Da quel luglio del 2001 nella memoria collettiva la riunione del G8 ha una connotazione nuova. Il primo pensiero non può andare alla riunione politica ed economica delle maggiori potenze mondiali. Le immagini che vengono in mente sono violente: gli scontri di piazza, il corpo di Carlo Giuliani inerme, le barelle che sfilano, il sangue sui pavimenti della scuola Diaz. Sono queste stesse immagini, questa stessa memoria che Daniele Vicari ha voluto immortalare nel suo film Diaz – Don’t Clean Up This Blood, nel 2012.

Un film non facile da realizzare sotto tanti punti di vista. Prima di tutto per il tema, così delicato, forte e ancora scottante. Non è facile scegliere il tono giusto per raccontare questi eventi, saper dare le giuste informazioni e saper creare le giuste reazioni. E non è facile materialmente realizzare un film del genere in un paese che, ancora oggi, fa di tutto per insabbiare il ricordo di quelle giornate. Nonostante tutte le difficoltà, Diaz è ora disponibile su Netflix, ed è un film che abbiamo tutti bisogno di vedere.

IL FILM

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Diaz è un film diretto, rapido, intenso. Non fa grandi preamboli, non si ferma a spiegare. Inizia dalla morte di Carlo Giuliani, che però rimane in disparte, come un fantasma che preannuncia l’orrore che seguirà. Si delineano due schieramenti: da una parte il gruppo dei ragazzi in protesta, un gruppo variegato, con persone di ogni età, provenienti da tutta Europa, con posizioni politiche diverse, riuniti per un obiettivo comune nel Genoa Social Forum; dall’altra parte la schiera uniforme dei poliziotti.

Vicari non lascia spazio a giri di parole, non romanza, forse non approfondisce neanche. Dopo la prima metà, Diaz è un crescendo di violenza brutale, insensata. Pochi dialoghi crudi, tante urla e gemiti di dolore, colpi sferzati senza pietà su corpi disarmati e inermi. Probabilmente è così che hanno vissuto quella nottata i ragazzi della Diaz, così che la ricordano: quando ideali, speranze e sogni sono stati spezzati dai manganelli di chi doveva rappresentare la Giustizia.

Il modo in cui i fatti di Genova sono raccontati in Diaz è forse controverso: Vicari decide infatti di non schierarsi così apertamente. Non spiega le motivazioni di fondo delle proteste, non approfondisce il clima di terrore che ha invaso Genova con le notizie della presenza dei Black Block, non approfondisce le questioni politiche che hanno fatto da cornice a quegli eventi, non fa neanche nomi. Non attacca e non difende nessuno, ma propone i fatti, reali e incontestabili, lasciando agli spettatori ogni giudizio.

LE DIFFICOLTA’

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Realizzare Diaz non è stato facile neanche a livello tecnico. In Italia nessuno ha voluto finanziare il progetto proposto da Vicari. Il produttore è stato costretto a cercare investitori all’estero, trovando supporto in Francia e Romania. Anche girare in Italia è stato impossibile: accedere alla Diaz per i sopralluoghi non è stato permesso. La pellicola è girata quasi interamente in Romania. La troupe ha cercato di realizzare alcune delle scene finali a Genova, ma in risposta tutti i macchinari sono stati sequestrati.

Anche l’uscita di Diaz è stata accompagnata da polemiche: associazioni e sindacati di polizia rilasciarono dei comunicati, sostenendo che il film potesse denigrare il ruolo delle forze dell’ordine. Persino il Ministero dell’Interno diffuse una circolare che impedisse ai dipendenti e ai poliziotti di parlare pubblicamente del film. Molti giornalisti hanno commentato questa circolare come un tentativo di censurare coloro che avrebbero potuto testimoniare a proposito delle giornate di Genova.

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Nonostante questi tentativi di impedire la realizzazione e la diffusione del film, Diaz ha ottenuto importanti riconoscimenti: presentato al Festival internazionale del cinema di Berlino, ha ottenuto il premio del pubblico della sezione Panorama. Ha inoltre ottenuto diversi premi tecnici ai David di Donatello e ai Nastro d’Argento, pur non ottenendo il titolo di Miglior Film.

NON PULITE QUESTO SANGUE

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“Don’t clean this blood” (Non pulite questo sangue) è il monito lasciato sulle pareti della scuola Diaz, per ricordare ciò che è successo in quella notte del 21 luglio 2001. Diaz vuole fare questo, tornare ad inquadrare quel sangue. E’ interessante notare come le critiche mosse al film di Vicari sono contraddittorie tra loro: alcuni accusano la pellicola di un’eccessiva spettacolarizzazione della violenza; altri, al contrario, ritengono le scene fin troppo edulcorate, lamentano la mancanza di una riflessione più approfondita sulle questioni che il G8 di Genova ha sollevato.

Forse Diaz non è il film “coraggioso” che sarebbe potuto essere. Vicari ha deciso di assegnare ai personaggi nomi diversi da quelli reali (sebbene simili e riconoscibili). In un primo momento aveva intenzione di inserire, nei titoli di coda, l’elenco delle vittime e dei carnefici della Diaz: quando i ragazzi colpiti hanno chiesto di non essere citati, anche i nomi dei colpevoli sono stati rimossi. Diaz sarebbe potuto essere una denuncia più concreta ed incisiva, avrebbe potuto sostenere e spiegare meglio le ragioni degli scontri e l’organizzazione del Genoa Social Forum.

D’altra parte, non è compito di un film informare e denunciare. A dare giustizia e verità ai 93 attivisti colpiti e umiliati dai poliziotti quella notte non può essere un film. Questo compito spetta alle forze politiche che non si sono mai assunti la responsabilità dei fatti di Genova e hanno sempre cercato di insabbiare la vicenda. Spetta ai mandanti delle forze dell’ordine che non sono mai usciti allo scoperto. Spetta ai processi giudiziari, che hanno punito solo una minima parte dei colpevoli. Solo pochi giorni fa Amnesty International ha espresso sconcerto per la promozione di due funzionari di polizia condannati per il G8. Gran parte dei colpevoli ricoprono ancora importanti posizioni e ruoli di potere. Quelle giornate sono diventate un momento di rottura: hanno portato allo scoperto un problema di violenza sistemica, istituzionalizzata e troppo spesso giustificata e nascosta.

Il sangue della scuola Diaz è stato pulito, nascosto, rinnegato. Il film Diaz non è una risposta ai fatti di Genova né una denuncia. Eppure è un film che serve. Serve come inizio, come base. Serve per ricordare, per indignare e sconvolgere. Ma non finisce lì: deve essere uno stimolo ad approfondire, ricercare, scavare. La verità è ancora più agghiacciante della pellicola, ancora più sconvolgente. E’ per quella verità che bisogna continuare a chiedere giustizia, a lottare, a pretendere spiegazioni e conseguenze. Ancora oggi, non pulite quel sangue.

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Gaia Franco

Gaia Franco

Lucana, studentessa a Bologna. Appassionata da sempre di cinema, letteratura e qualsiasi forma d'arte.

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