Richard Jewell: l’eroe ingenuo di Eastwood… che non può essere un eroe

Richard Jewell è forse il film più intimamente politico di Clint Eastwood, in cui egli esprime tutta la fragilità del singolo alle prese con le maglie del potere e dei media.

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The Ballad of Richard Jewell

Che Clint Eastwood stia, almeno negli ultimi anni, concentrandosi sempre di più su quelli che sono gli eroi più nascosti ed invisibili, questo è chiaro a tutti. E dopo prove altalenanti con i precedenti Sully, Ore 15:17 – Attacco al treno, Il corriere, il suo ultimo Richard Jewell è di sicuro una delle sue prove più riuscite in questo senso.

E questo primariamente perché dimostra molta lucidità e organicità nel racconto della storia fuori dall’ordinario e, allo stesso tempo, completamente ordinaria di un uomo comune. Si tratta di Richard Jewell, un uomo semplice e ingenuo che, agendo per il bene, si trova invischiato in un sistema che è decisamente più grande di lui.

Ed è proprio contro questo sistema – leggi: Stato e media – contro cui Clint si schiera, in quello che è uno dei suoi film più (intrinsecamente) politico. Colpisce anche vedere l’attualità di queste idee alla luce della situazione socio-politica americana di questi giorni di (post?) pandemia e proteste per il #BlackLivesMatter. Un clima che non fa altro che enfatizzare la distanza del racconto di media e politica da quello della gente comune. Una cosa che Eastwood ci vuole dire già da parecchio tempo!

 

Chi è l’eroe?

Richard Jewell
Il “vero” Richard Jewell

Atlanta, 27 luglio 1996. Al Centennial Olympic Park di Atlanta, durante i giochi olimpici estivi, scoppia una bomba che causa 2 morti e 110 feriti. L’attentato è il primo di quattro commessi da Eric Rudolph, un estremista americano cristiano antiabortista. Ma il protagonista della vicenda e di riflesso anche del film non fu lui.

Tutte le attenzioni si concentrarono, infatti, su Richard Jewell, la guardia di sicurezza della AT&T che, mossa dalle migliori intenzioni e da una totale fiducia nel sistema, per prima individuò l’ordigno e iniziò a far evacuare il pubblico, salvando così la vita di numerose persone. Fu lui ad essere infatti preso di mira dalle indagini dell’FBI, nonché dai giornalisti, come perfetto terrorista. La sua colpa: essere troppo sbagliato per stare dalla parte dei giusti!

Come poteva infatti uno scapolo di 34 anni, che vive ancora con la madre, le cui uniche passioni sono le armi e i videogame, in più dotato di una buona dose di “ottusa” generosità, nonché di parecchi chili in più, essere un eroe?!

Troppo strano per rientrare nel sistema. Troppo poco sveglio per uscirne bene. In queste semplici considerazioni si può tracciare tutta la solidarietà che Clint Eastwood esprime nei confronti di Richard Jewell nella sua pellicola. Un film che, tra le altre cose, non camuffa e non mistifica la figura del guardiano-wannabe-agente, presentandolo in tutta la sua ingenua verità.

 

È ancora lecito essere ingenui?

Richard Jewell

È questa la domanda che sembra porsi Clint Eastwood tramite la storia e la figura di Richard Jewell. O meglio, Clint ha già la risposta che ovviamente è negativa. Fiducia, lealtà, semplicità d’animo (e dunque anche ingenuità) sembrano infatti non trovare un posto all’interno del quadro della “nuova” Nazione americana dipinto dal regista.

In un mondo dominato dal racconto mediale e politico, e quindi in cui ciò che si mostra è la prima cosa che determina chi sei, essere totalmente inconsapevoli di queste dinamiche appare quasi come un peccato mortale. E questo discorso vale ancora di più per gli USA – non è un caso che sia il Paese che ha letteralmente inventato lo spettacolo. È questo, in fin dei conti, il grande tranello in cui cade il povero Richard Jewell. Un tranello del Sistema a cui non riesce, e a cui nemmeno sa, sottoporsi.

Jewell non è altro che una buona persona, priva di sovrastrutture. Sempre fedele alla parola data e (quasi) incomprensibilmente avulso da qualsiasi tipo di comportamento “strategico”. Generoso fino a sembrare fuori luogo: rifornisce di bibite i suoi (non-)colleghi poliziotti e di barrette il suo avvocato Bryant Watson. La troppa normalità di Richard Jewell si trasforma così in un’anormalità rispetto al gioco sociale in cui si ritrova immerso. Un gioco che non è suo e che è troppo grande per essere da lui dominato e compreso appieno.

 

Il politico e fuorilegge Clint

Richard Jewell

Ma ecco che dalla parte di Richard Jewell si mette proprio Clint Eastwood. Come Watson, a tutti gli effetti il suo alter-ego diegetico, si pone a difesa di questo uomo troppo igenuo, troppo solo e troppo fragile per potercela fare con le sue forze. Un uomo catturato nella complessa maglia del potere statale e di quella mediale.

Ed è così che Eastwood, nonostante le leggere esagerazioni retoriche, fa un film prettamente politico. Andando al di là del solito binarismo della politica americana vera (non si menziona praticamente né Clinton presidente, né la matrice estremista dell’attentato), si opta qui per una sorta di parabola morale. Una storia che risulta comunque scomoda e infatti non è un caso che il film sia andato decisamente male in Patria. Ma sembra che con Richard Jewell, il regista sia riuscito a mettere su schermo una convinzione che aveva già espresso in un’intervista del 1984 in cui si legge quanto segue. “Il potere della burocrazia continua a crescere mentre il pianeta si restringe e i problemi della società diventano più complessi. Ho paura che l’indipendenza individuale stia diventando un sogno obsoleto”.

Watson, Jewell e Eastwood non sono altro che facce della stessa medaglia. Piaccia o no, tutti e tre sono indipendenti, “strambi”, imprevedibili, pecore nere del sistema nel quale agiscono. Tutti e tre accomunati dal “credere a ciò che credono”, per usare le parole dello stesso avvocato, e non a ciò che viene raccontato loro. Un’affermazione quanto mai tautologica e autoconclusiva, ma che dà la caratura del loro spirito di abnegazione e la cieca fiducia nella loro missione. Che sia difendere il proprio cliente, mettere in sicurezza degli spettatori o credere (ancora?) nel potere morale del cinema poco importa.

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