Chiunque abbia visto Judy, il recente toccante biopic sulla vita di Judy Garland (qui la nostra recensione), di sicuro ricorderà anche il controverso rapporto della diva con un produttore, altero e alquanto riprovevole. Si tratta di Louis B. Mayer, fondatore di uno dei più importanti studios hollywoodiani, la Metro Goldwin Mayer (MGM). E per questo principale fautore della fortuna e dell’espansione della Hollywood classica in tutto il mondo.

Non è un eufemismo dunque sostenere che Louis B. Mayer è uno degli “inventori” del cinema, almeno nella forma di industria che conosciamo ai nostri giorni. È (anche) grazie al suo lavoro che il cinema americano è diventato quella potente macchina di sogni ed immagini che il mondo apprezza.

Ma si sa… ogni “storia di successo” e di grandezza ha sempre i suoi lati oscuri. Mayer non è solo conosciuto ai più per aver contribuito alla macchina cinematografica mondiale, ma anche per il suo dispotismo e autoritarismo nell’esercitare il ruolo di produttore. Un potere che sconfinava molto facilmente nell’abuso, anche sessuale, in particolare nei confronti delle attrici/dive alle sue dirette dipendenze.

Le molestie e gli abusi perpetrati da Louis B. Mayer ci raccontano una storia che non è molto distante da quella di Harvey Weinstein. Il produttore, recentemente balzato alla cronaca per le sue molestie sessuali, sembra dunque solo aver scoperchiato un vaso di Pandora datato ormai quasi un secolo. Le radici di una violenza endemica, radicata nel sistema hollywoodiano, insomma, sono da ricercare proprio qui, nella figura di questo controverso produttore. Nell’uomo che ha “insegnato” come fare questo lavoro… letteralmente nel bene e nel male.

 

Una carriera folgorante

MGM

Nato da una famiglia ebraica dell’ex impero russo, trascorse l’infanzia in Canada dove, dopo il diploma, aiutò il padre nei commerci. Ma fu solo con il trasferimento a Boston che Louis B. Mayer (all’epoca Lazar Meir) iniziò ad appassionarsi al cinema. Dopo l’apertura di una prima sala cinematografica, nel giro di pochi anni divenne il proprietario della più grande catena di sale cinematografiche del New England.

Dall’esercizio alla produzione il passo fu breve. Nel 1916 fondò a New York, insieme a Richard A. Rowland, la società Metro Pictures Corporation. Questi anni gli servirono come gavetta, perché il buon fiuto per gli affari di Mayer lo fece trasferire a Hollywood dove riuscì ad aprire la propria casa, la Louis B. Mayer Pictures. Sarà poi nel 1924 che questa sarà rilevata dalla società di Marcus Loew e Samuel Goldwin, per trasformarsi nella leggendaria MGM, cui a capo fu messo proprio lo stesso Mayer.

Tra gli anni ’20 e gli anni ’30 Louis B. Mayer regnò incontrastato su quella che era la Hollywood degli albori. E non è un’esagerazione utilizzare il verbo “regnare” per definire il suo totale controllo sul suo impero cinematografico. Mayer infatti utilizzò il pugno di ferro per mantenere sott’occhio ogni minimo dettaglio di ciò che accadeva nel suo studio-tempio. E decidere delle sorti non solo dei film, ma anche di ogni singola persona coinvolta negli stessi. Talvolta anche con pratiche davvero poco ortodosse.

 

Il “casting couch”

Accanto all’abilità di aver scoperto star intramontabili del cinema come Clark Gable, Greta Garbo, Joan Crawford, James Stewart o Judy Garland, ce n’è un’altra – decisamente meno nobile – attribuibile a Louis B. Mayer. È stato lui infatti ad iniziare la disdicevole, e purtroppo decennale, pratica del casting couch.

Per chi non lo sapesse, questa innocua parola inglese, che tradotta significa letteralmente “divano da casting”, fa in realtà riferimento ad una pratica di abuso sessuale molto in voga in ambito hollywoodiano. Nello specifico è l’atto tramite cui gli uomini potenti sfruttano le giovani attrici che cercano di entrare nel mondo del cinema, tramite la richiesta di favori sessuali. Insomma, per farla breve e utilizzando le parole della storica del cinema Carrie Rickey, il casting couch era (è?) l’equivalente di una vera e propria “audizione a letto”.

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Un primato di cui si può vantare il nostro caro Louis B. Mayer, talmente praticato e radicato da riuscire ad entrare nell’immaginario comune. Non basta infatti che la coincidenza voglia che The Casting Couch sia proprio il titolo del soft-core porno “perduto” che Joan Crawford avrebbe realizzato come Lucille LeSueur, prima di firmare con la MGM. Basta andare girovagare un po’ per la Rete e vedere quanto la pratica del casting couch sia diventata col tempo quasi un sotto-genere (alquanto problematico) del porno. Un consiglio: basta digitare “vintage casting couch” su Google e i risultati non lasciano davvero nulla al caso!

 

Louis B. Mayer, Judy e le “sue” dive

Dall’odio palese per John Gilbert all’impedimento del passaggio di Greta Garbo dal muto al sonoro, Louis B. Mayer non era proprio il tipo da farsi troppi problemi nell’esercitare le proprie decisioni. Ma se questi esempi sembrano ancora rientrare in una gestione del business in termini al limite del “comprensibile”, i comportamenti da lui tenuti con altre dive non sono minimamente giustificabili.

Il caso più eclatante fu appunto quello di Judy Garland citato in apertura dell’articolo. L’allora 14-enne Garland fu fin da subito una “protetta” di Mayer che, intuendo il potenziale della giovane attrice, decise di sfruttarlo appieno. Si parla di tentativi di abuso sessuale da parte del produttore fin dalla tenera età dell’attrice: pare che Mayer fosse solito partecipare a riunioni con la piccola Judy seduta in grembo, mentre le teneva le mani sul petto. E giusto per rincarare la dose, a questi comportamenti fisici si aggiungeva anche una ripetuta violenza psicologica. Dall’ossessione sulla questione della bellezza, all’assunzione di anfetamine per rimanere sempre più produttivi.

Ma anche quando le attrici si riuscivano a sottrarre dal ricatto, comunque non riuscivano ad emanciparsi totalmente dal controllo del produttore. Ad esempio, si racconta che Mayer abbia inseguito l’attrice Jean Howard per la stanza, dopo un tentativo fallito di casting couching. Il rifiuto da parte dell’attrice ha però provocato ritorsioni sul marito e agente Charles K. Feldman. Il produttore infatti bandì Charlie dallo studio, non permettendo a nessuno dei suoi clienti di lavorare alla MGM per lunghissimo tempo.

Louis B. Mayer - moglie

Louis B. Mayer e sua moglie

L’impatto che Louis B. Mayer ebbe con queste pratiche sull’intera Vecchia Hollywood fu talmente grande che anche gli altri capi dei maggiori studios lo presero a modello. Tutti si sentivano in diritto di spadroneggiare: avevano costruito il loro studio mattone su mattone, erano la loro città e loro erano i re. Spettavano a loro tutti i vantaggi del regno.

Insomma, la vicenda Weinstein ha solamente, e finalmente, portato alla luce un comportamento sopito sotto bobine, contratti, lustrini e red carpet. Un comportamento che risale quasi ad un secolo fa, iniziato da un signore il cui (condiscendentissimo) motto era “Attenti a voi, o vi pisceranno sulla tomba.” 

Beh… le conclusioni le lascio trarre a voi.

 

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Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

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