Con The Gentlemen, Guy Ritchie si riappropria del suo "vecchio" cinema, tracciando un quadro forse troppo perfetto del gangster moderno

Programmato per raggiungere i grandi schermi del nostro Paese lo scorso maggio, The Gentlemen, il nuovo film di Guy Ritchie, arriva finalmente sugli schermi di tutti noi grazie ad Amazon Prime Video.

Dopo un’incursione nel “grande” cinema d’intrattenimento, con la saga di Sherlock Holmes e il disneyano Aladdin (qui la nostra recensione), troviamo un Ritchie alle prese con i suoi toni e temi più consueti. The Gentlemen è infatti un ritorno, tipico e a-tipico insieme, al tanto amato genere action/gangster. Una riappropriazione personale, tutta pugni, montaggio serrato, sangue e meta-narrazione ambientata nei multietnici, ma quasi eterei, sobborghi londinesi.

I protagonisti di the Gentlemen in posa per la copertina del film

 

La trama… della trama… nella trama

Mickey seduto al tavolo contratta gli affari in the Gentlemen

“Per essere il re della giungla non basta comportarsi da re. Devi essere il re.”

Lo diciamo fin da subito: in questo The Gentlemen, Guy Ritchie si diverte a giocare con una storia a vari livelli. Principalmente la narrazione si concentra sulle vicende di Mickey Pearson (Matthew McConaughey), un americano emigrato a Londra che si è costruito un vero impero della droga. Ma non la polvere bianca “da ricchi” o le sofisticate droghe sintetiche, bensì la umile, e quasi legale, cannabis.

Una quasi-umiltà di intenzioni che verrà richiamata più volte durante ill film e che ci indica anche tutto il calibro del personaggio. Ormai all’apice di un successo costruitosi da self-made man, Pearson si ritrova a voler vendere parte della sua attività per ritirarsi ad una “normale” vita di agi con la compagna Rosalind (Michelle Dockerty). Per questo motivo entra in trattative con il miliardario Matthew Berger (Jeremy Strong). Un progetto solo all’apparenza facile, in quanto verrà ostacolato da svariati individui che complicheranno l’operazione.

Nel quadro della malavita sgangherata e irriverente di The Gentlemen così si aggiungono personaggi davvero singolari. Troviamo Coach (Colin Farrell), un allenatore di MMA con la sua banda di youtubers/picchiaduro; Dry-Eye (Henry Golding), lo scagnozzo del gangster cinese Lord George, pronto a tutto pur di acquistare potere e prestigio; oppure Big Dave (Eddie Marsan), editore del Daily Print che assolda investigatori privati per essere avvantaggiato con le informazioni.

Tutta la storia è però a sua volta da re-inquadrare all’interno di una cornice più generale, tracciata da quelli che sono a tutti gli effetti gli altri co-protagonisti della storia. Stiamo parlando di Fletcher (Hugh Grant) e Raymond (Charlie Hunnam). Il primo, un investigatore subdolo e quasi incapace, e il secondo, gelido braccio destro di Mickey, infatti ri-raccontano tutti gli eventi sottoforma di sceneggiatura. Una meta-narrazione che dona complessità e vivacità all’intera pellicola, nonché ulteriore senso a tutta l’operazione ritchiana, che diventa a tutti gli effetti una riflessione ulteriore sul fare cinema. Il suo cinema.

 

Un gangster movie targato Ritchie, tra divertimento e azione

Coach e la sua banda di scagnozzi youtubers in the Gentlemen

The Gentlemen è il ritorno di Guy Ritchie agli inizi di carriera, nonché quasi una riappropriazione del genere e forse anche della sua abilità di mettere in scena l’azione. Il regista si dà in questo film nella sua vena più pop, divertente ed esagerata. Un carattere che di certo non mancava nemmeno al blockbuster disneyano da lui diretto, ma che qui si mostra in tutta la sua libertà.

Il film presenta un’operazione di vera e propria liberazione dai canoni del “cinema di massa”. Nonostante il rigore formale ai limiti del parossismo che caratterizza l’intera pellicola, si può intravedere un Ritchie che utilizza tutte le cartucce a sua disposizione. E The Gentlemen si configura come un vero e proprio collage iperbolico, che abbandona il politically correct per spingersi nel più leggero divertissement. L’unico imperativo che lo guida è dunque l’accumulo.

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The Gentlemen è un film esageratamente corale. È infatti presente una grande quantità di personaggi. E questi sono tratteggiati sì in termini macchiettistici, ma allo stesso tempo non risultano mai appiattiti sulla superficie della pellicola. Troviamo quindi tutte le estrazioni etniche (inglesi, rom, cinesi, neri,…) e tutte le estrazioni sociali, dai nobili della City londinese agli immigrati delle zone popolari. C’è da precisare inoltre che il quadro variopinto è accentuato dalle magistrali interpretazioni degli attori principali. Questi infatti, in ricordo di un altro memorabile personaggio ritchiano – Pitt/”lo zingaro” in Snatch -, sfoggiano variopinti accenti inglesi. Dall’american english di Mickey all’inglese “scolastico” di Fletcher, dall’irlandese di Coach al cockney delle gang dei giovani che si incontrano nelle periferie della capitale.

E il remix eclettico di Guy Ritchie non si ferma nemmeno ai suoi personaggi. Se abbiamo detto che il cineasta è abile nel creare complessità attraverso i piani della narrazione, non lo è di meno in termini di stileritmo. I dialoghi serratissimi, e pure difficili da seguire, uniti al montaggio esagerato e iper-controllato delle scene d’azione, con ralenti e punti di vista azzardati, diventano il fulcro di un film che vuole puntare davvero in alto. Il tutto lasciando senza pausa lo spettatore.

 

Perfetto… ma con un però

Coach e Ray aprono il bagagliaio della macchina per vedere il sequestrato in the Gentleman

In sostanza, la macchina estetico-cinematografica di The Gentlemen appare davvero perfetta da qualsiasi punto la si guardi. Così come appare chiara anche la volontà dello stesso Ritchie di tornare alla libertà creativa degli albori. C’è un solo appunto che però mi sento di fare – e perdonatemi forse per la considerazione troppo azzardata.

The Gentlemen soffre, in minima parte, dello stesso difetto di un altro gangster movie della scorsa stagione: l’epico The Irishman di Martin Scorsese (qui la nostra recensione). Stiamo parlando di due film che, ognuno rispettivamente alle proprie intenzioni, rappresentano due prodotti al limite della perfezione estetica e contenutistica. Una perfezione frutto di un lavoro pienamente controllato e attento al dettaglio, fatto da gente che sa il fatto suo in termini di Cinema.

Il “problema” è che entrambe le pellicole finiscono per essere eccessivamente chiuse in sé stesse, forse fatte più per i loro autori che per noi spettatori. Il risultato dunque è quello di una bellissima esperienza artistica che rimane però leggermente asettica, faticando ad andare al di là del film stesso.

Insomma, al netto degli appunti, The Gentlemen va in ogni caso apprezzato come abilissimo esercizio di stile e salutato come il ritorno alle origini in pompa magna del regista inglese.

 

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Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

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