Se7en: quando David Fincher rivoluzionò il genere noir

Se7en è considerato un film rivoluzionario per il genere noir anni '90, grazie alle sue atmosfere cupe e all'iconico personaggio di John Doe.

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Parlando di Se7en oggi ci sembra quasi scontato definirlo un film cult: un regista affermato come David Fincher, un cast di eccezione, una scrittura iconica. Non era affatto scontato nel 1995, quando il film uscì nelle sale. All’epoca Fincher era all’inizio di una carriera che sembrava destinata a durare poco: aveva girato alcuni spot televisivi, poi si era fatto tentare dal mondo del cinema. Aveva realizzato Alien 3, che dopo una produzione travagliata si era rivelato un flop, ed era deciso a non tornare più dietro alla macchina da presa.

Anche il cast non prometteva bene. Le parti principali erano state proposte a Denzel Washington e Al Pacino, che avevano però rifiutato. Si puntò allora su Morgan Freeman, che all’epoca aveva alle spalle due nomination agli Oscar ma non era un attore particolarmente ambito, e Brad Pitt, che aveva avuto solo una parte importante in un film di scarso successo, Vento di Passioni. Kevin SpaceyGwyneth Paltrow erano due nomi sconosciuti.

La sceneggiatura? Un autore semisconosciuto, Kevin Waller, era stato ispirato dalla sua pessima esperienza a New York. Una storia considerata troppo scura, pessimista, cinica. Un finale troppo forte, che andava assolutamente cambiato. La sorte volle che, per errore, Fincher ricevette il copione originale, non censurato. Ci vide subito del potenziale: avrebbe realizzato il film esattamente come l’aveva pensato Waller, si impose fino a convincere i produttori.

Se7en è un film nato da errori, rifiuti e disagi. Un film su cui nessuno avrebbe scommesso, che molti avrebbero realizzato diversamente. D’altra parte, Se7en è la pellicola con cui David Fincher rivoluzionò un genere, inserendo un tassello fondamentale della storia del cinema thriller e noir.

NOVITA’ SIN DALL’INIZIO

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Il primo aspetto interessante che contraddistingue Se7en sono proprio i titoli di testa. Il film di Fincher non si apre con i classici nomi che scorrono in sovrimpressione sulle scene iniziali, ma viene loro dedicato uno spazio apposito: ricorda quasi una sigla. Su Closer dei Nine Inch Nails vediamo comparire i nomi dei vari membri della troupe, accompagnati da immagini che in parte anticipano quello che vedremo.

Testi che scorrono, parole evidenziate, mani sporche e fasciate, fotogrammi che richiamano alcuni dettagli degli efferati omicidi che vedremo compiere da John Doe. Ma soprattutto, questi titoli di testa anticipano l’atmosfera cupa, disturbante e disturbata che caratterizzerà e sarà un tratto distintivo di Se7en.

Un dettaglio da notare è che il nome di Kevin Spacey non compare tra gli attori dei titoli di testa. Fu una proposta dello stesso attore: in questo modo il suo arrivo sarebbe stato una sorpresa per lo spettatore così come per i personaggi del film. Un altro elemento che dimostra la cura per i dettagli del film, che coinvolge il pubblico in prima persona.

UN FILM NEO-NOIR

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Se7en viene considerato uno dei titoli più importanti del genere Neo-noir, ma anche un film innovativo e rivoluzionario per questo genere negli anni ’90. Fincher riuscì a coniugare gli elementi tipici del noir più classico, ma fornendo un punto di vista fresco e moderno, che avrà ripercussioni decisive sulle pellicole successive.

Il genere Noir nasce negli anni ’40: sono quei film nati dal senso di sfiducia e alienazione che aveva pervaso l’America dopo la crisi economica e il proibizionismo di inizio secolo. In questi film, i cui protagonisti erano criminali, violenti e inquietanti, spesso il male prendeva il sopravvento, coinvolgendo anche coloro che cercavano di opporsi, spesso poliziotti o detective.

A partire dagli anni ’60, con una nuova ondata di sconforto legata alla guerra fredda e alle lotte sociali, questo genere ha una nuova vita: nel Neo-noir le tematiche principali sono le stesse, ma ci sono le novità del colore e il ruolo delle nuove tecnologie. Inoltre gli standard sono cambiati e le scene di violenza o erotismo, prima proibite, si fanno più esplicite.

Se7en rientra perfettamente in questo filone. A partire dalla fotografia, fortemente ispirata proprio a quei noir degli anni ’40. Il direttore della fotografia, Darius Khondjidecise inoltre di rifarsi alle fotografie in bianco e nero di Robert Frank pubblicate nel 1958 in una raccolta initolata The Americans: l’obiettivo era quello di ricreare lo stesso senso di solitudine e alienazione che le foto trasmettono. Si arriva così a quelle ambientazioni scure, ostili, anonime, con una pioggia costante.

Se7en riprende le caratteristiche del noir: i due detective protagonisti, gli omicidi, la decadenza. Cerca però di portarli all’estremo, inserendo sin dall’inizio una violenza esplicita, diretta. Si è immediatamente immersi in un clima di decadenza e cinismo, in cui nessuno si stupisce della crudeltà che l’uomo può raggiungere, in cui la resa e lo sconforto sono il sentimento più comune. Anche durante le indagini, nella ricerca di John Doe, lo spettatore è pervaso da un desolante senso di impotenza: abbiamo la sensazione che qualsiasi obiettivo sia futile, che il killer non sarà mai fermato e che anche in tal caso non si potrebbe comunque fermare il Male che domina la società. Il finale non fa che confermare questa spiacevole sensazione.

JOHN DOE: NELLA MENTE DI UN KILLER

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Uno degli elementi più forti e innovativi di Se7en è sicuramente l’iconico serial killer, John Doe, magistralmente interpretato da Kevin Spacey. Per capire l’importanza di questo personaggio bisogna tornare qualche anno indietro, a quello che fu forse il suo principale predecessore: Hannibal Lecter.

Il Silenzio degli Innocenti fu infatti un altro tassello fondamentale della rivoluzione che poi Se7en porterà avanti. In entrambi i film ci viene permesso di entrare nella mente del killer e di scoprire come, oltre alla violenza efferata, ci sia un aspetto geniale e decisamente affascinante. Hannibal Lecter, oltre ad essere un cannibale ed un omicida seriale, è un uomo colto, raffinato, acuto. Tutte quelle qualità ritenute positive venivano da lui utilizzate per scopi negativi: questo fa sì che lo spettatore, per quanto condanni i suoi crimini, non possa evitare di subirne il fascino, di sentirsi attratto e di ammirare un personaggio anti-eroico. Il confine tra bene e male, tra repulsione e stima, diventa sempre più labile, dimostrando come possa essere difficile riconoscere e rifiutare totalmente ciò che è “sbagliato”. D’altra parte, Lecter si redime parzialmente nel momento in cui sfrutta le sue conoscenze per aiutare Clarice Starling a catturare Buffalo Bill, un personaggio reso estremamente negativo agli occhi dello spettatore.

John Doe fa qualcosa di ancora più inquietate: è un uomo comune. Hannibal Lecter rimane un personaggio al di sopra della media, eccentrico ed eccezionale. In Se7en invece tutto fa pensare che siamo tutti, costantemente in pericolo. La città che non ha un nome, ma è una città qualsiasi, in cui tutti possiamo immedesimarci. “John Doe” è il nome utilizzato nel gergo giuridico per indicare un uomo la cui identità è sconosciuta: un nome anonimo, senza identità.

John Doe è un uomo qualunque, il Male è ovunque, è difficile da riconoscere. Ma soprattutto, anche in questo caso ha un fascino e un potere. I discorsi che John Doe tiene sul finale con i Detective Somerset e Mill sono coerenti, sebbene estremi ed inquietanti. Hanno una logica ed un’etica. La sua capacità di manipolare la polizia, di tenere sempre le redini del gioco, non possono non suscitare ammirazione. E sul finale, quando Mill diventa Ira e porta a termine il piano di omicidi, ha vinto: non c’è speranza, non c’è lieto fine o giustizia. Neanche il detective è immune al Male, si lascia manipolare da esso e cede.

Se7en riesce a coniugare questi due aspetti che sembrano quasi contraddirsi: da una parte il Mastermind, il killer geniale e affascinante che avrà un successo incredibile nella cinematografia successiva; dall’altro l’idea cinica del male come aspetto ben inserito nella società, un elemento comune, più frequente di quanto pensiamo, insito nello stesso animo umano. Si insinua nei personaggi, in Mill che cede alla sete di vendetta. Ma si insinua anche nello spettatore, che assiste con un inconscio voyerismo alla scena finale. L’omicidio di Tracy è quello più crudele perché lei non ha colpe, a differenza delle vittime precedenti: è l’unico personaggio del tutto positivo, costretta a trasferirsi in una città che odia per volontà del marito. Già l’idea della sua morte è di per sé brutale e violenta, tuttavia si insinua il desiderio di vedere, di sbirciare in quella scatola, di soddisfare quella sete di sangue che nel resto del film non ci è mai stata negata. Fincher decide invece di rendere quest’ultima scena quella meno esplicita: non vediamo la testa, ci soffermiamo sul primo piano di Brad Pitt, devastato dalle sue emozioni. Ci lascia con il sadismo che si è insinuato anche in noi, senza soddisfarlo per costringerci a comprenderlo, ad accettarlo. A renderci conto che, in fondo, anche noi stiamo tifando per John Doe.

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