Kadaver è l’ennesimo confronto di Netflix con le cinematografie minori e con il genere distopico/post-apocalittico, che prepotentemente sta ritornando in auge. Dopo il riuscitissimo film distopico spagnolo Il buco (qui la nostra recensione), ecco che il colosso dello streaming ha distribuito il nuovo film norvegese Kadaver. Una pellicola ambiziosissima che ibrida la tematica post-apocalittica e l’horror.

Il film, primo lungometraggio scritto e diretto da Jarand Herdal, parte da delle premesse molto altisonanti e dall’immenso fascino, toccando anche tematiche davvero molto interessanti: una su tutte quella dell’esile confine tra realtà e finzione. Indubbiamente il film presente delle immagini molto suggestive, capaci di creare un’atmosfera e un’ambientazione credibili e interessanti. Ma purtroppo tutto l’incanto orrorifico si perde in una trama troppo lineare e con soluzioni troppo semplicistiche. Un risultato che vanifica dunque tutto il potenziale iniziale, restituendoci una pellicola davvero incerta, la cui maggior pecca è non sapere chi/cosa vuole essere.

Ma vediamo un po’ più nel dettaglio le caratteristiche di questo Kadaver.

 

Un hotel, dei misteri… e una trama con un altissimo potenziale

Con Kadaver ci troviamo in una Norvegia completamente distrutta dall’esplosione di un ordigno atomico che ha causato carestia e devastazione. Come nel già citato Il buco, insomma, il problema principale di questo peculiare mondo post-apocalittico è la necessità di procurarsi del cibo. Seguiamo così le vicende della famiglia composta da Leonora (Gitte Witt), un’ex attrice di teatro, Jacob (Thomas Gullestad) e la decenne figlioletta Alice (Tuva O. Remman).

In cerca come tutti gli altri abitanti del luogo di un boccone, la famiglia disperata cade in quella che è la più evidente delle trappole. Si tratta di un banchetto-spettacolo a pagamento organizzato da Mathias, il proprietario del lussuoso albergo che sovrasta la città.

Kadaver

Dopo aver consumato il lauto banchetto, gli spettatori sono chiamati a seguire lo spettacolo teatrale itinerante organizzato dal proprietario/regista per tutte le ale dell’hotel. La rappresentazione avrà una sola regola: gli spettatori dovranno indossare delle maschere dorate, ossia il solo “confine fra loro e la finzione”. Ovviamente non tutto sarà semplice come sembra: l’edificio nasconde oscuri segreti che non tarderà a mostrare agli ignari avventori, che misteriosamente inizieranno a sparire.

Insomma, nonostante qualche cliché/topos orrorifico di troppo, Kadaver ha davvero tutti gli ingredienti per essere un horror con i fiocchi. E pure con qualche tematica para-filosofica da aggiungere al piatto della bilancia. Un mix che – quasi ci stanchiamo a ripeterlo – tenderà via via a perdersi sempre di più.

 

L’atmosfera

Eppure Kadaver parte davvero nel migliore dei modi. L’inizio è quanto davvero più affascinante possa esistere. Lo spettatore si trova immerso in questo mondo nuovo, turbinante, a tratti immaginario, fatto di colori saturi e luci contrastate. La potenza visiva dei corridoi e delle stanze dell’albergo, pieni di suppellettili e quadri. L’impianto simbolico di maschere e banchetti, a cui fa eco il magnifico discorso di presentazione dell’albergatore regista. Tutti questi elementi contribuiscono a creare un’atmosfera tensiva e coinvolgente degna di un horror di livello.

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Una promessa che, purtroppo però, tenderà a perdersi via via nel corso del film. Infatti, nonostante alcune scene costruite davvero bene, con interpretazioni di buon livello, a poco a poco si assiste all’affiorare dei problemi di trama. I personaggi risultano poco sviluppati, molto piatti, e troppo ancorati a motivazioni uniche che li spingono ad agire nella medesima direzione. Direzione che tra l’altro si viene a scoprire davvero dopo poco tempo.

 

 

Kadaver

Insomma a questo Kadaver manca un po’ di pepe, il mordente necessario per riempire quel bellissimo involucro che si era andato ad impostare inizialmente. Anche il finale, decisamente anticlimatico, sembra quasi esprimere una svogliatezza e un “senso di perdita” che non rende giustizia nemmeno ai quesiti implicitamente posti sul finale.

 

Cos’è Kadaver?

In fin dei conti uno dei principali problemi di Kadaver è che NON sa cosa vuole essere. Troppi stimoli e troppi generi mescolati insieme, che non danno una direzione per lo spettatore. Anche perché di Parasite, che è dramma, commedia, horror e distopia insieme, ne esce uno ogni morte di papa.

Perché a pensare bene la pellicola di Herdal aveva tutte le carte in regola per essere molte cose. Dalle premesse, ad esempio, poteva essere uno slasher à la Hostel o Scream, con persino qualche profondità in più. Ma sembra piuttosto pian pian voler rinunciare alla sua dimensione “da horror”. Il film infatti ci va giù piano con morte, sangue e violenza, preferendo ai radi colpi di scena, un costante clima ansiogeno, che finisce quasi per perdere di senso.

Purtroppo il film non riesce nemmeno a restituire quell’altra anima socio-filosofica tipica della natura distopica. La dimensione teatrale, e l’eterna diatriba tra finzione e realtà, avrebbe potuto offrire le giuste coordinate per un indagine più approfondita sulla natura umana. Peccato che anche su questo punto il film si rivela molto superficiale e, in definitiva, incapace di suscitare delle riflessioni più articolate di un: “ce la faranno a salvarsi?”.

 

In conclusione…

In fin dei conti, Kadaver è un film che merita almeno una visione, almeno per l’impianto estetico, per l’atmosfera e per la sua azzeccatissima prima mezz’ora. Rimane però un fortissimo amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere. Per il fatto che inizialmente ci aveva detto che avremmo dovuto prenderlo molto più seriamente.

 

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Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

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