American Psycho, l'adattamento di Mary Harron del romanzo di Ellis, ci parla di tematiche che sono oggi più contemporanee che mai

Il 14 aprile del 2000 usciva nelle sale l’adattamento di uno dei romanzi americani più definitivi e coraggiosi degli ultimi decenni. Stiamo ovviamente parlando dell’American Psycho di Bret Easton Ellis, pubblicato nel 1991 e da cui la regista Mary Harron trasse la pellicola con Christian Bale come protagonista.

Anche American Psycho il film, esattamente come il romanzo, suscitò reazioni molto contrastanti. Ma nonostante la netta divisione fra idolatranti e detrattori, l’opera nel tempo si è aggiudicata la definizione di cult. American Psycho non solo ha il pregio di aver lanciato Bale nello star system hollywoodiano, ma è anche riuscito a portare (forse non con tutta l’efficacia possibile) dei grandi temi sociali, ancora oggi molto attuali. Primi fra tutti: l’inettitudine e il cinico narcisismo dell’élite al potere.

Nonostante una resa estetica e un adattamento un po’ discutibili – ne è un esempio tutto il dibattito scaturito sull’ambiguità (non voluta) del finale -, il film della Herron si configura come un interessante esperimento. Una pellicola capace ancora oggi di affascinare, disgustare e far parlare di sé ai suoi spettatori. Un film la cui patina superficiale risulta “invecchiata male”, tanto quanto però le tematiche affrontate risultano più vive che mai.

LEGGI ANCHE  Christian Bale: il trasformista del fisico... e non solo

Storia di un serial killer annoiato

Bateman con il volto sporco di sangue e l'impermeabile

New York, 1987. Patrick Bateman è un agiatissimo broker finanziario che trascorre la sua esistenza tra impeccabili routine mattutine per la cura del corpo, inutili aperitivi con i colleghi a suon di magistrali biglietti da visita, lussuosissime cene e droghe di ogni tipo. Intrattiene inoltre una relazione di facciata con la fidanzata Evelyn, ha un’amante “di scorta”, Courtney (nonché migliore amica di Evelyn) e si accompagna volentieri con numerose escort.

Tutto questo potrebbe sembrare tutto sommato “normale”, se non fosse che Bateman è anche uno schizoide, furioso e allucinato serial killer. Un uomo disturbato, pronto ad usare asce e motoseghe pur di avere l’ultima parola, nel vano tentativo di scalfire quella superficie di imperturbabilità che caratterizza il suo essere quotidiano.

Ma è davvero così o è solo il frutto della sua immaginazione stravolta? American Psycho è proprio questo intenso gioco di specchi fra la realtà e la sua percezione attraverso gli occhi di Patrick Bateman. Uno slasher movie vissuto dal punto di vista di un carnefice che chiede costantemente il nostro consenso e la nostra approvazione. Cosa capita però quando si accorge che forse non ce l’ha?

LEGGI ANCHE  Cinema e Psiche: cinque titoli per scoprire la mente

Tutto uguale

Bateman durante la sua routine quotidiana con la maschera per gli occhi

American Psycho, come ci suggerisce già il titolo con quell’american posto all’inizio, è prima di tutto la storia (e la critica) di un pezzo di cultura americana. Stiamo parlando in particolare di quegli anni ’80, fondati sul culto del lusso e sull’esaltazione della superficie, che sono alla base di molte dinamiche socio-economico-capitaliste che ritroviamo, sotto altre vesti, nella società contemporanea.

Tutto il film è in sostanza una critica al bieco individualismo e al vuoto morale che la figura dello yuppie Bateman incarna alla perfezione. Questi “young urban professionals” sono così portatori di una cultura che il film contribuisce ad estremizzare e svuotare di qualsiasi tipo di concretezza. Una cultura che è fatta sostanzialmente di bulimia consumistica, di antagonismo e arrivismo, nonché dunque di fusione e (con)fusione dell’identità.

Il continuo sforzo di primeggiare e affermare il proprio Io cela in realtà un’immensa frustrazione che riporta costantemente tutto all’interno delle maglie dell’omologazione. Le identità si assimilano e si confondono all’interno di una micro-società come quella dell’élite finanziaria newyorkese, in cui in realtà tutti pensano, vestono e vivono uguale, convincendosi però di essere speciali. Sublime in questo senso è la gara dei giovani colleghi al biglietto da visita migliore, tutti differenti ma anche tutti vergognosamente uguali.

Ecco allora che si viene a creare quel “gioco di specchi” di cui si parlava in precedenza. Tutti sono tutti, tutto è uguale, e nessuno è veramente diverso dagli altri. Patrick Bateman viene infatti costantemente scambiato per Marcus Halberstram da Paul Allen, altra identità vera più nella mente del serial killer che nella realtà dei fatti. Potrebbe essere infatti che sia l’avvocato ad aver capito male chi è Allen, o lo stesso Bateman ad aver ucciso la persona sbagliata. La fantasia e il racconto allucinato diventano dunque non solo più importanti della realtà, ma diventano loro stessi realtà.

Nessuna uscita

Patrick Bateman disteso sul divano con gli occhiali da sole

Mentre Bateman conduce il suo monologo finale sull’impossibilità di redimersi e la totale mescolanza tra apparenza e realtà, compare sulla porta dietro di lui la scritta: “Questa non è un’uscita”. E infatti, come viene confermate a parole in seguito, il monologo finale è una presa di coscienza dell’impossibilità di redenzione, o meglio di catarsi.

Anche perché Bateman fa di tutto per confessare l’omicidio di Allen, senza mai trovare approvazione e attenzione, né dalla fidanzata Evelyn né dal suo avvocato. Pure quando cerca di occultare il cadavere viene fermato dal collega che, non solo non lo scopre, ma dirotta il discorso sulla marca della borsa con cui lo sta trasportando. Insomma anche quando il protagonista cerca di confessare e mostrarsi per quello che è viene in ogni caso riassimilato dal sistema. Nel posto esatto che gli altri hanno prefissato per lui.

È per questo dunque che, in questa situazione, capire ciò che è vero e ciò che è finto diventa addirittura superfluo, se non addirittura inutile. La realtà, insomma, ha perso valore e sparare a qualcuno sulla Fifth Avenue o far cadere una motosega dalle scale non disturberà letteralmente nessuno. La propria identità avrà valore solo in relazione all’opinione degli altri. E così lo stesso Patrick Bateman rimane intrappolato nel suo personale e psicotico inferno di superficie e perbenismo. Lo stesso inferno in cui, però, sono intrappolati anche tutti i suoi pari.

Per news e altri approfondimenti dal mondo del cinema e delle serie tv, continuate a seguirci su CiakClub.it!

Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments