già riuscito Michael Cacoyannis con l’Ifigenia del 1977 che celava, dietro al mito tragico messo in scena, svariati riferimenti all’attualità greca.
Su questo filone ben saldo Yorgos Lanthimos tenta il tutto e per tutto. Il risultato al botteghino non lo premia, ma Il sacrifico del cervo sacro rimane certamente il film che ha fatto più discutere negli ultimi anni e che ha costituito da rampa di lancio per approdare a budget più elevati e a dirigere un film come La favorita.

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La favorita: il cambio di stile fra Kubrick e Greenaway

Primo piano di Emma Stone in La favorita

Emma Stone in La favorita

E’ con La favorita, nel 2018, che Yorgos Lanthimos arriva al definitivo successo internazionale. Candidato per 10 premi Oscar, Leone d’argento a Venezia, vincitore di tre EFA Awards, il film che racconta la storia della regina Anna di Gran Bretagna e delle sue scaltre favorite è probabilmente uno dei migliori film in costume degli ultimi dieci anni nonchè un nuovo punto di inizio per il cinema di Yorgos Lanthimos.
Il grottesco e il comico, sussurrati dove meno e dove più ad alta voce nei lavori precedenti, esplodono in un film biografico che è anche una brillante satira alla società dell’Ancien Régime in cui Lanthimos riesce a inserire riferimenti a un’attualità che, per certi versi, sembra davvero vicina a quella del ‘700.

La favorita è stato accolto positivamente dal pubblico e dalla critica, ma è innegabile che il film registri un netto cambio di passo nella carriera di Yorgos Lanthimos. Abbandonati totalmente gli elementi “greci”, il regista appare pienamente inglesizzato e affine a una poetica apparentemente meno impegnata.
Il film è però occasione per il regista di mostrare appieno quelli che, assieme all’ormai abbandonato Michael Haneke, sono stati i suoi riferimenti cinematografici: Stanley Kubrick e Peter Greenaway.
L’utilizzo del grandangolo grazie all’obiettivo fish-eye giustifica ogni accostamento fatto fra il regista greco e Kubrick e gli stessi temi, che in Il sacrificio del cervo sacro ricordavano, non troppo lontanamente, quelli di Eyes Wide Shut ricordano nel film con Olivia Colman Barry Lyndon, capolavoro in costume del 1976.

Tre personaggi truccati in I misteri del giardino di Compton House

Un’immagine da I misteri del giardino di Compton House (1982) di P. Greenaway

Il debito però più grande in La favorita Yorgos Lanthimos lo paga a Peter Greenaway, regista da cui ha sempre mutuato l’uso del grottesco, grottesco che nel film del 2018 emerge appieno in tutta la sua strabordanza e la sua potenza. Impossibile non notare più di una somiglianza fra La favorita e I misteri del giardino di Compton House, film del 1982 ambientato a cavallo fra ‘600 e ‘700 i cui temi e le cui conclusioni sono del tutto condivise dal film di Yorgos Lanthimos.

Poor Things arriverà nelle sale cinematografiche nel 2022. La sinossi del nuovo film di Yorgos Lanthimos, che vedrà nel cast anche Emma Stone e Mark Ruffalo, sembra proseguire il percorso già iniziato dal regista con La favorita. La stessa sceneggiatura del film sarà, del resto, scritta dal regista con Tony McNamara, che ha già avuto modo di collaborare alla sceneggiatura del film del 2018.

La favorita sembra quindi essere davvero il primo tassello per l’ulteriore evoluzione dello stile di un regista che sembra aver abbandonato la propria origine e le proprie “ossessioni” greche per diventare un regista internazionale in grado di muoversi su più generi e su più tematiche senza dimenticare ciò che sin dagli esordi caratterizza il suo cinema: il grottesco.
Finchè questo elemento sarà ben padroneggiato e messo al servizio di un’originalità creativa che raramente ha vacillato, Yorgos Lanthimos avrà sempre qualcosa da dire nello scenario del cinema contemporaneo.

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Arturo Garavaglia

Arturo Garavaglia

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai "mattoni" filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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