Nicolas Winding Refn: un omaggio per immagini al “pornografo” del cinema

Visionarietà, ambizione, colore, delicatezza e bilanciamento: ecco il nostro omaggio tutto visivo allo stile cinematografico di Nicolas Winding Refn.

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Classe 1970, nato a Copenhagen ma cresciuto a New York, Nicolas Winding Refn è considerato, insieme al più maturo Lars von Trier, l’enfant prodige della cinematografia danese. Un autore decisamente molto particolare, ambizioso e anche molto divisivo. Refn ha saputo, tramite appena una manciata di titoli, creare un proprio stile e una poetica del tutto personale.

Nicolas Winding Refn si è fatto notare fin dal suo esordio nel 1996 dal pubblico arthouse con Pusher. Un thriller indipendente dai toni molto lugubri che, nonostante la bassa distribuzione, ricevette buone critiche, tali da farlo sviluppare ben presto in una trilogia. Il primo film che per attirò il plauso e le attenzioni di un pubblico più ampio fu Bronson, pellicola del 2008 con un magistrale Tom Hardy nei panni dell’omonimo prigioniero ribelle inglese.

Se la creazione di una visione cinematografica refniana è già in atto con i suoi primi potentissimi lungometraggi, sono i primi anni del 2010 a consolidare la sua fama autoriale. In particolare con gli ormai-cult Drive (premio per la Miglior Regia a Cannes) e The Neon Demon, Nicolas Winding Refn afferma il suo mondo estetico, violento e allucinato. Tanto che di lì a poco sarà la stessa Amazon ad affidargli una serie tv, Too Old to Die Young. Un’opera insolita, e non particolarmente fortunata, che porta alle estreme conseguenze la narrazione (se così si può definire in questo caso) televisiva.

 

Il mondo estetico di Nicolas Winding Refn

Non è appunto un caso che Nicolas Winding Refn sia stato definito fin da subito un autore tout court. Egli ha sempre presentato una serie di tematiche e uno sguardo cinematografico che si sono sviluppati ed evoluti film dopo film.

Il suo è dunque un mondo molto coerente con se stesso. È un mondo fatto di violenza, esplosiva tanto quanto calibrata, ma anche di silenzi e di sguardi. La sua realtà è iper-realista, esagerata, citazionista, ma allo stesso tempo composta e misurata, dove il nichilismo si confonde impercettibilmente con una latente umanità, intesa nel senso più complesso del termine.

Insomma difficile contenere il regista danese in qualche scatola più precisa. Quello che risulta chiaro, però, è che non si può comprendere il suo lavoro prescindendo, nonché andando a fondo a quella che è il suo fenomenale impianto estetico. Troppo spesso tacciato come quello che utilizza lo stile per non dire assolutamente nulla (le recensioni che definiscono The Neon Demon come “hot garbage” o più delicatamente “a special kind of awful” si sprecano), Refn è anche colui che è impossibile capire a fondo prescindendo da questa patina superficiale. Mai come con il regista danese l’estetica è parte del contenuto… anzi, a volte è il contenuto stesso.

Quindi, senza tediarvi a lungo – che sento che vi state già annoiando –  come celebrarlo al meglio se non esaltando tutta la sua bravura estetica, e quindi cinematografica?! Eccovi un omaggio tutto visuale, con le sue tematiche visive ricorrenti e le tecniche espressive più utilizzate. Il modo migliore per immergersi nel mondo del “pornografo” del cinema, come lui stesso si definì in un’intervista.

 

1. Contrasti: l’Inferno e il Paradiso

C’è innanzitutto una ragione pratica che porta il colore ad essere uno degli elementi estetici dominanti dell’opera di Refn. Forse non tutti sanno che il regista è daltonico, quindi fa tanta fatica a distinguere i mezzi toni da prediligere la saturazione e l’abbinamento a contrasto.

C’è poi una ragione semantica nell’uso del contrasto. La ferma convinzione è che nell’oscurità che domina il mondo cinematografico del regista ci siano quegli sprazzi di colore, o meglio ancora di bianco, che sanno illuminare il nulla intorno a loro. I personaggi refniani sono dunque sempre su questo tesissimo filo tra il bene e il male, il virgineo e il demoniaco, che avvolge la loro azione, che appare così sospesa e ondivaga. E pure la scala cromatica delle inquadrature accompagna questo costante bilico fra luci, ombre, e gli immancabili contrasti.

Bronson, Valhalla Rising, Too Old To Die Young, Drive
Bronson, Valhalla Rising, Too Old To Die Young, Drive
Bronson, Valhalla Rising, Drive, The Neon Demon
Bronson, Valhalla Rising, Drive, The Neon Demon
Drive, The Neon Demon, Solo Dio perdona, Drive
Drive, The Neon Demon, Solo Dio perdona, Drive

 

2. Contrasti: i colori primari

Quasi un prosieguo del punto precedente, i colori sono la modalità per spingere l’acceleratore sulla realtà. Uno dei primi ad abbracciare a piene mani le possibilità del digitale, Nicolas Winding Refn stabilisce un preciso schema coloristico per ogni suo film. Uno schema che molto spesso è dato semplicemente dall’alternarsi dei tre colori primari (rosso – il più usato -, blu, giallo) e delle loro combinazioni di primo livello (verde, viola e arancio). Tra gli esempi più evidenti: The Neon Demon, tutto basato sul blu e sul rosso; Solo Dio perdona, che offre un ampio spettro di tutti e tre i colori primari; e Too Old To Die Young, che alterna le coppie blu-rosso e viola-verde.

Solo Dio perdona, Too Old To Die Young, Solo Dio perdona
Solo Dio perdona, Too Old To Die Young, Solo Dio perdona
Solo Dio perdona, Too Old To Die Young, The Neon Demon, Valhalla Rising
Solo Dio perdona, Too Old To Die Young, The Neon Demon, Valhalla Rising

 

3. Angoli improbabili

Non solo Nicolas Winding Refn è un pittore cinematografico di realtà allucinate, ma è anche un fine cineasta che sa come utilizzare la cinepresa, e dunque come guardare (questo tenetelo a mente per dopo!). Il punto di ripresa è quindi scelto con estrema cura. E se spesso si esalta moltissimo l’abilità del regista danese nel creare simmetrie nell’inquadratura (questo video è fortemente consigliato!), allo stesso modo va esaltata la sua abilità di destabilizzare lo sguardo. In particolare tramite l’uso di inquadrature angolari. Che siano dal basso per esprimere grandezza, terrore o magnificenza, oppure dall’alto, per comunicare oppressione, state pur sicuri che ad un certo punto dei film esse interverranno per fare esplodere l’azione.

The Neon Demon, Pusher III, Drive, Valhalla Rising
The Neon Demon, Pusher III, Drive, Valhalla Rising

 

4. Sguardi

Lo sguardo per Nicolas Winding Refn è un altro elemento importantissimo della sua estetica. Non è un caso che, quasi come un novello Leone nordico, scelga di alternare riprese in campo lungo a primi piani ravvicinatissimi. E questo non solo per dare importanza al personaggio, ma per far entrare lo spettatore direttamente in contatto con quegli occhi-specchio-dell’anima, capaci di oltrepassare il silenzio. Così spesso, quando lo sguardo non è cieco/impossibile, questo diventa il momento di introspezione con se stessi.

Pusher II, Solo Dio perdona, Drive, Valhalla Rising
Pusher II, Solo Dio perdona, Drive, Valhalla Rising

 

5. Mani

L’ultimo punto di questa mini-lista è anche forse il meno prevedibile. Refn sembra avere una vera e propria ossessione per le mani, sempre molto centrali nel discorso narrativo. In un’intervista a proposito di Solo Dio perdona, egli affermava: “Un pugno chiuso è l’estensione dell’erezione, ma quando lo si apre diventa femminile”.

Le mani sono dunque centrali. Anch’esse, come i personaggi, si trovano in questo limbo tra maschile e femminile, violenza e delicatezza, male e bene. Così come gli occhi/lo sguardo comunicavano l’intenzione dell’azione, la mano/il gesto ne comunica la sua attuazione, e dunque l’uscita dalla stasi, dal silenzio, dalla sospensione che sembrano dominare i film del regista.

Drive, Solo Dio perdona, Bronson
Drive, Solo Dio perdona, Bronson

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