Grazie alle due stagioni di The Mandalorian, la Forza ha ricominciato a scorrere potente in noi. La nostra recensione senza spoiler.

Nel mondo dell’informatica e, più specificatamente, dei videogiochi esiste la locuzione Killer Application/Killer App che viene utilizzata per descrivere quei titoli che spingono l’utente ad acquistare l’hardware necessario per poterlo giocare. Per fare un esempio al lancio di Nintendo Switch, The Legend of Zelda: Breath of the Wild era la Killer App della nuova console.
Se vogliamo quindi traslare questo ragionamento nel mondo delle piattaforme possiamo dire che The Mandalorian è stata (ed è) senza dubbio la Killer App di Disney+. Durante questo primo anno (10 mesi in Europa) della piattaforma della casa di Topolino, The Mandalorian ha sostanzialmente rappresentato l’unica ragione valida per sottoscrivere un abbonamento. Certo, è bello poter rivedere i classici Disney, riguardare i film Pixar, godersi la (fighissima) serie di documentari di Jeff Goldblum ma la realtà è che nulla ha trainato e sta trainando abbonamenti come le avventure del mandaloriano. Quello che però non ci saremmo aspettati è che The Mandalorian fosse la Killer App non solo di Disney+ ma di tutto l’universo Star Wars.
Non è un segreto che l’ultima trilogia a cura Disney non solo non abbia riscosso grande approvazione ma abbia anche fatto perdere interesse a molti fan dell’universo inventato da Lucas. Con queste due stagioni di The Mandalorian il trend è stato invertito, tanto che all’ultima riunione con gli investitori la Disney si è potuta permettere di lanciare, tra la miriade di cose, ben 10 serie a tema Star Wars e due film. Il tutto prima dell’ultima puntata della seconda stagione del mandaloriano. Una mossa che dimostra quanto sia stato amato il lavoro di Filoni e Favreau.

Finita questa intro abbastanza particolare che mostra uno dei punti di arrivo di The Mandalorian, facciamo un viaggio a ritroso e andiamo a vedere i motivi per cui, grazie alle sue due stagioni, la Forza scorre di nuovo potente in noi.

ARTICOLO ASSOLUTAMENTE SENZA SPOILER

Un ritorno alle origini

Mando e The Child in volo

Quando George Lucas realizza quella che poi sarebbe stata definita come la trilogia originale, al suo interno ci inserisce tutte le sue passioni e il suo background culturale. Dentro ci possiamo trovare: il Dune di Frank Herbert, il Flash Gordon di Alex Raymond, i film sui samurai (o chambara movie) portati agli occhi del grande pubblico da Kurosawa, i grandi western di Ford e le rivisitazioni di Corbucci e Leone, i film sulla Seconda Guerra Mondiale e quelli di Fantascienza più classica. A legare abbiamo tutte le influenze di un ragazzo cresciuto negli anni ’60: il sentimento rivoluzionario, una Forza invisibile che attraversa tutti gli esseri viventi e molti altri concetti appartenenti al mondo della controcultura.
Quando Jon Favreau, uomo che con Iron Man ha lanciato l’universo Marvel e con Il Libro della Giungla (e poi Il Re Leone) ha posto le basi per i revival in Live Action dei classici Disney, si approccia a The Mandalorian ha una chiara idea in testa: ritornare alle origini della saga. Operazione che lo stesso Abrams aveva tentato con Episodio VII ma in modo estremamente grossolano e furbacchione (per non dire paraculo). Favreau riesce a riproporre lo Star Wars originale senza però andarlo a toccare, standoci (almeno fino al finale della seconda stagione) lontano e rimanendo indipendente. Volendo semplificare (e forse banalizzare) il concetto: The Mandalorian recupera il cuore di Star Wars.
La storia probabilmente la conoscete già tutti: un mandaloriano (interpretato da Pedro Pascal), per lungo tempo senza volto e senza nome, trova in una sua missione “The Child“(che la community ha rinominato Baby Yoda), un bambino anch’esso senza nome ma dotato di poteri a lui sconosciuti; il nostro mandaloriano dovrà ricongiungere alla sua famiglia il bambino. Il tutto è ambientato cinque anni dopo Episodio VI: Il Ritorno dello Jedi.
Nella sua semplicità di fondo The Mandalorian trova la sua forza. I due protagonisti citano ovviamente The Lone Wolf and Cub, ovvero il manga che rappresenta una delle opere più influenti degli ultimi cinquant’anni, Mando non può che ricordare il Clint Eastwood pistolero senza nome dei film di Leone. Gli episodi della prima (e in parte della seconda) stagione di The Mandalorian sono procedurali: i due sbarcano su un nuovo pianeta; qualcuno chiede una mano a Mando; svolgimento della missione; avanti con missione/pianeta successivo. Questa struttura così classica e semplice ha permesso di avere episodi corti, ricchi di azione, estremamente variegati e pieni zeppi di citazioni (segnalo particolare l’episodio 1×06 con la sua bellissima citazione ad Alien). Il tutto ovviamente senza escludere una crescita dei personaggi e delle incursioni della trama orizzontale nella serie. Col procedere degli episodi e, soprattutto, con l’arrivo della seconda stagione però il quadro è progressivamente cambiato. La serie ha iniziato a mutare, a legarsi alla mitologia dell’universo di Star Wars. È qua che ha avuto un ruolo ancor più fondamentale Dave Filoni e che The Mandalorian fa il suo balzo in avanti definitivo.

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Espandere la saga senza tradirla

Scena tratta dal primo episodio di The Mandalorian

Dave Filoni è un grande studioso di Star Wars, un vero nerd della materia. Lo aveva già dimostrato gestendo le serie animate della saga: Clone Wars, Rebels e Resistance. Qua però è stato chiamato a fare il salto di qualità. Con The Mandalorian ha fatto un vero lavoro di taglia e cuci su tutta la mitologia di Star Wars. Innanzitutto cercando non solo di rimanere più coerenti possibili con il canone della saga ma andando a correggere errori e a dare spiegazioni là dove non erano state date (per esempio le origini del Primo Ordine). Poi, sfruttando la struttura procedurale della serie di cui abbiamo parlato prima e facendo quindi viaggiare Mando in diversi pianeti, c’è stata la possibilità di vedere e introdurre molti luoghi, personaggi, leggende, oggetti e quant’altro. Così facendo è Filoni ha potuto ripescare vere e proprie icone dalle sue serie precedenti e dai romanzi, andando ad ampliare la mitologia di Star Wars senza snaturarla. Infine, verso il finale della seconda stagione, ha legato la serie alla saga principale, prendendosi dei rischi ma riuscendo a raggiungere il risultato e recuperando quel senso di epica intrinseca alla saga di Lucas. Purtroppo in questa sede non posso dirvi molto di più, gli spoiler sarebbero enormi e sarebbe un peccato rovinare una sorpresa così ben orchestrata e tenuta nascosta fino ad oggi. Quello che posso dirvi è che The Mandalorian è riuscita nel suo obiettivo di riportare la grandezza che Star Wars sembrava aver perso, ha fatto tornare la fede in me e sicuramente in moltissimi di quelli che la hanno vista. Ha riportato finalmente l’equilibrio perduto nella Forza, diventando probabilmente il miglior prodotto di Star Wars dal 1983 ad oggi.

Prima di lasciarvi due postille:

  • una menzione speciale alle musiche, non vengono mai utilizzate (se non in un unico specifico caso) quelle di Williams ma sono comunque splendide e perfette;
  • la varietà di registi scelti per girare le singole puntate è, con ovvi alti e bassi, ben riuscita;
  • dopo la sua conclusione (e soprattutto dopo la scena post credits dell’ultimo episodio) è probabile che The Mandalorian non sarà più quella che abbiamo imparato a conoscere.

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Giacomo Lenzi

Giacomo Lenzi

Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l'arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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LRG
LRG
4 mesi fa

Hai detto bene, ha fatto tornare la fede.