Dieci capolavori di Akira Kurosawa da vedere almeno una volta nella vita

Akira Kurosawa è uno dei migliori registi di tutti i tempi. Ecco dieci film da recuperare per approcciarsi alla filmografia di questo grande regista.

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akira kurosawa

Akira Kurosawa è uno dei più grandi innovatori della storia del cinema. Il regista che ha costruito un ponte fra Occidente e Oriente negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale è stato, ed è ancora, un modello per ogni regista. Molti lo hanno definito l’inventore del cinema contemporaneo, molti lo ritengono ancora oggi il miglior regista di sempre, colui che è riuscito ad aggiungere al fascino dell’azione la potenza della riflessione, a raggiungere l’equilibrio perfetto fra forma e contenuto.
Nato nel 1910 Akira Kurosawa ha vissuto pienamente il Novecento e di esso è stato uno dei protagonisti. Venuto a mancare nel 1998 dopo una carriera durata mezzo secolo ha lasciato alla storia, non solo della Settima Arte, opere destinate all’immortalità.

Capace di far convivere nei propri film Oriente e Occidente Akira Kurosawa è un regista che chiunque si definisca amante del cinema dovrebbe essere in grado di apprezzare. La statura e l’importanza dei suoi capolavori li rende film eterni che ancora oggi sono in grado di comunicare nonostante i molti anni che si portano sulle spalle.
Andiamo quindi a consigliare dieci film di questo grande regista che ognuno dovrebbe vedere almeno una volta nella vita, tenendo in considerazione che il racchiudere la filmografia di un regista così importante in sole dieci opere ne lascia fuori molte altre valide. Ma questi film devono essere solo un punto di partenza per chiunque si voglia approcciare al cinema del più grande maestro giapponese.

10) Rashomon (1950)

Akira Kurosawa

Scrivere poche righe su Rashomon quando su di esso sono stati scritti interi libri è parecchio difficile. Il film che aprì le porte dell’occidente al cinema giapponese è uno dei più importanti e influenti della storia del cinema. Fotografia, montaggio, sonoro, sceneggiatura, hanno fatto scuola e sono state letteralmente saccheggiate dai registi occidentali.
Nella storia del cinema esiste un “prima Rashomon” e un “dopo Rashomon”.
Il film di Kurosawa è una riflessione sempre attuale sulla verità e sul significato di essa, una riflessione raccontata tramite una narrazione a scatole cinesi che interseca analessi e prolessi con una fluidità ancora oggi insuperata.

La storia raccontata in una giornata di pioggia sotto una porta di Kyoto è una delle più importanti che siano mai state portate sul grande schermo.
Con interpreti straordinari fra i quali spicca Toshiro Mifune, attore feticcio di Kurosawa, il regista giapponese arriva a Venezia e conquista il Leone d’oro per poi ottenere l’Oscar al film straniero.
Era l’inizio di un fortunato periodo per il cinema giapponese in occidente, ma era anche l’inizio del cinema contemporaneo.

9) Vivere (1952)

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Il dipendente comunale Kenji Watanabe, interpretato da un perfetto Takashi Shimura, scopre che gli mancano pochi giorni di vita. Rianalizzando la propria vita scopre  di aver sempre avuto un vuoto dentro di sé che lo ha portato a negarsi all’esistenza. Decide quindi di passare gli ultimi giorni della sua vita dedicandosi a tutto ciò che non ha mai fatto, compresa l’approvazione del progetto per un nuovo parco giochi.

Fra satira e dramma esistenzialista Kurosawa ci trascina nel Giappone post-bellico con una storia commovente che, grazie a uno schema narrativo d’avanguardia, coinvolge e sconvolge a ogni visione.
Il finale indimenticabile è entrato con forza nell’immaginario collettivo ed è ciliegina sulla torta di un film che è una riflessione sulla vita e sul vivere sempre attuale, eterna.
Il Time lo ha inserito nella lista dei 100 migliori film di sempre. Ogni altra parola su questo film sarebbe sprecata.

8) I sette samurai (1953)

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I sette Samurai è uno dei migliori film della storia del cinema, per non dire il migliore. E’ la perfezione che si fa pellicola. Un film che può essere visto all’infinito senza mai risultare datato. Un capolavoro di sceneggiatura, di messa in scena, di recitazione, di regia.
I sette Samurai è l’archetipo, il modello, lo scomodo parente con cui ogni regista di film di azione e di avventura ha dovuto confrontarsi per anni.
Trovare una sola cosa negativa nel film di Kurosawa è praticamente impossibile e trovare qualcuno che non abbia apprezzato I sette samurai lo è ancora di più.
Una scrittura dei personaggi profonda, con un’attenzione alla sceneggiatura e a ogni singolo aspetto della messa in scena maniacale, dalle splendide scene di azione campale fino alle scene più comiche ha contribuito a creare il Film per eccellenza.

Nonostante le tre ore di durata e i molti anni che si porta sulle spalle l’opera di Kurosawa riesce ancora a intrattenere, a lasciare con il fiato sospeso, a emozionare.
Con un cast che si compone di alcuni degli attori più bravi di tutti i tempi come Takashi Shimura e il leggendario Toshiro Mifune, Akira Kurosawa gira quello che è a tutti gli effetti uno dei film più importanti della storia del cinema, un film che chiunque si dica appassionato della Settima Arte dovrebbe vedere e apprezzare.

7) I bassifondi (1957)

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Con I bassifondi Akira Kurosawa dimostra, a 6 anni di distanza da L’idiota, tutta la sua ammirazione nei confronti della letteratura russa. Il film del 1957 è infatti una riproposizione cinematografica di un’opera del drammaturgo russo Maksim Gor’kij. Con un Toshiro Mifune sempre più perfetto nel recitare ruoli di personaggi sopra le righe e una visione a 360 gradi dello spazio d’azione Akira Kurosawa firma uno dei suoi film più drammatici.
Ai margini di una città, in una discarica, vivono in un ostello una serie di sbandati, dei reietti che passano il proprio tempo a bere e a giocare d’azzardo mentre sognano di uscire dalla propria condizione di indigenti.

I bassifondi è un film che non paga il suo assetto teatrale grazie a una serie di accorgimenti tecnici che donano dinamismo e profondità a una statica ambientazione. L’ostello dei disperati diventa il luogo di una tragedia, diventa il luogo in cui Akira Kurosawa riflette sull’uomo, sulle sue ambizioni, sulle sue frustrazioni. Ma se in Vivere il grande regista giapponese offriva una via d’uscita al disagio esistenziale, ne I bassifondi essa sembra essere sempre lontana e ineffabile.

6) Il trono di sangue (1957)

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Il trono di sangue è un esperimento fra i più arditi di tutta la filmografia di Akira Kurosawa. Si tratta infatti di un riadattamento, in chiave giapponese, della tragedia Shakespeariana Macbeth. Spostando l’ambientazione da quella scozzese a quella giapponese del XVI secolo Akira Kurosawa ricrea l’immaginario della tragedia di Shakespeare con una precisione e un’attenzione ai minimi dettagli fuori dal comune. Scenografie affascinanti e scene di scontri campali lasciano spazio a sequenze horror in grado di inquietare ancora oggi. Il modello espressivo del Teatro Nō appare dominante, anche se nel film straripa e deborda tutto l’immenso talento che regala la prova di Toshiro Mifune, alle prese con uno dei ruoli più drammatici e complessi della sua carriera.

La cura per ogni singolo aspetto della messa in scena è, come nei precedenti film sui samurai di Akira Kurosawa, maniacale e alcune soluzioni utilizzate nel montaggio e nella scenografia sono ancora oggi da esempio per molti registi. Il trono di sangue è universalmente riconosciuto come uno dei migliori film tratti da opere di Shakespeare. E dimostra quanto il cinema di Akira Kurosawa sia universale, frutto di un continuo scambio fra suggestioni occidentali e soluzioni tratte dalla secolare cultura giapponese.

5) La sfida del samurai (1961)

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La sfida del samurai è il film che ha inventato lo spaghetti-western. Senza di esso, infatti, non ci sarebbe potuto essere un film come Per un pugno di dollari di Sergio Leone. Evitando di addentrarci troppo nella questione plagio/remake che ha fatto molto discutere in passato (basta infatti vedere i due film per avere una limpida visione della vicenda), è opportuno soffermarsi sulle vette che questo film è in grado di raggiungere.
Pagando il debito a John Ford Akira Kurosawa porta sullo schermo una storia destinata a diventare iconica e un personaggio, quello del ronin Sanjuro (interpretato da un sempre ineccepibile Toshiro Mifune), destinato a essere modello per numerosi western degli anni ’60 e ’70.

La sfida del samurai è un film perfetto, in cui azione, dramma e commedia convivono con un equilibrio perfetto. Con un gusto per la suspence e una serie di snodi narrativi mai visti nei western di Ford, Akira Kurosawa re-inventa il genere dei film di Samurai dopo averlo già fatto con i Sette Samurai. L’epica del film del 1953 lascia posto all’epillio e all’eroicomico in un film che fa della finezza nella composizione delle inquadrature e dell’attenzione alla messa in scena il suo punto di forza. Le scene di azione con katana sono girate con una freschezza e una gestione degli spazi fuori dal comune.
Per la prova in La sfida del samurai Toshiro Mifune ricevette la Coppa Volpi a Venezia. La vincerà ancora una volta qualche anno dopo per la prova in Barbarossa, un altro capolavoro di Akira Kurosawa.

4) Anatomia di un rapimento (1963)

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Anatomia di un rapimento segna la terza incursione di Akira Kurosawa nel genere noir a distanza di pochi anni da I cattivi dormono in pace e a più di 10 anni da Cane randagio. Due rapitori rapiscono quello che credono essere il figlio di un uomo molto ricco, l’industriale Kingo Gondo (un Toshiro Mifune che si dimostra valido anche in un ruolo per lui inedito). Telefonano quindi per richiedere il riscatto, ma si accorgono di aver rapito il bambino sbagliato. A rimanere coinvolto nel rapimento è infatti il figlio dell’autista di Kingo Gondo. L’uomo, che è in procinto di compiere l’affare più importante della sua vita dopo aver richiesto un ingente prestito, essendo un brava persona, decide comunque di pagare il riscatto. La salvezza del figlio del suo autista sarà però la causa della sua rovina.

Akira Kurosawa gioca con il genere noir e lo contamina con elementi a esso alieno fino ad arrivare a creare, ancora una volta, un vero e proprio archetipo. Il tema del rapimimento si conclude infatti nella prima metà di film, lasciando la seconda metà alla ricerca dei rapitori.

Entrano nel cinema di Kurosawa temi come quelli dell’eroina e le sequenze girate nei quartieri frequentati dai tossicodipendenti sembrano un vero e proprio viaggio fra zombi (di cui Romero farà tesoro). Il noir tocca con mano e mostra senza timore morti per overdose, iniezioni letali di eroina e tutta un’altra serie di situazioni bandite fino a quel momento nel noir occidentale.
Nel bianco e nero, inoltre, Akira Kurosawa inserisce un solo colore, il rosso utilizzato per distinguere un determinato tipo di gas.
Questo geniale accorgimento è solo uno dei tanti motivi per vedere e apprezzare un Akira Kurosawa diverso dal solito, che dimostra di saper girare noir di spessore senza mai perdere di vista la componente puramente di intrattenimento che è parte fondante del suo cinema.

3) Dersu Uzala – Il piccolo uomo delle grandi pianure (1975)

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Dopo una serie di insuccessi e un tentativo di suicidio a seguito del flop di Dodes’ka-den Akira Kurosawa gira, per la prima volta, un film fuori dal Giappone. Girato in Russia,
il film racconta la storia di amicizia fra un topografo dell’esercito imperiale e un nomade della Siberia. Dersu Uzala è un film che vanta una fotografia splendida, in grado di far respirare allo spettatore tutta l’essenza della Siberia e della vita dei nomadi siberiani.
Il tema del rapporto dell’uomo con la natura, che sarà parte fondante dei lavori dell’ultima fase della carriera di Akira Kurosawa, diventa centrale. Le semplici considerazioni che il cacciatore nomade Dersu dispensa durante il film hanno il sapore di una verità eterna che non potrà mai essere messa in dubbio.

Con la solita attenzione ai tempi della narrazione che contribuisce a non far pesare neanche per un minuto la lunghezza della pellicola e il consueto equilibrio fra situazioni drammatiche e situazioni comiche, Akira Kurosawa gira un film intimo, ma allo stesso tempo universale. Un inno all’amicizia che segnerà il ritorno in grande stile del regista nipponico e aprirà le porte dell’ultima fase della sua carriera.
L’Oscar al miglior film straniero è il minimo che potesse essere riconosciuto a un film di così rara bellezza.

2) Ran (1985)

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Con Ran Akira Kurosawa torna, a distanza di quasi 30 anni, al riadattamento di un’opera Shakespeariana. Riprendendo il Re Lear del drammaturgo inglese Akira Kurosawa, a più di 70 anni, re-inventa ancora una volta il genere dello jidai-geki. Ran è l’epica. Ran è la perfezione (parola mai abusata quando si parla di Kurosawa) portata sullo schermo. Tre ore di bellezza, fra una fotografia abbacinante e una cura nella composizione dell’immagine e delle inquadrature che lascia sempre a bocca aperta.

Ran è cinema all’ennesima potenza, è azione e riflessione, è tragedia e commedia, è climax e anticlimax.
Vedere Ran è assistere al trionfo del linguaggio espressivo del cinema, una vera e propria gioia per gli occhi e per la mente.
Uno degli ultimi capolavori firmati dal maestro Akira Kurosawa che ogni amante del cinema dovrebbe vedere almeno una volta nella vita

1) Sogni (1990)

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Sogni è uno degli ultimi capolavori di Kurosawa. Seguendo una struttura a episodi l’anziano regista giapponese firma una sorta di testamento spirituale, un lascito alle nuove generazioni. La tematica ambientalista diventa predominante in un film che mostra, tramite una serie di “visioni” il lento decadimento del mondo. Se alcuni episodi sembrano peccare di un’eccessiva retorica, giustificabile comunque se dispensata da un regista che ha vissuto, nei fatti, un secolo, altri sono profetici.

Fra orge infernali di demoni, eruzioni di vulcani con sopra centrali nucleari, viaggi nei quadri di Van Gogh e matrimoni di demoni-volpi Akira Kurosawa lancia un monito all’uomo e al Giappone chiedendogli una ricerca di equilibrio nello sfruttamento delle finite risorse del pianeta. L’appello di Kurosawa è destinato a rimanere inascoltato. L’appello di un vecchio che ha vissuto la gloria, la rovina e poi di nuovo la gloria del proprio paese e che ha visto il Giappone ferito dalle bombe produrre energia nucleare cade nel vuoto.
Rimane solo la bellezza di alcune sequenze visionarie, fra le ultime di uno dei più grandi registi della storia del cinema.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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