Il ministro Franceschini ha abolito la censura cinematografica in Italia. Ma cosa significa? E come funzionava il controllo dei film?

5 Aprile 2021: la notizia del giorno è che il Ministro Franceschini ha abolito la censura cinematografica. Molto probabilmente le reazioni alla notizia sono state due. Da un lato l’entusiasmo: la parola “censura” ha sempre un’accezione negativa, che ci ricorda mancanza di libertà e totalitarismi, quindi questa è un’ottima notizia. Dall’altro sorgono delle domande: esiste ancora la censura, anche in un paese democratico e libero? Come funziona? E cosa cambierà d’ora in poi?

Ebbene sì, fino a pochi giorni fa in Italia era possibile censurare i film, impedirne la distribuzione. La storia della censura in Italia è molto lunga e non è legata solamente ai totalitarismi e al fascismo. Il nuovo decreto firmato è sicuramente una conquista, ma è anche il punto di arrivo di un processo più lungo, durato decenni. Infine, abolire la censura non significa poter realizzare qualsiasi opera, non significa mancanza di controlli. E’ un tema complesso, che affonda le sue radici nel concetto di libertà artistica: l’arte deve avere dei limiti? E chi stabilisce quali siano? Ma andiamo con ordine.

Storia della censura in Italia

Marlon Brando e Maria Schneider in Ultimo Tango a ParigiChe le forme d’arte popolare siano uno strumento potente è chiaro da sempre. Per questo gli Stati si sono sempre sentiti in dovere di imporre un controllo: per sfruttarle a proprio favore, ma anche per selezionare i valori da trasmettere al pubblico ed evitare influenze ritenute negative. In Italia la prima legge che introduceva la possibilità di censurare le proiezioni risale al 1914: le pellicole venivano viste e giudicate idonee o meno da un revisore, la cui scelta era poi confermata dal Ministero dell’Interno. L’obiettivo era evitare qualsiasi elemento ritenuto osceno, contrario alla decenza e al decoro oppure degradante nei confronti delle istituzioni o dell’autorità.

Nel 1920 viene istituita una vera e propria Commissione, composta da funzionari di pubblica sicurezza, magistrati, educatori, esperti di arte, pubblicitari e madri di famiglia. La Commissione riceveva i copioni prima dell’inizio della produzione, e aveva così la facoltà di applicare una censura preventiva. I film realizzati dovevano quindi rientrare in determinati standard morali.

Ricordiamo che questa tendenza moralizzatrice non era solo italiana. Anche in America, agli albori della Grande Hollywood, lo Stato iniziava a porsi il problema della moralità nel cinema. Proprio per evitare problemi, Hollywood applicò un sistema di auto-censura. Nel 1930 venne stabilito il Codice Hays, il quale indicava una serie di principi da rispettare. Erano considerati immorali, e quindi da evitare categoricamente, scene di nudo, di violenza no giustificata, sostanze stupefacenti o perversioni (tra cui anche l’omosessualità, relazioni tra persone di etnie diverse, adulteri o semplicemente scene passionali immotivate). Il Codice Hays rispondeva ad una precisa esigenza moralizzatrice della società dell’epoca, ma fu ben presto contestato e superato.

Ma torniamo in Italia. Ovviamente con la salita al potere del Fascismo, la censura divenne un importante strumento: il Regime sfruttava il cinema come mezzo di propaganda, per diffondere valori coerenti con il governo totalitario. D’altra parte impediva la diffusione di qualsiasi rappresentazione contraria al regime o al prestigio della nazione. Mussolini istituì un Ministero della Cultura Popolare, incaricato di controllare ogni fase della produzione di un film. Poteva quindi effettuare tagli, censure o vietarlo ai minori di 16 anni.

Con la caduta del Fascismo e l’istituzione della Repubblica, tuttavia, le cose non cambiano di molto. La nuova Costituzione prevede la libertà di stampa e di espressione. Rimane però il divieto per gli spettacoli contrari al buon costume, mentre viene istituito un Ufficio Centrale per la Cinematografia a supervisionare le opere. Giulio Andreotti, in particolare, sfruttò questo potere a suo vantaggio. Il suo obiettivo era da un lato quello di contrastare il cinema Statunitense, promuovendo quello nostrano; d’altra parte voleva contrastare gli “eccessi” del Neorealismo, che mostravano in modo troppo esplicito le difficoltà dell’Italia del dopoguerra. Quando, nel 1952 uscì Umberto Ddi Vittorio De Sica, Andreotti si oppose con forza, commentando che “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Di conseguenza si istituì una Commissione Statale incaricata di approvare le sceneggiature in fase di pre produzione. Inoltre era consentita la censura preventiva dei film che “diffamavano” l’Italia.

La legge che è rimasta in vigore fino alla scorsa settimana fu approvata nel 1962. Prevedeva che ogni film dovesse ottenere un nulla osta per la pubblicazione e l’esportazione. A concedere l’approvazione era una Commissione variamente composta: prevedeva un Presidente (solitamente un magistrato o un professore di diritto), due esponenti di categoria (produttori o distributori), due rappresentanti dell’associazione dei genitori per la tutela dei diritti dei minori, due esperti di cinema e uno psicologo. Eventualmente si poteva richiedere l’intervento anche di un rappresentante di associazioni per i diritti degli animali. La Commissione poteva richiedere tagli e modifiche alla pellicola, poteva vietarla a determinate fasce di età o poteva vietarne la diffusione.

LEGGI ANCHE  Spider-Man: Far From Home: il nuovo trailer, ma attenzione alle parole di Peter Parker

La nuova disposizione

Alex DeLarge, il protagonista di Arancia MeccanicaIl decreto dello scorso 5 Aprile ha abolito la censura. Ma cosa significa nel concreto? La Commissione in realtà esiste ancora, con una composizione molto simile. Tuttavia non ha più la possibilità di impedire la diffusione di un film, né di imporre tagli o modifiche. Il suo unico compito è quello di classificare la pellicola, in base ad una serie di criteri, stabilendo per quale fascia di età è più adatto. Può quindi scegliere se il film sia o meno adatto a tutti. Inoltre può vietarlo ai minori di 6, 14, 16 o 18 anni. Ovviamente questa classifica si baserà sulla presenza di scene violente o troppo esplicite, che potrebbero risultare disturbanti per un pubblico sensibile.

Si tratta comunque di un passo avanti importante e di una conquista per il mondo del cinema. Tuttavia non è una svolta così netta. Negli ultimi decenni sono molto rari i casi di film totalmente censurati. L’ultimo caso importante risale al 1998, con Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco. La Commissione ritenne questo film vietato a tutti, ritenendolo degradante per “la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità”, offensivo del buon costume, con esplicito “disprezzo verso il sentimento religioso” e contenente scene “blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale”. Da qui si scatenò un dibattito sul sistema della censura, che vede nell’attuale decreto una conclusione.

L’ultimo film censurato in Italia è Morituris di Raffaele Picchio, del 2012. A causa delle numerose scene violente, il film ha il nulla osta per la proiezione solo nei festival.

Quindi ora si può fare tutto?

Thomas-fotografa-una-modella-in-Blow-Up-di-AntonioniL’abolizione della censura non significa che d’ora in poi ci sarà una libertà incondizionata. In primo luogo, la classificazione di “vietato ai minori” comporta delle penalizzazioni per i film: rivolgendosi ad una fetta minore di pubblico gli incassi saranno inferiori, mentre in televisione verranno trasmessi solo in determinate fasce orarie.

Inoltre rimane una selezione a monte: quella dei produttori. Un film particolarmente esplicito, forte o “coraggioso” è anche un film rischioso, che potrebbe ricevere pareri negativi e critiche. Quindi spesso i produttori esitano a finanziare un progetto di questo tipo, ostacolandone così la realizzazione. E anche una volta acquistati i diritti, la casa produttrice può richiedere modifiche o compromessi al regista.

Rimane la questione della libertà artistica, un tema complesso e antico. L’arte deve avere dei limiti e assumersi delle responsabilità? Oppure deve essere totalmente libera di esprimersi? Possiamo ad esempio notare come la Commissione non comprenda rappresentanti di associazioni per i diritti delle minoranze. Negli ultimi anni il tema dell’inclusività e della rappresentazione è spesso correlato al dibattito sulla libertà artistica e la censura, eppure questo aspetto non è rispecchiato dal nuovo decreto.

D’altra parte, aspirare ad un cinema totalmente libero è alquanto irrealistico. Prima di tutto perché si tratta di una produzione importante e popolare, e questo la rende inevitabilmente soggetta a regole di mercato e compromessi. Qualsiasi autore terrà conto, in modo più o meno vincolante, delle richieste e dei gusti del pubblico, delle risorse a disposizione e così via. In secondo luogo perché il cinema ha un potere, e dunque una responsabilità. Può influenzare il pubblico, lanciare mode, favorire determinate concezioni. Lo dimostra l’uso strumentale che è stato fatto del cinema nel corso degli anni. Questo non deve comportare una limitazione della libertà di espressione, né una forzatura nella realizzazione del prodotto, ma sicuramente una presa di responsabilità e consapevolezza.

Ma c’è anche il problema di chi decide cosa sia giusto o meno, cosa sia moralmente accettabile e cosa no. Sono concetti labili e in evoluzione: fino a non troppo tempo fa la rappresentazione di una relazione omosessuale sarebbe stata considerata immorale, mentre oggi fortunatamente non è più così. Per questo è giusto che rimanga una classificazione dei film, ma non la censura totale: in questo modo è più facile garantire allo spettatore di avere la maturità e i mezzi giusti per comprendere e valutare al meglio il film.

In fin dei conti, il nuovo decreto è sicuramente un passo avanti. A testimoniarlo sono i numerosi capolavori vittime di censura in passato: da Ultimo Tango a ParigiArancia Meccanica, da Freaks a Blow Up, passando per Pasolini e Hitchcock. Da un lato è un punto di arrivo, un obiettivo raggiunto dopo anni di dibattiti e lotte sul tema. Ma non è la fine del percorso: è giusto continuare a discutere di libertà artistica, di scelte di messa in scena, dell’influenza del cinema sul pubblico e di moralità. Forse, d’ora in poi, in modo ancora più libero.

Questo e molto altro su CiakClub.it

Gaia Franco

Gaia Franco

Lucana, studentessa a Bologna. Appassionata da sempre di cinema, letteratura e qualsiasi forma d'arte.

Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments