Il labirinto del fauno: Fiaba e Storia nel capolavoro di Guillermo del Toro

Ne Il labirinto del fauno fiaba e storia convivono in un perfetto equilibrio. Il film di Guillermo del Toro è ancora oggi un capolavoro.

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il labirinto del fauno

Guillermo del Toro è un unicuum nel panorama del cinema contemporaneo ed è anche uno di quei registi che hanno sempre portato con fierezza sulle spalle il marchio di “regista di genere”, consapevoli che parlare di generi in un’epoca in cui fare cinema vuol dire, inevitabilmente, contaminare e assemblare diverse suggestioni del passato ha poco senso.
Quando nel lontano 2006 arrivò però nelle sale mondiali Il labirinto del fauno fu subito chiaro che quello che si aveva dinnanzi era ben lontano dall’essere un film tratto da un fumetto o un horror sovrannaturale di quelli a cui Guillermo del Toro aveva abituato il suo pubblico.
Il labirinto del fauno era altro, ma, allo stesso tempo, una sintesi quasi perfetta dei temi del cinema del regista messicano.

Il labirinto del fauno fra Fiaba e Mito

Partendo da una premessa e da un prologo chiaramente ispirate al mito di Proserpina/Persefone, figlia di Demetra e sposa di Ade, che rapita dal dio tornava sulla terra alla ricerca della madre a cicli di 8 mesi garantendo la prosperità ai campi, Guillermo del Toro proietta sin da subito la narrazione sul binario proprio della fiaba.
Il labirinto del fauno risponde, a tutti gli effetti, a quei temi centrali che Vladimir Propp teorizzava nel celebre saggio Morfologia della fiaba.
Protagonista de Il labirinto del fauno è infatti una principessa scappata dal suo regno che deve compiere numerose prove, con l’ausilio di “donatori” e aiutanti magici, per tornare a casa. Nel suo percorso sarà però ostacolata da un cattivo che non si muoverà all’interno della fiaba, bensì nella malvagia realtà.

Fiaba contro Storia: cosa fa più paura?

il labirinto del fauno

Alla principessa si opporrà però non solo un Cattivo, ma anche la Storia. E’ la storia maiuscola, quella degli avvenimenti storici, quella del sangue e della violenza, quella dove la sopraffazione è all’ordine del giorno, la storia della dittatura franchista, uno dei più bui periodi per la Spagna.
La sola commistione fra fiaba e realtà è, di per sè, un colpo di genio. Non tanto perchè nessuno avesse mai provato a proporre fusioni di questo tipo, quanto perchè Guillermo del Toro riesce a proseguire per entrambi i sentieri senza mai perdere di vista il punto di partenza e senza mai smarrire il punto di arrivo.

La Fiaba evoca un mondo fatato, un mondo fatato non esente però da un male che è riflesso del male della storia. A scene di crudo realismo Guillermo del Toro contrappone scene horror in cui il regista si nutre appieno di suggestioni derivate dalla cultura spagnola e, prima ancora, da quella classica.
Non si può non pensare al terrificante episodio dell’Uomo Pallido che non può non richiamare a una serie di episodi mitici come quello del Ciclope o quello di Crono che divora i propri figli.

il labirinto del fauno

Tuttavia ne Il labirinto del fauno a spaventare di più è, indubbiamente, la realtà. La fiaba è infatti da sempre allegoria di ciò che è reale e proprio nella sua natura simbolica riesce a stemperare la crudezza della realtà.
In un luogo di frontiera indefinito dei ribelli non si arrendono alla Storia e un capitano franchista, Vidal, cerca di stanarli in ogni modo. Il capitano Vidal è a tutti gli effetti la rappresentazione del Male nella Storia. E’ infatti un uomo orgoglioso, malvagio, inamovibile e preda delle peggiori fissazioni. Proprio il suo impuntarsi perchè il proprio figlio nasca in sua presenza rende il travaglio della moglie Carmen mortale. Il capitano assomma in sè tutti i caratteri della dittatura franchista, una dittatura “silenziosa”, ma non per questo non brutale e racchiude in sè tutti i vizi che hanno portato l’uomo a perdere il primordiale rapporto con la Terra, di cui il vecchio fauno è ultima ctonia emanazione.

La Fiaba purifica la Storia?

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Anche nella fiaba, tuttavia, il male del reale, come già accennato, non può essere espulso, ma anzi viene reso attraverso simboli. L’Uomo Pallido che ha occhi sulle mani (immagine molto significativa, in quanto la mano compie ciò che l’occhio vede) nella sua efferatezza è, per stessa affermazione di del Toro, la rappresentazione del “male istituzionale” che si nutre delle persone comuni dopo averle attirate a sè con l’illusione di ricchezze.
Il sacrificio di sangue richiesto dal fauno alla protagonista Ofelia è necessario per “purificare” la ragazza dai mali della realtà e accoglierla nel mondo puro (e rigorosamente ambrato e luminoso) del sottosuolo. Un sacrificio di sangue che sembra richiamare a quei riti che gli uomini compivano per rafforzare il proprio rapporto con le divinità, ma anche il sacrificio cristiano che purifica l’uomo dal peccato primordiale.

La fiaba, tuttavia, ne Il labirinto del fauno non scagiona, nè purifica la storia. Il doppio binario seguito da Guillermo del Toro con una coerenza che pochi registi che hanno trattato materiali simili possono vantare, infatti, prevede un finale che è tragico e lieto allo stesso tempo. E qui sta la grandezza del film del regista messicano. Il reale e il fantastico sono mondi interconnessi, ma destinati a rimanere separati finchè il male presente sulla terra dominerà incontrastato. La fiaba rielabora, ma non cambia la Storia.

Il nostos, il ritorno a casa proprio dell’epica, tema centrale del film, porta a un miglioramento solo della protagonista Ofelia, non a un miglioramento della Storia. Se infatti l’uccisione di Vidal può rappresentare un finale, se non lieto, positivo, è altrettanto chiaro che i ribelli saranno sconfitti dagli eventi della storia e che la dittatura franchista non terminerà certo nel 1944, anno di ambientazione del film, ma più di 30 anni dopo.

Realtà o Fantasia?

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Sebbene sia chiaro in vari punti come l’immaginario fantastico di cui prendiamo visione nel film sia reale e non frutto di un’allucinazione della protagonista, la sconsolatezza del finale lascia certamente basiti. Ofelia è d’altronde il nome tragico per eccellenza, è il personaggio inevitabilmente legato non solo alla tragedia di Shakespeare, ma anche alle varie rappresentazioni preraffaellite fra le quali spicca quella di John Everett Millais che la dipinge sdraiata nel ruscello che le toglierà la vita circondata da numerosi fiori.
Ofelia nel finale de Il labirinto del fauno, giacerà al suolo come l’Ofelia preraffellita e non a caso lascerà come segnali della suo passaggio sulla terra dei fiori.

il labirinto del fauno
Particolare dell’Ophelia di John Everett Millais (1851-52)

E forse proprio la non falsità del fantastico rende la realtà ancora più cruda di ciò che appare. Il ritorno a casa della principessa è infatti un percorso di dolore, di un dolore che non ha ripercussioni sulla fantasia, ma sulla realtà. I morti e il sangue sono reali. Il dolore appartiene alla storia e il suo non appartenere al mondo sotterraneo di cui la principessa fa parte rende la realtà ancora più dura. Ed emerge, fra i simboli, un rimpianto per la perduta connessione con la terra, per la distruzione di quei portali che rappresentavano un ultima speranza per l’uomo di recuperare l’archetipico rapporto con essa.

Tutto concorre ne Il labirinto del fauno a creare un vero e proprio capolavoro che, anche alla luce dei successivi film di Guillermo del Toro, si pensi all’acclamato, ma anche discusso La forma dell’acqua, non può che rappresentare il punto più alto della sua carriera nonchè un caposaldo del cinema del 21° secolo. Un film affascinante, che unisce alla perfezione più registri e che si presta a varie chiavi di lettura e interpretazioni. Un film che sotto le vesti della fiaba cela molteplici significati e che sopra gli abiti della storia ricama un insegnamento che l’uomo sembra ancora non in grado di ascoltare.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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