Venezia 77: Recensione di Le sorelle Macaluso di Emma Dante

Le sorelle Macaluso di Emma Dante, in concorso per il Leone d'oro a Venezia, è un film in grado di raccontare con la sola forza delle immagini.

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le sorelle macaluso

Emma Dante torna a Venezia con la sua seconda opera da regista, Le sorelle Macaluso. A sette anni da Via Castellana Bandiera, presentato anch’esso alla Mostra, la grande drammaturga siciliana porta al Lido un film destinato a essere ricordato come una delle più piacevoli sorprese della manifestazione.

Riadattando un proprio testo teatrale per il grande schermo, con Le sorelle Macaluso Emma Dante racconta una storia di vita e di morte con una delicatezza e una finezza alquanto rare da trovare in film italiani che trattano gli stessi temi.
Ambientato in tre fasce temporali diverse, Le sorelle Macaluso è prima di tutto la storia di una casa, di un appartamento di un palazzo di Palermo che accoglie al suo interno cinque sorelle. Prima giovani, poi donne di mezza età e infine vecchie, le sorelle Macaluso vivranno una serie di eventi drammatici destinati a far mutare i loro atteggiamenti e il loro modo di relazionarsi. Insieme a loro, però, anche la casa deperirà.

Le sorelle Macaluso è una storia di donne sole raccontata egregiamente, senza lasciare un minimo di spazio alla facile retorica che spesso si riscontra in storie del genere.
Emma Dante cattura con uno sguardo pittorico eventi chiave della vita delle sorelle. Se nella prima fase della loro vita, quella della giovinezza, i toni sono quelli della commedia, e le immagini sono molto luminose e ricche di colori vivaci, proseguendo con le varie fasi della vita i toni si incupiranno sempre di più fino ad arrivare a esplosioni drammatiche messe in scena con una sensibilità e un senso della misura encomiabili e con gamme cromatiche che si muovono prima verso i marroni e infine verso i grigi.

Scarno di dialoghi veramente significativi, ma ricco di immagini in grado di comunicare esattamente come quadri, Le sorelle Macaluso è un insieme di situazioni domestiche, di gesti tanto semplici quanto significativi che pone l’azione davanti alla parola.
Servendosi di interpreti dall’indubbio talento (più di una fra le molte attrici presenti nel film potrebbe tranquillamente aggiudicarsi la Coppa Volpi), Emma Dante racconta senza alcuna morbosità una storia di morte. Lo fa sottraendo, facendo intuire allo spettatore numerosi passaggi tramite reticenze, tramite oggetti e azioni apparentemente insignificanti, ma in realtà pregni di valore.

le sorelle macaluso

La casa in cui vivono le sorelle è la vera protagonista dell’opera. Invecchia come loro e da vivace e arredata che era lentamente si spoglia e sfiorisce come sfiorisce la gioventù delle protagoniste. Solo pochi oggetti rimarranno fino alla fine nella casa, tacita testimone di un susseguirsi di tragedie. E i piccioni. I piccioni che accorrevano nella casa delle sorelle per trovare da mangiare e che le sorelle utilizzavano per vivere saranno gli ultimi ad andarsene dalla casa, in un volo serafico che sa di libertà e che scorta in cielo la più anziana di loro, Lia.

Emma Dante insiste molto, oltre che sulle immagini, sulla musica. Se canzoni come Inverno di Franco Battiato assumono significato solo con lo scorrere della narrazione e una canzone come Meravigliosa creatura di Gianna Nannini riesce appieno a essere complementare all’immagine, un brano come Gymnopédie, riproposto dalla Dante in numerose occasioni risulta alla lunga pedante e insopportabile. L’intento della regista siciliana è quello di creare un tema ricorrente per determinate situazioni che si ripetono nel corso del film, ma un tema come quello di Satie va goduto nella sua unicità, nella sua comparsa, non nella sua permanenza.

La sensazione è che Emma Dante cerchi di creare un effetto “poetico” che completi l’immagine mostrata, ma, in un film come Le sorelle Macaluso, l’immagine è molte volte in grado di comunicare e, se vogliamo, di farsi poesia contando solo su se stessa. Dinnanzi a ciò il reiterarsi del tema musicale di Satie diventa quasi ridondante e ruffiano e denota una pericolosa mancanza di fiducia della regista nei propri mezzi.

Tralasciando questo aspetto che non inficia più di tanto nella visione del film (ma svela un’ombra non trascurabile) è doveroso ritornare sulla semplicità con cui Emma Dante riesca a raccontare l’intimità e la psicologia delle sue protagoniste.
Racconta la libertà, l’indipendenza e la dipendenza delle sorelle soffermandosi su aspetti della quotidianità, su piatti rotti e riassemblati, con gesti formulari che aprono a una malinconica riflessione sullo scorrere del tempo.
Grazie a una scenografia curatissima, infine, Emma Dante porta lo spettatore dentro l’appartamento delle sorelle, lo rende inquilino, lo rende la casa. Lo spettatore è come un oggetto di arredamento che, per ultimo, se ne va via dalla casa con un senso di nostalgia.

Raccontare una storia di morte come quella di Le sorelle Macaluso senza risultare pesanti o morbosi e difficilissimo. Un film che negli ultimi anni è riuscito molto bene a farlo, Departures di Yojiro Takita, ha ottenuto un rilevante successo internazionale. Se in certe scene si nota come la Dante abbia avuto come ispirazione il film giapponese Oscar al miglior film straniero, è doveroso affermare che l’unicità della narrazione della Dante nel panorama del cinema mainstream italiano merita sicuramente un riconoscimento.

Le sorelle Macaluso non soffre infatti del solito provincialismo che hanno i film italiani che portano in scena dinamiche familiari, ma anzi racconta una storia domestica, intima, con un linguaggio universale e con delle immagini in grado di arrivare a chiunque.
E questo è l’ultimo innegabile pregio del film di Emma Dante, un film destinato a far parlare di sè e a essere bene accolto da ogni tipo di pubblico.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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