Jake LaMotta, il Toro scatenato che fece risorgere Martin Scorsese

Il 19 Settembre del 2017 ci lasciava Jake LaMotta, simbolo, icona e leggenda della boxe. Inevitabile palarvi di Toro scatenato.

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jake lamotta

“Datemi un’arena, perché il Toro non si frena. Jake il Toro si scatena. Perché oltre al pugilato sono attore raffinato. Questo è spettacolo”.

Icona, simbolo, leggenda. Una carriera segnata da 106 incontri, di cui 83 vittorie, ricordato da tutti non solo per l’animale da ring, ma anche per il suo temperamento turbolento fuori dal tappeto. Lo chiamavano Toro scatenato, ma anche Toro del Bronx ed è stato l’eterno rivale di Sugar Ray Robinson, uno dei più grandi pugili di sempre con cui combatté il violento Massacro di San Valentino. Il suo nome era Jake LaMotta, un mito della boxe, un fuoriclasse che iniziò a sfidare i primi avversari per le strade del quartiere, nella speranza di racimolare qualche soldo e che divenne mondiale dei pesi medi tra il 1949 ed il 1951.

La leggenda

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Jake LaMotta nacque a New York nei primi anni Venti (quando di preciso, ancora non si sa) e crebbe nel Bronx. Il suo rito di iniziazione alla boxe, per così dire, avvenne per mano del padre, un italiano emigrato da Messina, il quale spinse il figlio a battersi con i ragazzini della zona per guadagnare qualche dollaro in più. A 9 anni girava con un punteruolo in tasca per difendersi dagli attacchi di alcuni bulli che ogni volta lo infastidivano. Jake tirava fuori l’arnese, li spaventava e loro allora fuggivano, fino a quando un giorno non lo dimenticò a casa per sbaglio e per difendersi fu costretto ad utilizzare i pugni: “La paura aveva liberato questa dote, e non ebbi più bisogno di nessun punteruolo”. A 19 anni, Toro scatenato era già una promessa della boxe e da lì a qualche anno la sua carriera parlerà per lui: Marcel Cerdon, Tiberio Mitri, Jimmy Reevs, Robert Villemain e Billy Fox sono solo alcuni dei nomi di coloro che negli anni è riuscito a mettere al tappeto. Anche se il suo rivale per eccellenza è sempre stato il pugile di Detroit, Ray Sugar Robinson.

Il Massacro di San Valentino

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14 Febbraio 1951. Sul ring del Chicago Stadium si mise in scena uno dei match più violenti della storia, quello che vide in un angolo Jake LaMotta e nell’altro Ray Sugar Robinson, al loro sesto incontro. Il pubblico puntò tutto sul fighter di Detroit che per i primi tre round non fece altro che colpire con assoluta puntualità il suo avversario. Mano mano, il ring diventò un lago di sangue ed il volto di LaMotta una maschera, ma Jake decise di non cedere, continuando a rimanere in piedi su quel tappeto e sfidando il suo avversario, da buon campione in carica quale era e da uomo sprezzante. Al tredicesimo round, dopo che anche il pubblico iniziava a sconvolgersi e chiedere di interrompere quella mattanza, l’arbitro alzò in alto il braccio di Robinson decretandolo il nuovo campione mondiale dei pesi medi. Un vero e proprio Massacro di San Valentino, rimasto nella storia del mondo della boxe: “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità”. Dopo tre anni da quella terribile sconfitta, il Toro scatenato che aveva ammaliato gli amanti del pugilato – e non solo – decise di ritirarsi dalla scena sportiva, ma questo fu solo l’inizio di ulteriori problemi. Alcol, violenze intrafamiliari, liti ed arresti segnarono la disfatta dell’icona.

Rinascita e morte

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Toro scatenato segna rinascita e morte al contempo. Da una parte Martin Scorsese che firma uno dei più grandi successi della sua carriera – per molti il capolavoro assoluto – dopo una caduta roboante in seguito all’insuccesso del musical New York, New York. Il cineasta non aveva retto il colpo davanti all’opera poco apprezzata con Liza Minelli e Robert De Niro ed era sprofondato in una crisi abissale, nel vortice della depressione, psicofarmaci e stupefacenti. Ma proprio in quel periodo, De Niro, suo primo attore feticcio, rimasto affascinato dall’autobiografia di Jake LaMotta, decise di presentargli il progetto e cercò di convincerlo ad affrontare questa nuova impresa. Non fu semplice, considerando anche lo scetticismo di Scorsese nei confronti dei film sportivi. Il resto della storia lo sappiamo tutti: Toro scatenato divenne un cult mondiale, una pellicola senza tempo che ancora oggi ha un cuore pulsante. Dall’altra parte, la riproduzione dell’ascesa ed il declino di Jake LaMotta rappresentò la fine della New Hollywood, crollata definitivamente di lì a poco.

Toro scatenato

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Jake LaMotta era un pugile, un campione, un fuoriclasse. Toro scatenato ha un ritmo scandito dalle vittorie che sembrano infinite di quell’uomo che combatteva prima di tutto contro se stesso. La sua natura instabile, violenta, impetuosa, nasconde un quadro a tinte fosche fatto di insicurezza, autodistruzione ed una folle paura di essere abbandonato. L’unico in grado di mandarlo davvero al tappeto, soccomberlo e sferrare il destro distruttivo, sarà proprio lui stesso. Scorsese ci presenta un ritratto formidabile di questo personaggio e mette in piedi un’attenta ed intensa analisi dell’individuo. Lo riprende dall’inizio della sua salita, lo scolpisce durante il suo zenit, alternando le immagini delle sue vittorie a quelle a colori della sua vita privata, per poi mostrarcelo “svestito” e senza armi quando perde sul ring e nell’esistenza. Accanto a Jake, il fratello (Joe Pesci, con cui intraprese una convivenza per rafforzare il rapporto e renderlo più vero), sempre pronto a stargli al fianco, proteggerlo, ma che alla fine non sarà in grado, come tutti, di domarlo. Il lavoro è certosino, perfetto nel ritmo, nella regia e nella fotografia – in modo particolare sul ring – ed è impreziosito dalla cura della colonna sonora. E poi come non citare quel monologo finale tratto da Fronte del porto con Marlon Brando.

Un capolavoro senza tempo.

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