Mank non è solo la storia della realizzazione di Quarto Potere. David Fincher propone la sua idea di cinema moderno guardando gli anni '30.

È il 1940 e lo sceneggiatore alcolizzato Herman J. Mankiewicz è costretto a letto a causa di un incidente. Si ritira in una abitazione con due assistenti per lavorare a uno script commissionatogli da Orson Welles. Una seconda linea narrativa racconta i suoi precedenti dieci anni. Mank, nuovo film di David Fincher, ripercorre la genesi e lo sviluppo che portarono alla stesura della sceneggiatura di Quarto Potere. Il film vede nel cast Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins e Charles Dance. È scritto dal compianto Jack Fincher, padre di David.

Anni ’30 al quadrato

Louis B. Mayer in una scena del film

Louis B. Mayer, al centro, in una scena del film

Nel recensire Mank, è bene sottolineare come David Fincher sia da considerarsi fra i più innovativi registi di questo secolo. La sua ultima opera, dunque, si presenta “semplicemente” come un biopic su Herman J. Mankiewitcz. Tramite un bianco e nero accecante e una regia perfettamente integrata con le atmosfere degli anni ’30, l’autore di Fight Club riesce invece a fare molto di più: reinterpreta i canoni dell’opera biografica, ne discute i cliché e propone una sagace analisi della società e della Hollywood di quel periodo. Ne consegue un prodotto impeccabile, capace di andare a doppia velocità rispetto a un cinema già audace e sempre più slegato dalle logiche delle major.

Gli aspetti sociali, economici e politici dell’epoca fanno riferimento a tematiche attuali. Sulla stampa abbiamo il monopolio del magnate William Hearts, un uomo potente con la naturale inclinazione a censurare tutto ciò che non è funzionale, o addirittura rivale, al suo impero e alle sue interferenze con il mondo del cinema. Louis B. Mayer è il produttore conservatore che gli fa da galoppino. In questo ambiente repubblicano, Mank non potrà neanche esprimere la sua simpatia per Upton Sinclair, politico socialista vittima di falsità mediatiche. Fincher sembra voler sformare questo periodo storico per strizzare l’occhio a noi, spesso basiti di fronte a un ambiente a volte superficiale anche di fronte alle urgenze popolari. Un ambiente che non mette quasi mai il bene dell’arte al primo posto.

La tecnica degli anni ’30

Un primo piano di Amanda Seyfried

Un primo piano di Amanda Seyfried

Tutto questo viene raccontato attraverso una pellicola tecnicamente clamorosa. Accenavamo al bianco e nero: esso è perfettamente identico a quello di un film di tanti anni fa. Non è contrastato, è eccessivamente luminoso e il volto di Seyfried è praticamente sfavillante. Le inquadrature sono statiche e alternate a poche carrellate, i ritmi lenti. La riscotruzione di un suono pieno di interferenze e a volte troppo riverberato ricorda la messa in onda di una vecchia pellicola rovinata dal tempo. A legare il tutto, la dinamica e quadrata regia di Fincher che “si permette” di realizzare anche finte bruciature di pellicola e pezzi di colonna sonora saltati. Nonostante lo stile di 80 anni fa, Mank colpisce in quanto opera estremamente attuale nella tecnica e nei temi. Uno sguardo al passato per proiettarci, di fatto, in un cinema progressista.

Modernità

Hearts e Mayer i un evento mondano della MGM

Hearts e Mayer in un evento mondano della MGM

Il sogno di Mank nacque diversi anni fa, quando nel 2003 Jack Fincher ne ultimò lo script. Nessuna casa di produzione volle mai fare il film, fino a che non intervenne Netflix per renderlo possibile: il racconto è realizzato proprio da quel mezzo tecnologico che potrebbe mettere da parte i classici studios. Ma, appunto, sarebbe da ingenui non considerare Fincher il regista perfetto per slegarsi dai luoghi comuni e portare avanti il cinema più visionario possibile. Già The Social Network si poneva come il prototipo di film moderno, oltre che piccolo capolavoro; con Mank, le riflessioni sono piuttosto simili.

Ma anche lo stesso Quarto Potere è modernità. La sceneggiatura di Jack Fincher rende omaggio al film di Welles e, se possibile, ha tutte le carte in regola per rinnovarne il mito. Il protagonista viene raccontato in maniera relativamente frammentaria e senza concedere la possibilità di un’interpretazione assoluta, come il vecchio Charles Foster Kane visto diversamente da ogni personaggio di contorno. I dialoghi, veloci e ironici per la maggior parte del tempo, rendono perfettamente ogni microcosmo che compone la complessa stratificazione sociale del mondo del cinema; è attraverso ogni battuta che anche ai personaggi secondari viene data la possibilità di essere compresi, e non solo in relazione al personaggio centrale.

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Gli anni ’30… con sentimento

Lily Collins interpreta l'assistente di Mank

Lily Collins interpreta l’assistente di Mank

La estrema cura dei dettagli, oltre che visivi, che riscontriamo proprio in questi dialoghi porta a un’evidente considerazione: sceneggiatore e regista hanno profondamente a cuore un periodo storico a cui, probabilmente, devono molto. Non è solo un processo intellettuale: i personaggi di supporto meritano rispetto perché sostanziali nella definizione di un film stesso, per principio ed ideale. Anche nelle interpretazioni possiamo riscontrare un approccio che riporta a quel particolare decennio. Gary Oldman è un fiume in piena pur senza essere mai sopra le righe; ma è soprattutto la credibilità da diva di Amanda Seyfried – qui nella sua migliore interpretazione della carriera – e di Lily Collins che ci convinciamo di stare assistendo a un film della Vecchia Hollywood, a volte drammatico e a volte non volutamente ironico quando si lascia andare all’enfasi. Un’analisi chirurgica ma anche un film pieno di cuore.

Don Chisciotte

Un primo piano di Gary Oldman

Un primo piano di Gary Oldman

Herman J. Mankiewitcz è soprannominato, appunto, Mank. Un socialista ad Hollywood è praticamente un’utopia, almeno secondo i Fincher. È l’idealizzazione del cinema impossibile al quale guardare con amore. Mank è un sognatore, un ingenuo, un innamorato – platonicamente e non – della sua musa Marion (Seyfried). È un uomo complicato e affascinante, ragione di esasperazione per la povera moglie. Ha problemi con l’alcol, è un burbero ed è fin troppo intelligente. Il film fa riferimento esplicito a quel Don Chisciotte che fa saltare tutti gli schemi per combattere i mulini a vento; alla corte di Mayer e Hearts, però, il nostro eroe letterario si deve scontrare con la realtà dei fatti. Forse è Hearts il vero Chisciotte e Mayer il suo Sancho al seguito in quanto illusori, prestigiatori. Mank è anche una riflessione sulla sostanza del cinema e sulla sua identità attualizzata ad oggi.

Conclusione

La locandina promozionale di Mank

La locandina promozionale di Mank

Fermamente convinti della qualità di un film sopra la media, consigliamo di vedere Mank almeno un paio di volte. La parabola discendente di un cinema che non c’è più potrebbe anche riportare a un nuovo Viale del tramonto, quando l’industria per Norma Desmond si faceva troppo piccola. Sono Welles e Mankiewitcz ad essere troppo grandi stavolta. Mank ci propone un’analisi di assoluto interesse su un cinema che si faceva più corrente attraverso la pietra miliare per eccellenza, Quarto Potere. Ma è proprio ricordandoci l’attualità del capolavoro del ’41 che Fincher propone la sua personale idea di modernità.

Saranno anche i dialoghi a convincere gli appassionati di un buon testo filmico: molte delle sequenze più argute e taglienti meritano più e più visioni. Non siamo soliti dare voti numerici ai film, ma, se lo facessimo, questo Mank si troverebbe vicino alle 5 stelle.

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Tiziano Angelo

Tiziano Angelo

Nato a Roma. Giornalista sportivo e cinematografico. Studioso e appassionato della Settima Arte e della letteratura da sempre. È tutto.

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