Senza le sale cinematografiche non ci rimangono che le piattaforme streaming. Eccovi quindi 5 film da vedere su Netflix questo mese.

Questa non è ovviamente la sede in cui parlare di che anno sia stato il 2020, di quanto ci abbia segnato. Tra le enormi conseguenze molte hanno però colpito anche il nostro settore, quello dell’intrattenimento e, più nello specifico, del mondo del cinema. In un anno in cui le sale sono state per la maggior parte del tempo chiuse, lo streaming ha acquisito ancor più importanza tra gli appassionati e tra gli spettatori più casuali. Il problema però, per assurdo, è l’abbondanza. Tantissime piattaforme con cataloghi sempre più sconfinati. È qua che noi di ciakclub vogliamo venirvi in aiuto con i consigli che vi daremo svariando tra le varie piattaforme streaming di mese in mese. Partiamo ovviamente dalla più famosa: eccovi qua 5 film da vedere su Netflix per questo dicembre 2020.

N.B – la lista che segue è in ordine puramente alfabetico

#Alive di Cho Il-yung

Immagine promozionale di #Alive, film Netflix Original

La new wave del cinema sud coreano, iniziata con la fine degli anni’90 e proseguita lungo tutto l’inizio del nuovo secolo, ha portato a imporre la cinematografia del suddetto paese a livello internazionale, con l’apice (a livello di popolarità) raggiunto lo scorso anno da Parasite. Anche il miglior zombie movie dell’ultimo decennio batte la bandiera della Corea del Sud, stiamo parlando di quel Train to Busan che ha dato nuova linfa al genere portando un successo inaspettato e una marea di soldi ai produttori. Quest’anno quindi hanno deciso di riprovarci in quella fetta di terra a sotto il 38esimo parallelo con ben due opere: una è Peninsula, il sequel di Train to Busan; l’altra è protagonista di questo paragrafo, #Alive di Cho Il-yung. La vicenda è piuttosto classica: un ragazzo appassionato di videogiochi rimane isolato nel suo appartamento durante un’epidemia che trasforma le persone in (indovinate un po’) zombie.
Diciamolo immediatamente, rispetto al “capostipite” di Yeon Sang-ho è un film inferiore ma soprattutto differente, qua il tono è molto più vicino al genere young-adult rispetto all’horror. Il primo atto è dedicato alla sopravvivenza del protagonista con problematiche legate alle risorse classiche come acqua e cibo ma anche internet, corrente elettrica oppure il contatto telematico con gli altri e infine il resistere al sopraggiungere della vera e propria solitudine. Il secondo atto è quello più ironico e più originale, con veri e propri sprazzi da teen comedy e l’aggiunta di un bel personaggio secondario. Il terzo atto è quello più propriamente legato alle dinamiche classiche zombie con molti pregi ma anche caratterizzato dai difetti più evidenti. #Alive non è privo di problemi e forzature ma è la classica opera per tutti, 90 minuti di leggerezza dotati di buon ritmo e una cura per la fotografia veramente di alto livello. Tra i film da vedere su Netflix che vi consigliamo questo mese non è  il migliore ma è quello perfetto per ogni momento della giornata.

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Collateral di Michael Mann

Tom Cruise e Jamie Foxx in Collateral

Partiamo dalle basi: 1) Michael Mann è contemporaneamente uno dei più grandi registi in vita e uno degli autori più sottovalutati/dimenticati dal grande pubblico; 2) Collateral è tra le migliori opere cinematografiche del 21esimo secolo.
Detto questo parliamo più nel dettaglio del film.
Tutto iniziò nel 1989 quando lo sceneggiatore Stuart Beattie tornando a casa in Taxi dall’aeroporto si immagina una storia: un tassista carica un cliente qualsiasi, lo porta in giro per New York tutta la notte ma, a sua insaputa, è un serial killer. Per tanti anni la sceneggiatura rimane nel cassetto, vengono fatte varie stesure e modifiche, i diritti passano di mano in mano (per poco non diventa un film direct to video per la HBO). Un giorno però, a inizio anni 2000 dopo che la Dreamworks ne ha acquisito la licenza, Russel Crowe se ne interessa e la produzione si mette in moto. L’attore australiano, che in quegli anni era una delle maggiori stelle di Hollywood, consiglia Michael Mann in cabina di regia (con cui aveva lavorato in Insider). Le cose sembrano fatte quando Crowe deve abbandonare il progetto causa impegni pregressi, nel mentre Michael Mann riesce a spostare l’ambientazione da New York alla sua Los Angeles, fa ingaggiare Tom Cruise per il ruolo del sicario (sì, negli anni si è passati da Serial Killer a Sicario) e, dopo aver incassato un rifiuto da Adam Sandler, per quello del tassista fa assumere Jamie Foxx con cui aveva lavorato in Alì. Ecco, dopo una storia lunga 24 anni (il film esce nel 2003), Collateral vede finalmente la luce, diversissimo da come Beattie lo aveva immaginato e probabilmente molto migliore. Mann ottiene il consenso a realizzarlo totalmente in digitale (al tempo una scelta sia unica che folle) e il capolavoro è servito. Un noir metropolitano perfetto che in buona parte rivoluziona il genere che lo stesso Michale Mann aveva contribuito a forgiare. Oscurità, luci e strade che diventano ragnatele fiammeggianti, una città spesso ripresa dall’alto che si eleva a protagonista. Due personaggi meravigliosi con Tom Cruise nell’interpretazione migliore della sua carriera (sicuramente la più peculiare). Due Coyote per spiegare l’intero film in un’unica scena. Se esiste un film da vedere su Netflix questo mese è senza dubbio Collateral.

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Gone Girl – L’amore Bugiardo di David Fincher

Scena iniziale di Gone Girl - L'amore Bugiardo di David Fincher

La visione di Mank, uscito su Netflix lo scorso 4 dicembre (trovate sotto la nostra recensione), mi ha portato ad una riflessione piuttosto banale: sei anni senza un film di David Fincher sono davvero troppi. Immediatamente ho sentito il bisogno di rivedere Gone Girl – L’amore bugiardo, uscito nel 2014. La visione mi ha portato a diverse riflessioni, prima fra tutte il fatto che sia un’opera sottovalutata o, meglio, considerata dal grande pubblico per i motivi sbagliati.
Gone Girl è la trasposizione di un bel romanzo scritto da Gillian Flynn nel 2012, l’autrice (che ha scritto anche la sceneggiatura del film) ha il chiaro intento di mostrare lo sfaldamento dell’istituzione del matrimonio. Lo fa dispiegando la vicenda lungo tutta la prima metà dell’opera. Ha uno sguardo al limite del sadico, accumula le frustrazioni e le antipatie reciproche di Nick e Amy fino mutarle in odio con sprazzi di violenza. Nella seconda metà del film invece la sceneggiatura si apre, si stende come una macchia d’olio, aumenta il suo respiro ma mostra anche alcuni suoi limiti, qualche piccola forzatura. Una storia così forte già in partenza sembra quasi relegare Fincher in secondo piano ed è proprio qua che sta l’errore di valutazione. Il regista statunitense con Gone Girl porta avanti la sua grande opera di sperimentazione filmica che ha contraddistinto tutta la sua carriera (specialmente da Zodiac in poi). Lo fa mutuando svariati generi allo scopo di modificare il suo linguaggio cinematografico con lo scopo di portare sul piano della dissimulazione l’intera vicenda. Ogni immagine di Gone Girl, ogni scena, ci porta a provare sensazioni differenti da quella precedente e dalla successiva, lo spettatore è su una montagna russa di sentimenti contrastanti e questo non grazie alle frasi e alle parole dei protagonisti ma all’impostazione filmica che Fincher dà all’opera, tramite l’utilizzo di vari registri che vanno dal thriller classico al grottesco senza apparente soluzione di continuità. In suo aiuto la splendida colonna sonora e la scelta dei due attori protagonisti: Ben Affleck è l’uomo giusto al posto giusto, il personaggio sembra scritto per lui; Rosamund Pike è semplicemente perfetta, una vedova nera con echi hitchcockiani, bellissima e spaventosamente letale. Ecco, in sintesi: Gone Girl è un’opera meravigliosa non per il plot twist o semplicemente per il fatto che abbia una storia interessante ma per come Fincher mette in scena continuando il suo percorso di sperimentazione del linguaggio cinematografico. Riguardarlo in quest’ottica lo rende un film da vedere su Netflix perfetto per questo dicembre.

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Il Capitale Umano di Paolo Virzì

Scena tratta da il Capitale Umano film di Paolo Virzì

Tra i film da vedere su Netflix di questo mese volevo inserire almeno un titolo italiano. La scelta in realtà era piuttosto abbondante: da classici come La Ciociara a uscite recenti, vedi L’isola delle Rose, da film più autoriali come Lazzaro Felice a opere di genere tipo Veloce come il Vento. Tra la moltitudine di titolo anche una discreta selezione di lungometraggi dei due autori italiani più in luce di tutti gli anni 2000, ovvero Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. La mia scelta però è ricaduta su Il Capitale Umano di Paolo Virzì.
Quando si parla di grandi autori cinematografici italiani attuali, il nome del regista toscano viene sempre oscurato da quelli di Sorrentino e Garrone, messo costantemente un gradino sotto rispetto agli altri due. Un grande peccato, perché Virzì ha una filmografia variegata e bellissima. Una serie di opere diverse tra loro, un linguaggio cinematografico in grado di spaziare e di appoggiarsi a più generi differenti e una visione d’autore valida e ben inquadrata. Tanto che anche lui, come Sorrentino e Garrone, ha realizzato un progetto internazionale, il riuscito Ella & John con Helen Mirren e Donald Sutherland.
La scelta de Il Capitale Umano però non è da attribuire solo al voler inserire un titolo di Virzì. Il film del 2014, oltre ad essere una delle migliori opere italiane degli ultimi anni, è anche un lungometraggio abbastanza unico all’interno della filmografia del regista toscano. Ne Il Capitale Umano Virzì abbandona la goliardia toscana e gli ambienti romani per volgere lo sguardo verso il Nord dello stivale, ambientando la vicenda nelle lande brianzole. Qua posiziona le sue molte pedine, ovvero un abbondante set di personaggi estremamente caratterizzati, tutti molto riconducibili a certe maschere perfette per la Commedia. Virzì però ci costruisce attorno una vicenda drammatica, nel tentativo di portarci alla scoperta del mondo più finanziario dell’Italia (sempre poco rappresentato), mostrando ombre e mostri che tendiamo a nascondere. Nel farlo non arriva però a dare facili giudizi morali e non cade nel cinismo più sempliciotto. Il suo è uno sguardo estremamente disincantato e di ampio respiro, elegante ma mai manierista. Il Capitale Umano ai David di Donatello del 2014 farà incetta di premi, vincendo anche quello per il miglior film battendo La Grande Bellezza di Sorrentino. Da lì in poi però se ne parlerà sempre di meno. Rappresenta un grande esempio di variazione sulla Commedia all’Italiana e relegarlo al dimenticatoio trovo sia ingiusto.
Recuperatelo.

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The Night Comes For Us – La Notte su di Noi di Timo Tjahjanto

Immagine promozionale di The Night Comes for Us

Come vi accennavamo nella nostra classifica dei migliori film d’azione del decennio (che potete trovare qua sotto), quando nel 2011 uscì l’indonesiano The Raid del gallese Gareth Evans il mondo  del cinema d’azione cambiò radicalmente. Il perché un gallese si ritrovò a girare un film in Indonesia è una storia incredibile che purtroppo non abbiamo il tempo di raccontarvi qua. Un film di genere semplicemente perfetto con coreografie esasperate ma sempre girate con una precisione chirurgica. Da quel momento l’Indonesia e Gareth Evans divennero il nuovo orizzonte del cinema d’azione e The Raid 2 non fece che confermare il trend. Il tutto diede vita ad una sorta di new wave action: Gareth Evans ha realizzato Apostle per Netflix e creato la serie Gangs of London; la star di The Raid Iko Uwais ha dato vita a uno staff per la creazione di coreografie ed è apparso in una multitudine di film tra cui anche Star Wars Episodio VII; altri membri del cast hanno avuto accesso a vari film di Hollywood tra cui un capitolo di Fast and Furious e l’ultimo John Wick. Tra chi è emerso in seguito al successo di questo nuovo filone vi è anche il regista del film da vedere su Netflix che vi consigliamo, Timo Tjahjanto che ha collaborato con Gareth Evans nel fighissimo V/H/S 2.
The Night Comes For Us – La Notte su di Noi rappresenta per il regista indonesiano la sua maturità artistica, dopo opere non riuscitissime come Killers e Headshot (anche questo disponibile su Netflix). I primi venti minuti del film ci danno il background del protagonista Ito, della sua vecchia banda di amici e contribuiscono a creare una mitologia intrecciata con le Triadi cinesi veramente interessante. Il tutto ci porta alla condizione che vede uno scenario di scontro semplicissimo, i pochi contro i tanti, che rappresenta anche il punto di rottura dell’opera e l’inizio della follia che dominerà il resto della visione. Da quel momento in poi il ritmo non accennerà a rallentare neanche per un attimo, le coreografie (create anche qua da Iko Uwais e dal suo team) fluiranno a schermo facendovi spalancare gli occhi.
Timo Tjahjanto con The Night Comes For Us intreccia le dinamiche del cinema di Hong Kong mutuate dall’opera di John Woo e Johnnie To, con l’estetica dei combattimenti ripresa da Gareth Evans e un’aggiunta di splatter e gore di suo gusto, attraverso un meccanismo narrativo che (piuttosto sorprendentemente) regge e sta in piedi.
Il risultato finale è uno dei film più divertenti degli ultimi anni che vi porterà a riguardarlo più volte. Vi appassionerete al duro protagonista Ito, all’ambiguo Arian ed a personaggi che sembrano usciti da alcuni folli videogiochi (e usiamo questo termine in positivo ovviamente). Inoltre vi ritroverete ad aggiornare la pagina IMDB del regista pregando di vedere un giorno un possibile sequel. Insomma per gli appassionati non è solo un film da vedere su Netflix ma un vero e proprio nuovo Cult.

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Giacomo Lenzi

Giacomo Lenzi

Semplicemente appassionato ed affamato di tutto ciò che riguarda la cultura e l'arte popolare (nel senso letterale del termine): fumetti, libri, fotografia, tv e, ovviamente, cinema, che ne è il massimo esponente e la massima espressione.

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