Dal balletto classico al thriller di Aronofsky: un'analisi di come Il Cigno Nero riesca ad attualizzare la romantica fiaba di Čajkovskij.

Era il 1877 quando, in un teatro di Mosca, Il lago dei cigni di Čajkovskij andò in scena per la prima volta. Da allora è stato rivisto, modificato, rielaborato ed eseguito in numerosi modi diversi, diventando uno dei balletti più famosi di sempre. E’ a quello stesso balletto che Darren Aronofsky assiste nei primi anni 2000, rimanendo colpito e affascinato: da qui nascerà Il cigno nero.

Da uno dei balletti più romantici ed eleganti di sempre ad un thriller drammatico dai tratti molto inquietanti: c’è una linea che collega questi due mondi apparentemente molto distanti tra loro, che discende nel lato più oscuro della psiche umana. Aronofsky riesce a trovare il punto di contatto tra la bellezza e la decadenza, tra la perfezione e l’ossessione, tra Odine e Odette, rivelando che sono molto più vicine di quanto sembri.

Da Čajkovskij ad Aronofsky: cigno bianco e cigno nero

Il balletto ne Il Cigno NeroApparentemente, Il lago dei cigni può sembrare la più semplice delle favole. Da una parte il Bene: la bella Odette, costretta da un incantesimo nel corpo di un cigno, in attesa del vero amore che spezzi la maledizione; dall’altra il Male, Odine, il cigno nero che inganna e seduce il principe Siegfried, portando Odette alla morte. L’eterna lotta tra Bene e Male, il tradizionale legame tra Amore e Morte, il finale tragico con la consacrazione dell’eterno amore tra Odette e Siegfried solo dopo il suicidio.

Eppure, ci sono degli aspetti molto interessanti e inquietanti nel balletto. Spesso Odine e Odette sono interpretate dalla stessa ballerina: le due sono identiche, tanto che il cigno nero riesce perfettamente a fingersi la sua nemesi. La differenza tra le due sta solo nel modo di ballare, ma non viene riconosciuta. Allegoricamente, Čajkovskij ci rivela che Bene e Male non sono così distanti tra loro, e che è fin troppo facile confonderli. Allo stesso tempo, Sigfried ama teneramente il Bene, ma si lascia sedurre dal fascino del Male così come il resto della sua corte.

Sono questi elementi che Aronofsky riconosce e sviluppa nel suo Cigno Nero. La storia di Nina (Natalie Portman), in balia delle sue ossessioni e disturbi, si sovrappone a quella del Lago dei cigni. Il suo tentativo di entrare nel personaggio la porta a perdere il contatto con la realtà, ad assorbire il dualismo tra cigno bianco e nero fino a confonderli, arrivando al sacrificio di sé anche al di fuori del balletto. Ma così come nessuno si accorge dell’inganno di Odine, allo stesso modo nessuno dei personaggi riesce ad aiutare Nina: la madre, Thomas, Lily, non fanno che peggiorare la sua situazione, ognuno perseguendo i propri interessi. La prima con i suoi atteggiamenti iperprotettivi e soffocanti; il direttore artistico per poter avere la ballerina perfetta nel suo spettacolo; Lily nel segreto tentativo di prendere il suo posto.

Il doppio e l’ossessione del corpo

Natalie Portman come Nina ne "Il cigno nero"

Se pensiamo al balletto ci vengono in mente figure eteree, leggere, eleganti. Eppure, la danza si basa proprio sul riuscire a trasmettere le emozioni e l’interiorità attraverso il corpo e i suoi movimenti, Dalla posizione dello spettatore cogliamo la bellezza della coreografia e la perfezione artistica, ma non notiamo tutto ciò che c’è dietro: fatica, dolore, sudore.

Aronofsky, invece, insiste proprio su questo. C’è in tutto il film uno sguardo quasi ossessivo su tutto ciò che riguarda il corpo, la fisicità. Lo sguardo si sofferma attentamente sui piedi in punta, sulle gambe tese, sulle articolazioni che scricchiolano. Ma il corpo diventa anche oggetto, strumento: è fonte di desiderio nella sensualità che Lily trasuda e che Nina cerca di raggiungere; è merce di scambio quando tutte le ballerine si accusano a vicenda di aver ottenuto ruoli importanti seducendo Thomas; è mezzo di comunicazione quando Thomas cerca di estrapolare il Cigno Nero da Nina attraverso un forte contatto fisico a tratti molesto; è specchio delle ansie e dei turbamenti di Nina, con i segni del suo autolesionismo.

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Il corpo deve essere perfetto, come perfetta vuole essere Nina. La ballerina ha paura di invecchiare: per lei rappresenta la fine della carriera, come è successo per la madre e per Beth. Esclude dalla sua vita tutto ciò che va al di là della danza, non si permette alcuno strappo alla regola, alcuno svago, alcuna distrazione. Ha tratti infantili, è caratterizzata da una purezza e da una ingenuità che appaiono stranianti. Quando le chiedono chi è, la sua risposta istintiva è “una ballerina”: la sua intera identità è limitata alla danza.

Il ruolo del Cigno Nero la mette in crisi perché fa leva sugli aspetti che Nina ha sempre represso. Per questo inizia ad identificare gli altri come dei doppi di sé, da cui contemporaneamente si sente attratta e minacciata. Lily è da ammirare perché ha quella spontanea sensualità che le permette di interpretare una credibile Odette, ma allo stesso tempo è un pericolo perché potrebbe sostituirla; Beth è l’emblema della perfezione a cui aspira, ma allo stesso tempo le ricorda la caducità di ogni risultato ottenuto, che un giorno verrà sostituita a sua volta; infine, c’è lo specchio: nel suo stesso riflesso Nina vede quella parte di sé istintiva, che non riesce a controllare, che la rende imperfetta e problematica e che il ruolo del Cigno Nero sta riportando a galla.

Il sacrificio e la perfezione

Nina prima dell'ultimo attoNina sente l’istinto di proteggersi eliminando tutti questi suoi alter ego minacciosi: uccide Beth e immagina di accoltellare anche Nina. D’altra parte in questo modo cede proprio a quel lato oscuro che stava cercando di sopprimere. Per questo non può più assolvere il ruolo della bambina pura, si ribella alla madre e, infine, esegue un perfetto Cigno Nero. Ma in questo modo non può che arrivare ad uccidere anche se stessa, quel controllo impostosi, quel corpo da cui era ossessionata. Di tutti questi turbamenti, di questo processo autodistruttivo, della sua ferita mortale, il pubblico non vede nulla: coglie solo la perfezione dei suoi movimenti e applaude fragorosamente di fronte alla sua morte. Nina stessa esclama soddisfatta di aver raggiunto il proprio obiettivo: essere perfetta.

Nina è la risposta moderna alla fine dei grandi eroi romantici. Nel balletto dell’800 Odine è un’eroina perfetta, idealizzata, pura: il suo unico obiettivo è raggiungere il vero amore, la sua unica possibilità di libertà è il sacrificio. Nella concezione moderna un personaggio del genere non è possibile.

Nina sente il peso delle aspettative che tutti hanno nei suoi confronti. Tuttavia non può più essere l’eroina integerrima e perfetta dell’800: quell’ideale diventa irreale nella complessa frantumazione di oggi, in cui gli ideali sono contaminati dagli aspetti degradati e commerciali insiti anche nel mondo dell’arte. I suoi antagonisti diventano tutti immaginari, parte della sua stessa mente. Il suo sacrificio è solo un gesto estremo che non può avere lo spessore ideologico della tragedia romantica.

Se nella morte Odette ritrova l’unione eterna con l’amato Siegfried, quella di Nina è una morte solitaria, provocata da un collettivo individualismo. La ballerina non può superare le sue problematiche, non può fare altro che assecondare le sue contraddizioni, la sua scissione interna, immergersi fino alla fine nel personaggio del cigno, bianco o nero che sia. Un effimero istante di perfezione, l’applauso di un pubblico ignaro: è questo il risultato del suo disperato, violento e perfetto canto del cigno.

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Gaia Franco

Gaia Franco

Lucana, studentessa a Bologna. Appassionata da sempre di cinema, letteratura e qualsiasi forma d'arte.

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