I Figli del Mare di Ayumu Watanabe è un film di animazione in grado di affascinare grazie a immagini splendide e misteriose.

I figli del mare, film anime diretto da Ayumu Watanabe, è tutto ciò che si può chiedere e volere dall’animazione giapponese. Girato nel 2019 e distribuito nelle sale come film evento, I figli del mare si pone come punto di incontro fra un cinema di animazione “complicato” come quello di Mamoru Oshii, Masaaki Yuasa e Satoshi Kon e un cinema di animazione profondo, ma accessibile a chiunque come quello a cui hanno abituato per anni i registi dello Studio Ghibli e Makoto Shinkai.
Tratto dal manga omonimo di Daisuke Igarashi, il film esplora le infinite potenzialità dell’animazione contemporanea ed è in grado di restituire allo spettatore un’esperienza visiva e sensoriale unica.

Trama

Ruka osserva un acquarioI figli del mare è ambientato durante l’estate di una cittadina costiera del Giappone. Ruka, una ragazza spesso vittima di angherie da parte delle sue compagne di classe, in visita all’acquario dove lavora il padre, fa la conoscenza di Umi e Sora, ragazzi con una storia molto particolare: i due sono cresciuti in mare, allevati dai dugonghi.
Dall’incontro fra i tre scaturiranno una serie di eventi sovrannaturali che turberanno l’equilibrio della città costiera e che vedranno i due particolari ragazzi coinvolti in prima persona.

Un film con due volti

Sora, Ruka e Umi sott'acquaCome si sarà capito dalla trama, I figli del mare sembra a tutti gli effetti ricalcare canovacci già ben noti nel mondo dell’animazione giapponese. Canovacci che hanno trovato massima espressione nel film di Hayao Miyazaki La città incantata e che, da quel momento, sono stati riproposti in numerosissimi anime.
Se l’originalità del soggetto, che richiama da vicino anche il film live-action di Sogo Ishii August in the Water, non è un punto di forza de I figli del mare, il contrario si può dire del suo sviluppo.

I figli del mare, infatti, si presenta allo spettatore con due, ben distinti, volti: il primo è quello del coming-of-age sovrannaturale, genere dall’incalcolabile fortuna, soprattuto in Giappone, il secondo è quello del film “filosofico”, un genere anch’esso diffuso nello scenario dell’animazione nipponica, ma che trova ormai sempre più spesso spazio in opere con scenario ben diverso da quello del film di Watanabe.

I due volti del film, tuttavia, non sempre, nel corso del lungometraggio, riescono a coesistere senza intralciarsi e, a un certo punto, la suggestione filosofica prende il sopravvento sull’azione e sulla narrazione, destabilizzando quasi totalmente lo spettatore che si aspettava un normale coming-of-age.
Ciò che può essere visto sicuramente come un pregio da un certo tipo di fruitore può essere visto come un difetto da parte di un fruitore che cerca nei film di animazione linearità e chiarezza narrativa o, perlomeno, un punto di riferimento per non farsi del tutto sopraffare dalle immagini.

Una sbalorditiva esperienza visiva…

Pesci sott'acquaSe nei primi minuti del film, quelli più lineari ambientati all’esterno del mondo acquatico, ci troviamo dinnanzi a comuni animazioni, senza difetti, ma anche senza particolari lodi, più il film si sviluppa più le animazioni sembrano cambiare totalmente registro a favore di una fluidità nelle immagini, resa anche grazie a effetti tridimensionali, che non può far altro che trascinare e cullare lo spettatore nel mare della narrazione.
Visivamente, infatti, I figli del mare è un’esperienza che chi ama l’animazione non può assolutamente perdere.
La raffinatezza, la potenza e la capacità di coinvolgere delle immagini di Ayumu Watanabe non può che lasciare senza parole. Di fronte a tutto ciò, però, viene immolata la narrazione, che perde di linearità mano a mano che le immagini si fanno sempre più affascinanti e misteriose.

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Questa sbalorditiva potenza visiva è accompagnata alla perfezione dalle musiche di Joe Hisaishi, un nome che per i fan dei film di Hayao Miyazaki o di Takeshi Kitano non ha certo bisogno di presentazioni.
Le note del compositore giapponese accompagnano il film e potenziano il fascino delle sequenze testimoniando la capacità di Joe Hisaishi di riuscire, come i migliori maestri, a rendere le musiche non solo accompagnamento, ma vero e proprio corpo di un film.

…non supportata dai dialoghi

Umi mette le mani sulle spalle di Ruka in un bazarDinnanzi a tutto ciò non c’è da stupirsi che se c’è un aspetto in cui I figli del mare pecca è quello relativo ai dialoghi. Se nella prima parte questi scadono spesso nella banalità, complice anche una voce fuori campo non sempre pertinente, nella seconda parte si assiste a dialoghi di una concettuosità che stona fortemente con l’atmosfera mistica e onirica che le immagini evocano.

La sensazione è che Watanabe, forse per fedeltà al manga di riferimento, non si sia del tutto fidato della direzione che il proprio stesso film stava intraprendendo e abbia voluto dare un fondamento “teorico” alle immagini a cui assistiamo. Ciò, tuttavia, finisce per non venire incontro nè agli spettatori che esigono spiegazioni, per via dell’oscurità teorica dei dialoghi, nè agli spettatori che vogliono trovare da soli spiegazioni, che rischiano di sentirsi messi da parte da battute sin troppo puntuali.

Perdersi nel mare dell’esistenza

Una cometa squarcia il cielo di notteIl significato ultimo di un film come I figli del mare non è di semplice comprensione. Anzi, si potrebbe dire che il maggior punto di forza del film di Ayumu Watanabe sia proprio quello di riuscire a stimolare una serie di interessantissime riflessioni sul modo di concepire la natura e l’universo.
Per godere appieno di I figli del mare occorre quindi accettare di lasciarsi trascinare nella fluidità della narrazione e delle animazioni, accettare di perdere i propri punti di riferimento a favore di un’esperienza sensoriale che assorbe e che è destinata a rimanere ben impressa nella mente dello spettatore.

Da questo punto di vista risulta forse indispensabile guardare fino in fondo il film per godere di una scena post-credit che offre, ancora un’ultima volta, uno spunto di analisi e che sembra dare allo spettatore una chiave per comprendere più a fondo la vicenda raccontata in I figli del mare. Una vicenda che parla di noi, che cerca di offrire al pubblico un quadro monista e pànico dell’uomo e della sua relazione con il mondo e con l’universo. Una relazione che si è persa nel corso dei secoli, ma che forse si dovrebbe recuperare.

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Arturo Garavaglia

Arturo Garavaglia

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai "mattoni" filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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