Film classici come Grease e Via col vento hanno recentemente suscitato critiche di sessismo e razzismo. Ecco la nostra riflessione sul delicato equilibrio fra il "politicamente corretto", la polemica e il ripudio delle opere del passato

Non è la prima volta che succede. Alcuni film classici o cult del passato vengono proiettati o ritrasmessi e vengono involontariamente – e inesorabilmente – posti sotto la lente di ingrandimento del nostro presente. Vi ricordate le accuse sollevate da chi ritiene, pure giustamente, che Via col vento sia un film razzista? Bene, questa volta ad essere stato messo sotto accusa è stato il musical cult degli anni ’70: Grease.

Quando Grease è stato messo in onda da BBC1 la sera di Santo Stefano, in occasione del suo 42esimo anniversario dall’uscita nei cinema, ha ricevuto alcune peculiari critiche social – e non era nemmeno la prima volta che il film veniva criticato. Perché che sia stata una cosa detta solo da qualche utente, oppure che la notizia sia stata gonfiata ad arte dai media, le questioni poste sul tavolo sono più che legittime.

Primariamente il film è stato definito misogeno, patriarcale e umiliante per le donne a causa dell’immagine, o forse meglio dire delle immagini, che vengono fornite del femminile. Oltre a questo, Grease è stato anche tacciato di omofobia, definito “eccessivamente bianco” e persino “rapey”, cioè che incita ad un comportamento molestatorio.

Il primo commento che verrebbe da fare è che sessismo, razzismo e discriminazioni varie non sono tanto relative a quello specifico film. Sono piuttosto tutte problematiche insite in quell’epoca. Insomma perché “così succedeva a quei tempi”. E questo in riferimento sia al 1978, in cui il film è uscito – non di certo il Medioevo -, sia all’epoca in cui è ambientato. Non potevano essere infatti nemmeno i “wealthy” anni ’50 ad essere inclusivi e progressisti con minoranze di genere o razziale, né purtroppo tantomeno con le donne.

Ma bisogna stare attenti ad (ab)usare quel “a quei tempi” come spiegazione univoca. Pur avendo le sue ragioni, finisce per assolvere tutto ciò che è passato con la semplicistica spiegazione che “è passato”. Allo stesso modo non alimenta alcun dibattito (che è forse la vera piaga del nostro carissimo e contemporaneo mondo social).

La critica sociale è essenziale

Sandy e Danny si nascondono dietro il menù della caffetteria

Nella critica ai media, il contesto sociale è fondamentale. Nulla si crea e nulla si dà nel vuoto. Ed ecco perché è così importante saper vedere le cose, saper capire in sostanza come queste ci mostrano i segni del tempo in cui sono state pensate e create. Ed ecco perché applicare delle lenti critiche moderne ad opere del passato non è (non dovrebbe essere) solo un vomitare sentenze a destra e a manca, ma un esercizio vitale e prezioso.

E poi, a dirla tutta, questo revisionismo social nei confronti della Hollywood classica non è nemmeno una grande novità. In ambito accademico/intellettuale è infatti più o meno dagli anni ’70 che i film vengono riletti e criticati dagli studi culturali, femministi e non solo. Insomma, per dirla in parole povere: ci eravamo già accorti che i film classici erano misogini, retrogradi e pieni di valori a dir poco conservatori. 

Ora però se n’è accorta anche una grande parte dell’opinione pubblica. Ed è questa la vera novità. Un’opinione pubblica che spesso non fa sconti, spingendosi ogni tanto pure troppo in là e cavalcando l’onda della “critica facile”. E a cui molto spesso si risponde con un altrettanto definitivo: “era così a quei tempi”. Con il sottotesto sottinteso: “di cosa ci sorprendiamo?”.

Ma se è vero che molte consapevolezze sono cambiate negli ultimi 150 anni, è pure vero che la discriminazione è sempre stata discriminazione (leggi: è dunque vero che c’era discriminazione in quei film). La cosa è che quasi nessuno prima la riconosceva come tale e quindi a nessuno se ne imputavano delle responsabilità.

Insomma pure il produttore anni ’30 Louis B. Mayer aveva lo stesso comportamento di un Harvey Weinstein. Ma il contesto culturale del tempo non permetteva alle varie dive vittime di molestie di fare rimostrazioni giudiziarie a riguardo. Ora sì, e il merito è proprio di questa consapevolezza allargata. Ecco perché la critica sociale è essenziale.

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Ma allora Grease è davvero sessista?

Danny Zuko, Sandy e Kenickie con uno sguardo simpatico

L’unica risposta è sì, come era sessista la società degli anni ’70 in cui il film è uscito. E come lo era ancora di più quella degli anni ’50 in cui la storia di Grease è ambientata. Ma questo, come abbiamo detto più volte, non deve limitarci a buttare tutto nel calderone a-critico del passato.

In fin dei conti la storia raccontata da Grease non è altro che quella di una donna che deve cambiare la sua personalità per adattarla ai costumi, e dunque alle fantasie, di un uomo. Molte critiche femministe hanno pure cercato di leggere positivamente questa trasformazione, adducendo al fatto che Sandy in realtà sta solo scoprendo (anche letteralmente) il suo “vero” sé, discostandosi dal modello verginale alla Sandra Dee che i suoi genitori e la società per bene hanno scelto per lei. Ma questo nuovo “vero” sé, guarda a caso, si realizza in un’ulteriore rappresentazione conservatrice e stereotipata del femminile: la vamp.

Anzi se volessimo fare una critica socio-culturale più appropriata, c’è pure di peggio. Di peggio c’è che Grease esce nel 1978, ossia “dopo la fine” di tutte quelle rivolte sociali per i diritti civili che hanno interessato praticamente tutti i giovani dell’intero mondo occidentale tra i ’60 e i ’70. E il film, invece di proporre un modello alternativo/progressista di gioventù, decide di farsi portatore di una certa idea di conservatorismo. È un film dove è normale addurre al fatto che l’uomo debba quasi costringere la donna ad andare a letto con lui (“Did she put up a fight?”). Oppure dove la massima aspirazione di una donna sia quella di avere, e di conseguenza accontentare, il suo uomo.

E questo spirito conservatore è pure peggio, perché viene glorificato da uno spesso strato di zucchero, colori pastello e brillantini/a. Una storia mascherata da falsa liberazione adolescenziale. Anche perché, se vogliamo dirla tutta, non sono solo le donne ad uscirne male da questa rappresentazione. Anche i ragazzi finiscono per essere incasellati in ruoli che non gli lasciano alcuno scampo di auto-determinazione: o sei il figo o sei lo sfigato del liceo. Insomma, a vedere la gioia di questo musical, sembra proprio che quella gioventù bruciata anni ’50 non abbia lasciato quasi nulla di sé ai posteri.

Allora nessuno dovrebbe guardare più Grease o Via col vento?

Mamy consola Rossella in Via col vento

Criticare consapevolmente un film in sostanza diventa una forma, anche molto sana, di approccio alla realtà di quel periodo e, perché no, pure alla nostra. Quindi personalmente sono pure propenso a questo continuo revisionismo, o meglio rilettura storica, perché in sostanza è quello che ci fa progredire come società. E ci fa riconoscere i cambiamenti che sono avvenuti all’interno di essa.

Ma c’è un “ma”. Ciò che invece tendo ad approvare in minor grado è la tendenza all’iconoclastia che spesso tali critiche si portano dietro. In soldoni il dire: “questo va tolto dal catalogo X”, “il film Y non va più mostrato”, “nessuno dovrebbe più vedere Z”.

I film, come qualsiasi manifestazione culturale, sono oggetti complessi e spesso contraddittori. Via col vento o Grease sono prodotti che hanno fatto parte integrante della storia del cinema, nonché della Storia con la “s” maiuscola. Opere magne, esteticamente rilevanti, che hanno saputo parlare al pubblico, intercettando uno specifico clima storico, sociale e culturale. E di cui dunque non dobbiamo, né possiamo, privarcene.

Insomma, nonostante in America qualcuno abbia recentemente inneggiato al ban di un capolavoro come l’Odissea, a nessuno verrebbe in mente di distruggere le piramidi perché simbolo del lavoro schiavista. O eliminare gli ex-campi di concentramento nazisti, oggi luogo di memoria, perché simboli della violenza più becera avvenuta lo scorso secolo nel mondo occidentale.

Allo stesso modo il cinema del passato va giustamente criticato come prodotto culturale, ma senza che si arrivi al suo rinnegamento più totale. In sostanza: la realtà è complessa e ce ne dobbiamo fare una ragione. E il miglior modo per affrontarla è il dibattito. Le fazioni e gli assolutismi, ahimè, non funzionano… quasi mai.

E voi, cosa ne pensate? Fateci sapere la vostra opinione in merito nei commenti.

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Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

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