Venezia 77: Recensione di Wife of a Spy di Kiyoshi Kurosawa

Wife of a Spy, diretto da Kiyoshi Kurosawa e presentato in concorso per il Leone d'oro, è un elegante e raffinato film ad ambientazione storica.

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wife of a spy

Kiyoshi Kurosawa, habituè dei festival cinematografici europei, sbarca per la prima volta al Lido con Wife of a Spy, melò ad ambientazione storica che vede come protagonisti Yu Aoi e Isao Takahashi.
Il regista che a cavallo fra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 ha girato capolavori del genere thriller e horror come Cure e Kairo ed ermetici drammi sociali come Bright Future e Tokyo Sonata arriva a Venezia cimentandosi, per la prima volta, in un film storico.

Capire il cinema di Kiyoshi Kurosawa non è mai stato semplice ed è ancor meno semplice capire gli obiettivi di Wife of a Spy, film prodotto per la televisione dalla Nikkatsu, poi riadattato come film per il grande schermo e presentato a Venezia.
Il film, ambientato nel 1940, racconta la storia di un mercante (Isao Takahashi) che, dopo aver visto commettere delle atrocità dall’esercito giapponese in Manciuria, raccolte numerose prove, decide di denunciare tutto alla comunità internazionale tradendo la propria patria. Ad aiutarlo nella sua impresa ci sarà l’ambigua moglie, interpretata da una Yu Aoi in una delle sue prove più convincenti.

La sceneggiatura di Wife of a Spy segue pedissequamente le regole del genere melodrammattico, con tradimenti, sospetti, colpi di scena e personaggi maschili monolitici privi di alcuna profondità psicologica. La protagonista, invece, passa dal calcare appieno i tratti di una donna Hitchockiana all’essere l’eroina di un meló alla Yoji Yamada (per restare negli stessi territori e negli stessi periodi) e ha quindi un maggior dinamismo e maggior spessore. E’ lei il motore della vicenda e quando compare sullo schermo l’ambiguità la fa da padrona. Divisa fra l’amore spassionato per il marito e il desiderio di evitare una guerra disastrosa per il suo paese, la donna sarà centro di una serie di scelte che saranno causa degli eventi del film.

Stando ampiamente dentro al genere e sfruttandone i meccanismi Kiyoshi Kurosawa non dimentica i suoi trascorsi horror e i temi che hanno sempre caratterizzato il suo cinema, un cinema rarefatto in cui il vuoto e il silenzio presenti in molte immagini comunicano malessere e disperazione. Le atmosfere che Kiyoshi Kurosawa riesce a evocare in Wife of a Spy sono tetre, costruite grazie a scenografie che sono perfette per portare avanti la poetica degli spazi vuoti su cui il regista giapponese ha costruito la propria carriera. Completa il quadro una fotografia che predilige il marrone come principale gamma cromatica e che contribuisce a proiterrare lo spettatore nello spirito dell’epoca.

wife of a spy

Il vero punto di forza di Wife of a Spy va ben oltre una trama e dei personaggi non così originali.
La regia di Kurosawa è infatti totale. Insistendo molto su aspetti metacinematografici tipici delle sue ultime produzioni e su citazioni al cinema giapponese degli anni ’40 il regista giapponese alterna con eleganza e compattezza pedinemaneti, piani fissi che racchiudono schermi (immancabile riferimento non solo a The Ring, ma anche al suo Serpent’s Path) , lenti e fluidi movimenti di camera che mano a mano distendono il climax ascendente della narrazione e i soliti, immancabili, piano sequenza.

Wife of a Spy è anche peró un film che parla di cinema, della forza rivelatrice che esso può avere e della forza mascheratrice che esso ha.

Guardare Wife of a Spy equivale a guardare un saggio sulle potenzialità che il cinema ha e che può offrire. Non si può non rimanere affascinati dalle inquadrature di Kiyoshi Kurosawa, inquadrature che dimostrano una gestione completa dello spazio scenico e dei movimenti dei personaggi in esso. Grazie a queste il regista riesce a creare un senso di ambiguità, trovando un buon equilibrio fra detto e non detto, fra rivelato e celato.
I raffinati e mai superflui movimenti di camera disvelano lentamente un dramma e mettono lo spettatore a confronto con il più terribile dei “fantasmi” portati in scena da Kurosawa, quello dei crimini di guerra giapponesi.

Un regista che ha sempre descritto lo smarrimento dell’individuo nella società torna indietro nel tempo per raccontare, di nuovo, una storia di personaggi che si trovano senza alcuna via di uscita in un mondo a loro ostile. Molte sono le sequenze in cui il regista giapponese riesce a evocare questa sensazione nello spettatore, una su tutte lo splendido piano sequenza in cui la coppia di protagonisti teme di essere seguita.

Il male nel cinema di Kurosawa poche volte ha una causa, ma ha sempre conseguenze. Dinnanzi a ciò anche il finale apocalittico, coerente con la poetica del regista, assume un valore peculiare. Il male del Giappone è infatti punito con la sconfitta disastrosa nella guerra, una sconfitta che per la protagonista passa dall’essere motivo di gioia a motivo di disperazione. Il grido finale che chiude Wife of a Spy è un grido di rassegnazione di fronte al male.

In conclusione, se Wife of a Spy è un film che presenta una sceneggiatura con non poche zone d’ombra, compensa il tutto con ottime prove attoriali da parte di tutto il cast e una messa in scena che dimostra, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, tutto il talento di Kiyoshi Kurosawa, il regista dell’illusione e della decostruzione che attraverso il genere riesce sempre a portare in scena importanti tematiche.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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