Dancer in the Dark: quando Lars von Trier distrusse il musical hollywoodiano

Dancer in the Dark, l'anti-musical di Lars von Trier, compie vent'anni. Ripercorriamo insieme alcune tappe di una delle migliori opere del regista.

0
875
dancer in the dark

Dancer in the Dark, il (anti-)musical diretto da Lars von Trier, compie 20 anni. Vincitore della Palma d’Oro come Miglior film al 53esimo Festival di Cannes, il film conclude la Trilogia del cuore d’oro comprendente Le onde del destino (1996) e Idioti (1998). Tre lungometraggi distinti da un punto di vista narrativo che vertono sui drammi vissuti dai protagonisti, dotati appunto di un cuore d’oro e con buone intenzioni, ma che alla fine incontreranno il loro nefasto destino.

Trama

dancer in the dark

Dancer in the Dark mette in scena la storia di Selma (Bjork, anche lei uscita meritatamente vincitrice da Cannes), una donna cecoslovacca con una grave malattia agli occhi che si appena trasferita in America. Lavora in fabbrica come operaia e mette da parte ogni centesimo guadagnato per poter far operare il figlio, altrimenti ugualmente condannato alla cecità. Selma non ha né tempo né denaro per i piaceri della vita e l’unico svago nel quale si rifugia è una profonda passione per i musical. La sua vita prenderà una piega diversa quando Bill (David Morse), amico poliziotto, le confesserà di avere importanti problemi economici, tanto da sottrarle del denaro di nascosto.

L’anti-musical

dancer in the dark

Forse immaginare Lars von Trier dietro la macchina da presa intento a girare un musical non è l’operazione più semplice da compiere. È il regista danese delle regole, del Dogma 95 stilato assieme a Thomas Vinterberg in cui il cinema doveva seguire dei principi “indiscutibili come il voto di castità”. C’è un NO a ogni costruzione possibile, a ogni impalcatura artificiosa. Un movimento artistico che riecheggia alla purezza, potremmo dire, della Settima Arte, in cui non vi è spazio per scenografie, filtri e camere fisse. Un decalogo ossimoro del musical hollywoodiano, contraddistinto invece da una complessa ricerca di perfezione in musica, scenografia, costumi, luci, luoghi e tutti gli elementi costitutivi.

E difatti Dancer in the Dark è un anti-musical costruito alla lettera, capace di grattare via quel velo di colori accesi e atmosfere brillanti caratteristici del genere.

Lars von Trier aveva già abbandonato il Dogma 95, ma allo stesso tempo, nella sua costruzione della storia di Selma, ne conserva alcuni elementi. La macchina da presa è sempre in movimento – tralasciando le scene in cui la donna danza, o meglio sogna a occhi aperti – e le luci sono naturali, dando vita a un’opera stilisticamente vicina alle regole del movimento. Al contempo, Lars von Trier ci catapulta in un musical al polo opposto di quelli a cui siamo abituati, in cui però ne preserva la natura: evadere da una realtà priva di magia.

“Nei musical non accade mai niente di terribile”

dancer in the dark

Dancer in the Dark – titolo di un brano cantato e ballato da Fred Astaire in Spettacolo di varietà – delinea la storia di una donna dalle fattezze fanciullesche e innocue, minuta e che indossa occhiali spessi, la quale non conosce la disonestà del mondo. La sua esistenza è un tragico calvario dal quale lei si rifugia attraverso la spensieratezza del ballo e della musica, volteggiando nella piccola roulotte dove abita, in fabbrica durante le ore di lavoro notturno, sulle rotaie di una ferrovia e percorrendo i 107 passi finali. Mano mano che i minuti scorrono, Lars von Trier ci fa entrare in empatia con Selma, facendo provare anche a noi quell’atmosfera disincantata in cui si nasconde la protagonista per sopravvivere alla tragicità della vita. La pellicola prosegue ed entriamo in un dramma straziante la cui fine è ben chiara. “Non mi piace quando cantano l’ultima canzone” – diceva Selma – “Perché quando la musica se ne va in crescendo e la macchina da presa punta verso l’alto, capisci che sta finendo”.

Oltre il musical

dancer in the dark

Dancer in the Dark è una delle opere più interessanti del regista danese. Oltre a catturare l’attenzione per la sua cifra stilistica, l’anti-musical di Lars von Trier porta lo spettatore in un vortice di strazianti riflessioni. La prima che viene a galla è sicuramente quella sulla forza di una madre, la quale decide di abbracciare la morte pur di salvare il figlio da una malattia. Oltre al viscerale amore materno, Selma si sente terribilmente in colpa per il destino che attende il ragazzino. Lo ha voluto fortemente, ha accettato di tenerlo e prendersi cura di lui nonostante sapesse la sua condanna alla cecità a causa della malattia ereditaria. Selma condanna e salva il figlio allo stesso tempo. Non ha altri scopi nella vita, se non consentirgli un’esistenza migliore della sua.

Dall’altra parte, la crudeltà. Si immola per amore, destinata all’impiccagione pur non essendo colpevole, ma anzi, vittima. Si prova un senso di disgusto e profonda tenerezza – la scena in cui viene chiamato a testimoniare Oldrich Novy, ballerino di tip tap, docet – nella contrapposizione netta fra il cuore d’oro e il male. Il merito è senza dubbio anche dell’interpretazione magistrale, elegante, dolce e quasi fiabesca che ci fornisce Bjork.

In definitiva, Lars von Trier ci stupisce con un colpo da maestro che all’epoca nessuno si aspettava. Il risultato è un’opera fuori dagli schemi, tecnicamente conservatrice degli elementi pionieri del pensiero del regista e aperta all’innovazione, mentre da un punto di vista narrativo semplicemente dilaniante.

Potrebbe interessarvi anche: “Le 5 fasi più controverse della filmografia di Lars von Trier”

Per tutte le news sul mondo del cinema e molto altro ancora, continua a seguirci sul nostro sito, CiakClub.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here