Da The Boys a Bojack Horseman passando per l'esperimento di Luca Guadagnino: la classifica delle migliori 10 serie TV del 2020.

Speriamo che anche voi abbiate trovato un po’ di conforto dalle Serie TV in questo 2020. Fra le sale vuote e la socialità limitata, per noi sono state sicuramente un punto di riferimento – se possibile – anche maggiore rispetto agli anni precedenti. Vi proponiamo il nostro bilancio, dunque, nella consapevolezza di dover escludere titoli importanti dall’elenco: su 500 produzioni annuali circa, i titoli di livello sono chiaramente tantissimi e il gusto popolare si sta differenziando e raffinando sempre di più. Con questa classifica andiamo anche a fare ordine e cerchiamo di comprendere quale sia lo stato di salute della TV. Quest’anno, al contrario del cinema, abbiamo visto tanti titoli dal grande richiamo commerciale andare incontro a una buona qualità. Ecco la top ten Serie TV 2020.

10) The Boys

Antony Starr e Erin Moriarty in una scena di The Boys

Si potrebbe dire che The Boys è il prodotto che ha messo Amazon Prime Video sulla mappa. Fino all’uscita della prima stagione il servizio dell’azienda di Bezos faticava a trovare il suo posto nel panorama delle piattaforme streaming. Una volta uscita, la prima stagione di The Boys ha fatto breccia e ha mostrato alla massa cosa aveva da offrire in termini cinematografici e televisivi l’azienda di Seattle, diventando il prodotto Amazon più visto e alzando l’asticella dell’hype in vista del secondo ciclo di episodi. Dopo la canonica attesa di 12 mesi ecco arrivare la seconda stagione, carica di tutto il suo carisma e la sua spinta pop. Gli 8 episodi usciti in questo 2020 confermano molte delle qualità della trasposizione dei fumetti di Garth Ennis, portando avanti al meglio il parco personaggi e facendo anche alcune aggiunte estremamente gradite e interessanti. Su tutti regna però sempre lui, il Patriota di Antony Starr di cui abbiamo scoperto finalmente le origini e il background e che rimane il protagonista di tutti i migliori momenti della serie. Questa seconda stagione ha mostrato anche il fianco ad alcuni piccoli difetti (qualche calo di ritmo, alcune sottotrame non riuscite) ed è per questo che non ha ottenuto un posto più in alto nella nostra classifica delle migliori serie tv del 2020.

A cura di Giacomo Lenzi.

9) Ozark

La famiglia Byrde in Ozark

La terza stagione di Ozark, malgrado qualche imperfezione nella scrittura, raggiunge chiari livelli di maturità e consapevolezza dei propri mezzi. Martin e Wendy continuano a riciclare denaro per il cartello messicano: lui vuole tenere un profilo basso, lei spinge nell’investimento in nuovi casinò. È il loro delicatissimo rapporto, sempre appeso a un filo e pronto a scoppiare, a rappresentare l’elemento di suspence e di maggior interesse. È normale vedere una moglie e un marito sull’orlo del divorzio… ma quando questa disfunzionalità potrebbe costarti la vita, la questione assume decisamente toni differenti.

Ozark, soprattutto, si conferma un’intelligente analisi del lato oscuro del capitalismo e del sogno americano. La ridente e linda famiglia appartenente alla classe borghese americana, apparentemente corretta e socialmente impegnata, nasconde in realtà un meccanismo di corruzione e criminalità che schiaccia il benessere di chiunque la circondi. La tesi viene valorizzata dalla messa in scena dai toni bluastri, oscuri, dai ritmi lenti e dalla poca colonna sonora. Terribilmente inquietante perché è lo schema sociale ad esserlo. Il sorprendente finale lascia spazio a un’ultma stagione che si preannuncia sicuramente ricca di emozioni. Ozark è una delle serie crime più complete di questi tempi.

8) We Are Who We Are

Una scena da We Are Who We Are, esordio televisivo di Guadagnino

L’esordio televisivo di Luca Guadagnino è già un manifesto generazionale dalla spinta tipicamente pop. Ci troviamo in una base militare americana a Chioggia. Fraser, figlio di due donne soldato, è insicuro sul suo orientamento sessuale. La vicina di casa, Caitlyn, figlia di un afroamericano dai pensieri trumpiani, è tentata dall’idea di cambiare il sesso biologico. In questi Stati Uniti in miniatura dai tratti conservatori e convenzionali, Guadagnino sceglie di affermare l’emancipazione giovanile nel segno dell’inclusività. Lo stile è quello del caratteristico Chiamami col tuo nome; il fattore sensoriale, il caldo estivo, il rumore del mare o il fruscio delle foglie rientrano in uno stile di regia immersivo, in cui anche i sottotitoli sembrano essere quasi interattivi.

Il punto sta però nella ricerca della propria identità, aspetto che coinvolge anche i personaggi adulti. La riflessione sulla fluidità di genere, slegata da un tradizionale dualismo uomo-donna, si trasforma di fatto in una rivendicazione di non conformità e non catalogazione, in cui l’aspetto di genere e orientamento è in realtà simbolico di un discorso più ampio. “Futuristic adolescent”, si legge su una maglietta di Fraser: adoloscenti futuristi al servizio della non politica, del non impegno, dell’espressione spontanea proprio laddove si parte per la guerra. L’opera del regista di Suspiria ha gli elementi evolutivi necessari alla televisione classica per mettersi in discussione. Lo stile cinematografico non compromette comunque la credibilità televisiva.

7) The Great

Elle Fanning è la protagonista di The Great

La figura di Caterina II di Russia assume i toni ironici e grotteschi di cui forse aveva bisogno. La giovane rivoluzionaria si trasferisce alla corte di Pietro III per diventare sua moglie. Ben presto, capisce che è ora di mettere fine al suo impero sciatto e amorale: il colpo di stato è dietro l’angolo. La geniale rivisatazione in chiave dark comedy della storia di Caterina la Grande viene direttamente da Tony McNamara, sceneggiatore della Favorita di Lanthimos. L’aspetto conturbante della vita reale in costume è ormai un suo marchio di fabbrica; stavolta, però, il creatore decide di dare sporadicamente spazio anche al dramma, nonché all’ideale e all’integrità tipici di una ragazza con deliri di onnipotenza. Il tutto crea un’importante parabola d’emancipazione femminile.

La serie funziona perché ogni personaggio, fra alleati e rivali della protagonista, è caratterizzato con passione e dinamismo. In particolare, è il sadico Pietro a prendersi i riflettori: Nicholas Hoult riesce a renderlo vivace e perfettamente credibile nel suo ruolo di idiota e crudele, cattivo e stupido, volutamente comico e tutto sommato adorabile. Elle Fanning interpreta Caterina dimostrando di essere la piccola diva della TV e del cinema che ci si aspettava anni fa. Il suo compito è quello di ribaltare un mal governo che è una farsa, che strizza l’occhio a quelli odierni, un po’ come se lei volesse rendere la Russia “Great Again”. The Great è una serie scorrevole e leggera pur avendo strati e differenti chiavi di lettura. La sceneggiatura, difatti, è praticamente priva di difetti.

6) La regina degli scacchi

Anya Taylor Joy è La regina degli scacchi

La regina degli scacchi è stato probabilmente l’evento dell’anno. Difficile non premiare l’odissea di Beth, orfana che lotta contro il sessimo e contro le dipendenze per diventare una stella mondiale degli scacchi. Non è tanto la trama in sé a colpire, piuttosto semplice, quanto la protagonista carismatica e complessa che la vive. La serie Netflix è sostanzialmente il trionfo di Anya Taylor Joy, attrice dal talento indiscutibile che conquisterà la Hollywood dei prossimi dieci anni. Attraverso la forza espressiva degli occhi, l’attrice comunica la rabbia di Beth, la sua paura, il suo sarcasmo, il suo sguardo tagliente sulla realtà. Giudica, difficile che assolva. Riusciamo a sentire sulla nostra pelle il suo profondo senso di ingiustizia. Un personaggio così ben scritto non sarebbe stato altrettanto convincente senza questa ragazza ad interpretarla (nota tra l’altro per aver già collaborato con Eggers e Shyamalan).

La trama è semplice, esposta in ordine cronologico quasi fosse una cronaca, anche perché non dobbiamo mai perdere il centrale e ingombrante punto di vista di Beth, che è difatti l’unico personaggio approfondito. Per il resto, colpiscono i dettagli: dai costumi al trucco, passando per gli scacchi come elemento vivo e vitale della scena, ci immergiamo nelle atfmosfere degli anni ’60 per sette episodi senza poterne uscire, quasi come fossimo in apnea. L’immenso successo dello show conferma che Netflix è in grado di trovare la sintesi fra il fattore commerciale e la qualità.

Qui la nostra recensione de La regina degli scacchi.

5) Bojack Horseman

Il penultimo episodio di Bojack Horseman

Conquistiamo la seconda metà della classifica con Bojack Horseman. La serie sull’uomo-cavallo è la più cult che troverete qui, forse lo show più amato da una decina d’anni a questa parte. Lo abbiamo seguito nel suo baratro fino alla fine e avremmo continuato a farlo. Bojack ha rappresentato sei anni di terapia per tante persone, una crisi e un pianto collettivo, una fuga costante per poi ritrovarci sempre dove spesso non vogliamo stare: di fronte a uno specchio. Ma entriamo nello specifico.

La seconda metà della sesta stagione, uscita lo scorso inverno, ha messo in chiaro quanto questa sia stata una serie completa oltre che innovativa, capace di crescere e rinnovarsi su uno schema sempre simile a se stesso ma allo stesso tempo mai stagnante. La maturità della scrittura, insomma, ha evitato quei cali di ritmo che Netflix associava a un calo di ascolti. Così, siamo stati in attesa di risposte e spunti di riflessione per decine di episodi, fino ad arrivare a un final season la cui qualità d’animazione ha raggiunto vette uniche. Alla fine, forse non dare una risposta è la risposta che serviva. Forse la risposta è arrivata e ognuno ha colto ciò che preferiva. Il silenzio, dopo tutto, è il fisiologico proseguimento che Bojack Horseman annunciava.

Qui la nostra recensione del finale di Bojack.

4) The Mandalorian

Il mandaloriano e "Baby Yoda" nella serie Disney plus

L’ultima trilogia di Star Wars ha creato vibrazioni negative all’interno della fede di molti di noi. L’operazione Disney non solo non ha riscosso il favore del pubblico ma ha rischiato di allontanare diversi fan della saga. Nel momento più buio è però arrivato lui: Mando. Dave Filoni, dopo aver fatto un grande lavoro con The Clone Wars e Rebels, arriva alla prova di maturità e risponde pronto. Insieme a John Favreau (a cui la Disney deve dedicare una statua), ripesca tutto ciò che ha reso grande Star Wars. Da una parte vi è il ritorno ai generi di riferimento della trilogia originale (come il western) e dall’altra il trarre spunto dal manga Lone Wolf and Cub, una delle opere più citate degli ultimi cinquant’anni. È a quest’ultimo che dobbiamo il bel rapporto che si crea tra Mando e The Child (oggi Grogu).
 Soprattutto però The Mandalorian riprende un tratto fondamentale della saga originale: la narrazione attraverso il non detto. I collegamenti che si stanno creando con la mitologia creata da Lucas e la grande qualità tecnica che caratterizza ogni episodio non possono che portare The Mandalorian a essere una delle migliori serie tv di questo 2020 (anche perché in Italia entrambe le stagioni sono arrivate quest’anno).

A cura di Giacomo Lenzi.

Leggi anche The Mandalorian ha riportato equilibrio nella forza

3) Normal People

Normal People è la terza miglior serie dell'anno

Attenzione, dopo Normal People non sarete più gli stessi. La miniserie irlandese di Hulu e BBC, distribuita in Italia da StarzPlay, racconta una storia d’amore piuttosto convenzionale. La vincenda inizia durante il periodo scolastico e prosegue per qualche anno. Marianne e Connell, in effetti, sono persone decisamente normali: lui è sensibile, insicuro, introverso, lei… be’, più o meno lo stesso. Lui però è popolare, lei no. Nonostante la mancanza di azione e colpi di scena, Normal People tiene con il fiato sospeso per dieci brevi episodi che non lasciano spazio alla possibilità di spegnere il televisore.

Lo show di Lenny Abrahamson e Hettie Macdonald ci riporta con dolcezza a un vissuto basico delle emozioni, se vogliamo anche nell’aspetto più infantile delle stesse. La prospettiva normale e “normalizzante” dell’amore alimenta l’identificazione e la catarasi; fattore, questo, che avviene in un panorama televisivo in cui il sentimento viene spesso spettacolarizzato e immischiato in un contesto quasi circense. Ma è probabilmente l’intensità con cui vivono il sentimento che, complice una regia fredda e di forte personalità, rende difficile per lo spettatore non subire il fascino magnetico e ipnotico di Normal People e dei suoi paesaggi irlandesi. Una serie che rischia di diventare anche un’educazione sentimentale – per una volta – sana e autentica, capace di riempire e svuotare l’animo di chi partecipa nello stesso momento. Normal People dà… e toglie. Sicuramente, ci insegna ad accettare noi stessi tramite l’altro/a.

2) The Crown

Emma Corrin è Lady Diana in The Crown 4

Dal gelo russo alla corte di Elisabetta II. The Crown è evidentemente uno dei picchi di qualità della serialità contemporanea e il miglior prodotto originale di Netflix; questo quarto ciclo di episodi è il capolavoro della già grande opera di Peter Morgan. La ventata d’aria fresca portata dagli ingressi di Diana e Margaret Thatcher, interpretate dalla esordiente Emma Corrin e da un’inedita Gillian Anderson, spariglia le carte in tavola e restituisce nuova linfa vitale a uno show che altrimenta rischiava di diventare ridondante. Rischio abilmente evitato. The Crown, quindi, continua a proporre l’aspetto esistenzialista e i differenti punti di vista rispetto alla famiglia reale. Sono i personaggi nuovi, però, che si inseriscono con forza anche perché stavolta sono sguardi che creano crepe internamente.

Lady D. è un raggio di sole, è la dolcezza che lo spettatore aspettava e allo stesso tempo un terremoto. È la purezza fugace che rappresenta l’ideale a cui la monarchia dovrebbe tendere. Corrin è spontanea, a tratti commovente, perfetta nel rispetto nei confronti di un personaggio storico il cui valore iconico prescinde da tempo e spazio. Gillian Anderson è decisa, ferma, quasi inquietante. Veramente di Ferro come la sua Lady. The Crown continua ad associare per simbolismi ed enfatizzazioni i fatti storici più imponenti alla condizione di essere umani esiliati che i personaggi vivono in quanto vittime della monarchia. È da brividi la scelta di costruire il parallelismo fra un cervo ferito e la superficialità e il cinismo dei reali, così come il prorompente ingresso nella storia dei nuovi personaggi femminili. Un settaggio dei temi della serie atto ad introdurre il senso d’apocalisse. The Crown sta avvicindando la storia britannica all’epica.

1) Better Call Saul

Better Call Saul è la miglior serie dell'anno

Difficile spiegare il valore di Better Call Saul in poche righe. Perché è la miglior serie TV dell’anno? Vince Gilligan, dopo Breaking Bad, sta compiendo un’altra piccola rivoluzione. La serie su Jimmy/Saul è una delle storie criminali più appassionanti di sempre. I silenzi e i non detti comunicano tanto e condannano lo show a rimanere immerso in questa atmosfera affascinante ma sfuggente, inafferrabile (al contrario della più impietuosa serie madre). I cambi di ritmo e la gestione dei tempi e della suspence sono equilibrati e bilanciati alla perfezione. Better Call Saul è anche un mix di generi e un confronto fra mondi interiori e contesti sociali, tutti a loro modo dignitosi: sono complessi e destinati a incrociarsi ciclicamente, ma hanno ragione di esistere anche in maniera indipendente. Bob Odenkirk e Rhea Seehorn si confermano inoltre due pesi massimi dalla televisione; quest’ultima interpreta uno dei personaggi femminili più interessanti che si ricordino, un personaggio già inevitabilmente cult.

Certo, messa così questa analisi sembra un elenco della spesa. Allora facciamo un passo indietro: Breaking Bad fu un fulmine a ciel sereno, un prodotto capace di proiettare la serialità nella modernità dell’ultimo decennio. Better Call Saul ne ha affinato lo stile, ha reso più maturi i temi, ha chirurgicamente scomposto e frammentato dei personaggi mai così completi in precedenza. E ogni percorso umano raccontato ci ha messo di fronte al dolore della perdita, al “diventare cattivi”, a una costante dimensione di ambiguità a cui l’essere umano è relegato. Gilligan racconta anche lo squallore.

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Questa e altre classifiche su CiakClub.it.

Tiziano Angelo

Tiziano Angelo

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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Fili
Fili
25 giorni fa

Better call Saul prima 😍 condiviso appieno