Venezia 77 è stata davvero una vittoria per le donne?

A dieci giorni dalla conclusione della 77° edizione della Mostra del cinema di Venezia analizziamo i vari premi assegnati.

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La settantasettesima edizione della Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia si conclusa da più di una settimana. Un’edizione certo particolare, ma che è stata in grado di dimostrare che si può riuscire a organizzare grandi eventi anche nel corso di una pandemia con tutte le dovute misure di sicurezza. La sicurezza dell’evento è stata infatti totale e la possibilità di contrarre il coronavirus nel corso delle proiezioni è stata di fatto annullata non solo dall’obbligo di mascherine e dal distanziamento dei posti in sala, ma anche da un egregio lavoro da parte di tutti i membri dello staff che non hanno mai mancato di segnalare inadempienze o violazioni anche a costo di sembrare pedanti. La modalità di prenotazione dei posti in sala online, inoltre, si è rivelata più che ottima e ha annullato ogni forma di assembramento da coda, dimostrandosi essere un’innovazione da mantenere anche per le prossime edizioni post Covid.

Un’organizzazione perfetta, tuttavia, non poteva non essere macchiata dall’usuale polemica sui premi, che fa parte del gioco, ma che in questa edizione si è spinta forse un po’ troppo oltre il lecito.
Una giuria presieduta dalla grandissima Cate Blanchett ha assegnato il Leone d’oro a Nomadland di Chloé Zhao. Dopo le critiche dello scorso anno circa una scarsa presenza di donne nelle liste del concorso principale a Venezia si è scelto di puntare a una presenza più consistente di registe tanto che nei 18 film selezionati 8 sono stati diretti da donne.
La scelta è stata sicuramente non criticabile, anzi questa edizione ha dato al grande pubblico l’opportunità di scoprire e apprezzare numerose registe solitamente relegate a sezioni minori dei grandi festival cinematografici, registe i cui film da molti anni avrebbero meritato i giusti riflettori puntati addosso. La vittoria di Chloé Zhao, d’altro canto, sembrava scontata già da prima dell’inizio della Mostra.

Negli ultimi anni, infatti, a Venezia si è assistito alla vittoria della produzione più forte, di quella capace di chiamare più persone possibili in sala e la Mostra è di fatto diventata una sorta di anticamera per gli Oscar. Lontani sembrano gli anni in cui a trionfare erano film come Pietà di Kim Ki-duk , Ti guardo di Lorenzo Vigas o The Woman Who Left di Lav Diaz (relegato quest’anno, totalmente fuori luogo, alla sempre interessante sezione Orizzonti), film bollati da molti con l’inutile aggettivo “festivaliero”, ma che, a ben vedere, non sono così intrisi di retorica spicciola come i film che negli ultimi si sono aggiudicati il Leone d’oro.

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Un’immagine da Nomadland

Nomadland si presenta come un film confezionato per vincere il Leone d’oro, un film che è sicuramente in grado di appassionare una vasta fascia di pubblico grazie a una serie di avvenimenti che vengono smossi e sostenuti da una narrazione tipicamente americana, che lascia pochi spazi di interpretazione e spiragli di riflessione che non riescono mai a trasformarsi in un pensiero articolato. Il ritiro del premio sul palco da parte dell’head of marketing di Disney Italia (la cui Searchlight Pictures è distributrice del film) conferma in toto l’idea che la vittoria del Leone d’oro, prima che a una donna, sia andata a una casa di produzione e distribuzione che ha sempre più potere e sempre più monopolio nel mercato cinematografico.

Nomadland, che al netto di tutto è uno dei film più convincenti di Venezia 77, ha quindi ottenuto il Leone d’oro e Chloé Zhao è una regista, per giunta cinese di nascita in un periodo in cui le tensioni con la Cina sono sempre più elettriche. L’obiettivo iniziale della mostra sembra essere stato perseguito alla grande.
Nell’assegnazione degli altri premi, tuttavia, si è assistito al trionfo dell’ipocrisia. Tutti i premi principali (eccezion fatta, ovviamente, per la Coppa Volpi alla miglior attrice) sono stati assegnati a uomini e film di registe importanti e meritevoli di qualche riconoscimento  non hanno raccolto nulla.

Il Leone d’argento – Gran premio della giuria è andato al messicano Michel Franco per il suo confusionario e fin troppo anarchico Nuevo Orden, film che mette da parte il buon senso e la logica per perseguire l’obiettivo di risultare stomachevole e duro da mandare giù. Se è vero che i messicani da qualche anno a Venezia sono sempre bene accolti, è anche vero che il miglior film messicano presente in mostra non era certo quello di Michel Franco, ma Selva Tragica di Yulene Olaizola, presentato non a caso nella sezione Orizzonti.

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Un’immagine da Nuevo Orden

Il film della regista messicana (che poteva competere tranquillamente per il Leone d’oro come molti altri lavori in corsa negli Orizzonti) era il film perfetto per vincere il Gran premio della giuria. Ambientato agli inizi del ‘900 in una giungla fra Belize e Messico il film della regista messicana riesce a raccontare con una coerenza e una compattezza molte volte mancata a numerosi film in concorso a Venezia una storia femminile, sociale e ambientalista assommando in sé tutte le tematiche più importanti dei nostri giorni senza alcun perbenismo, ma usando anzi vari registri che spaziano dal thriller all’horror, dal dramma sociale al realismo magico.
La regista avrebbe sicuramente potuto ottenere di più anche nella sezione Orizzonti, ma è stata completamente ignorata e del suo bel film, probabilmente, non se ne sentirà mai parlare.

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Un’immagine da Selva Tragica

Il Leone d’argento alla miglior regia è invece andato a Kiyoshi Kurosawa per il suo Wife of a Spy. Kiyoshi Kurosawa era probabilmente, assieme a Konchalovsky, il nome più importante presente in concorso quest’anno. Wife of a Spy, ambientato alla vigilia della II guerra mondiale in Giappone, era sicuramente uno dei film più validi presenti in competizione, se non altro dal punto di vista puramente registico. Checché ne dica una parte consistente della critica cinematografica italiana (forse distratta durante la visione del film di Kurosawa o ferma ai suoi film di 20 anni fa), il lavoro del regista giapponese ha una profondità estrinseca e intrinseca che va ben oltre ogni altro film presentato a Venezia e la raffinatezza della regia di Kurosawa non poteva assolutamente non essere premiata con il Leone d’argento.

Fa sorridere e riflettere, da questo punto di vista, che un film televisivo riadattato per il grande schermo abbia ottenuto un premio così importante a Venezia, ma è forse una dimostrazione della bravura e della indiscutibile abilità di un regista che in Italia non è mai stato compreso a fondo, ma che meriterebbe più di una rivalutazione.

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Un’immagine da Wife of a Spy

Il Premio della giuria è andato a un altro grande maestro presente in concorso, Andrei Konchalovsky. Il suo Dear Comrades era uno dei pochissimi film a poter strappare quello che sembrava un Leone d’oro già assegnato. Un premio conferma la dimestichezza che il maestro russo ha con Venezia. Negli ultimi dieci anni, infatti, Konchalovsky non ha mai abbandonato il lido senza essersi portato a casa un riconoscimento. Un Leone d’oro sarebbe stato perfetto per coronare una lunghissima e prolifica carriera, iniziata come sceneggiatore di uno dei più bei film della storia del cinema, Andrei Rublev, e proseguita con una serie di ottimi lavori girati fra Russia e Stati Uniti.

Lo spessore di un film come Dear Comrades era non da poco, ma, pur raccontando una storia femminile, l’ambientazione storica del film deve averlo penalizzato.
E qui si apre un discorso non da poco. I tre film più compatti e più “narrativi” dell’ultima edizione della Mostra sono stati film che, grazie a un’ambientazione storica, riuscivano a raccontare storie personali e a mandare messaggi validi anche per il nostro presente. A raccontare storie senza essere schiavi di una retorica brutalmente e ruffianamente contemporanea. I film in questione sono, per l’appunto, Dear Comrades, Wife of a Spy e Quo Vadis, Aida? di Jasmila Zbanic.

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Un’immagine da Dear Comrades

Proprio quest’ultimo film è forse, a ben vedere, il vero escluso della mostra. Il fatto che in un’edizione simile un film come quello della regista bosniaca sia passato totalmente nel silenzio deve far riflettere. Un film al femminile, girato da una regista donna, che racconta abilmente una storia personale usando come contorno uno dei massacri più ignobili e recenti della storia occidentale (il massacro di Srebrenica), non poteva non portare a casa almeno un riconoscimento.

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Un’immagine da Quo Vadis, Aida?

Il Leone d’oro, in altri anni, sarebbe stato quasi automatico. Ma si è preferito far vincere la storia americana, una storia che potrà essere in grado di avere una discreta quantità di pubblico nelle sale, ma che sarà destinata a rimanere nella melma delle storie statunitensi, buone per vincere gli Oscar forse, ma non in grado di resistere alla prova degli anni. Si è preferito far vincere la Disney a discapito della Storia evidenziando come la nostra contemporaneità miri a distruggere e a mettere in ombra il passato per muoversi in un futuro non così lontano da quello che John Carpenter profetizzò ormai vent’anni fa.

Bisognerà certo prenderne atto. Perché al netto delle numerose storie di donne presentate a Venezia e al netto delle molte valide registe presenti al Lido a vincere non sono state certo le donne. Ha vinto, ancora una volta, la produzione. E il ritiro del premio da parte di Disney Italia è un messaggio chiaro e inequivocabile.

Forse dinnanzi a tutto ciò anche le critiche dell’ A.D. di Rai Cinema Paolo Del Brocco non sembrano poi così estemporanee. In una competizione che da qualche anno premia le produzioni e lascia ai film validi al massimo i premi minori (e non è sempre così) l’assenza di almeno uno dei tre film prodotti dalla Rai lascia abbastanza stupiti. Non perché un film fra Notturno, Miss Marx e Le sorelle Macaluso potesse effettivamente meritare qualche premio, dal momento che fra i tre solo il film di Emma Dante è quello che si è dimostrato più incline alla narrazione di una storia di donne solida e coerente, ma perché la vittoria di una produzione nazionale in un contesto come quello di emergenza sanitaria nel quale ci troviamo avrebbe potuto rappresentare una vera boccata di aria fresca per il cinema italiano che, volenti o nolenti, è perlopiù finanziato da Rai Cinema.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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