Dark Polo Gang: l’insostenibile superficialità della trap band romana

E' da poco arrivata su Netflix "Dark Polo Gang- la serie", una docuserie che segue le vicende del celebre gruppo trap romano.

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Prima di iniziare a parlare di Dark Polo Gang- la serie, devo fare alcune importanti premesse per evitare ogni tipo di fraintendimento. Prima di tutto una confessione: faccio parte di quella terribile categoria che sembra essere colpevole di quasi tutti i mali del mondo, i cosiddetti “Giovani d’oggi”In quanto tale sì, sono nata quando i vinili erano ormai fuori moda, la musica era ormai principalmente elettronica e i servizi streaming stavano sostituendo i cd; non ho vissuto il periodo in cui erano all’apice i grandi cantautori e il rock classico e no, non ho idea di cosa sia una musicassetta.

In secondo luogo diffido di chi giudica ogni cosa nuova come negativa, di chi etichetta in qualsiasi modo un intero genere come se fosse un blocco unico e di chi critica senza dare una possibilità. E’ giusto che i gusti siano vari, ognuno è libero di ascoltare la musica che preferisce.

Infine, preciso che non sono un’esperta di rap, che la trap e la Dark Polo Gang non rientrano nei miei ascolti abituali e che non intendo dare un giudizio tecnico sul loro modo di fare musica. Anzi, ho deciso di guardare la serie spinta da semplice curiosità: volevo cercare di comprendere meglio questo mondo, cosa c’è dietro, magari avvicinarmi anche ad esso. Lasciarmi sorprendere da questi quattro ragazzi romani controversi, capire il loro punto di vista.

Detto questo, vorrei potervi dire che Dark Polo Gang – La serie mi ha offerto una nuova prospettiva. Che dietro a quelle canzoni all’apparenza semplici c’è tanto altro, che quei quattro ragazzi hanno in realtà tanto da dire. Che li potete cogliere lo specchio, le difficoltà e i dubbi della nostra generazione. Purtroppo, però, non è affatto così.

LA SERIE

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Dark Polo Gang – la serie è un documentario in 12 puntate prodotto nel 2018 da Tim Vision e girato da Tommaso Bertani e Carlo Salsa. Solo di recente è però sbarcato anche su Netflix. La serie segue il gruppo trap romano composto da Tony Effe, Wayne Santana, Dark Pyrex e Side Baby (ancora nel gruppo al momento della registrazione).

La serie coglie il momento della storia della band di massimo splendore: il momento in cui ottiene un importante contratto discografico con la Universal, passando da gruppo autoprodotto alla protezione di una importante major, interessata al successo che stavano ottenendo. Le telecamere seguono i quattro trapper nella loro quotidianità, registrando il loro lavoro in studio, i concerti nei grandi locali, ma anche la loro vita privata, le uscite, le famiglie e lo shopping.

Solitamente questo genere di documentari sono interessanti perché permettono di vedere un aspetto diverso delle celebrità, un loro lato più nascosto e sincero. Permettono di cogliere la persona reale che sta dietro al personaggio, l’aspetto più umano e mortale del divo che siamo abituati a trovare nelle interviste o sui social. Purtroppo questo non avviene nella docuserie della Dark Polo Gang.

Per tutto il tempo vediamo Tony, Pyrex e gli altri personaggi sempre bloccati nel proprio personaggio, esattamente come siamo abituati a vederli. Nei momenti che dovrebbero essere più intimi e quotidiani risultano finti, costruiti, poco naturali. Ciò che vediamo è una continua ostentazione della ricchezza, del successo e di uno stile di vita sopra la media, del tutto superficiale e posticcio. Arrivano così a risultare la parodia di se stessi, dei personaggi ridicoli ma molto convinti di sé, senza avere assolutamente nulla da trasmettere o raccontare. Pensare che per loro uscire da tali personaggi e mostrarsi al naturale sia impossibile o dannoso per la propria credibilità è triste. Sospettare che in realtà quelli non siano personaggi, ma le loro reali personalità, che un aspetto più profondo e interessante dietro non esista affatto, è ancora più triste.

I MERITI E LE INNOVAZIONI

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Ma allora, perché tanto successo? In realtà i motivi ci sono. Non intendo screditare del tutto la Dark Polo Gang, ma anzi credo che essi rappresentino un fenomeno importante nel panorama musicale italiano degli ultimi anni e che sotto alcuni aspetti siano molto interessanti e meritevoli. Questo in parte si coglie anche nella docuserie, e non sarebbe corretto non riconoscere la quota di innovazione e di influenza che il gruppo vanta.

Il fenomeno della trap in Italia è stato introdotto proprio dal gruppo romano, che nei primi anni di attività ha segnato un punto di svolta per il panorama rap del nostro paese. A prescindere dai gusti, questa carica innovativa che spesso nella serie i membri del gruppo vantano va riconosciuta. Ma la trap non è solo musica: è anche personaggio, modo di vestire, di muoversi, di parlare. La DPG ha coniato un nuovo linguaggio e un nuovo immaginario che è poi diventato popolare, imitato e diffuso. Tutto questo partendo da una produzione autonoma e indipendente. Per quanto la loro musica o i loro modi di fare siano controversi e non apprezzati da tutti, il merito va riconosciuto.

Il problema sta però nel modo in cui la serie analizza tutto ciò: i creatori hanno preferito soffermarsi sul loro successo e gli aspetti più superficiali di questo. Quando a Tony e ai suoi compagni viene chiesto di parlare del lavoro dietro a queste innovazioni, le risposte sono sempre vaghe, semplicistiche ed esposte con un modo di parlare talmente scarno e ridotto da sminuire anche questi meriti.

REALTA’ E FINZIONE

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Nel complesso, Dark Polo Gang – La serie non funziona. Da una parte non funziona perché i personaggi trap sono creati in virtù del pubblico giovanile a cui si rivolgono: il loro modo di fare bizzarro e controverso regge bene per i 15 secondi di una storia Instagram (alle quali il montaggio ammicca sin troppo spesso), ma sulla lunga durata risulta troppo artificioso. Dodici puntate risultano decisamente troppe considerando la scarsità del materiale interessante, tanto che gran parte delle puntate sono occupate da scene che risultano quasi dei riempitivi.

Altro problema è quello della credibilità. Quando guardiamo un qualsiasi prodotto multimediale accettiamo la sospensione dell’incredulità: siamo consapevoli che le immagini che vediamo sono finte, verosimili ma non reali, e accettiamo di crederci in qualche modo. Nel caso di un documentario la situazione cambia: il materiale che vediamo è in questo caso reale, sebbene accettiamo che ci siano alcuni aspetti strutturati e non del tutto naturali, l’intento principale dovrebbe essere quello di catturare e trasmettere una situazione vera.

Nella docuserie sulla DPG, invece, vediamo sin dall’inizio una commistione tra scene realistiche (le interviste, i momenti in studio o privati) ed alte palesemente finte, scenette costruite e recitate. Nelle ultime puntate si creano dei veri e propri momenti che vorrebbero essere di meta-cinema, nel quale i membri del gruppo dichiarano esplicitamente di dover recitare per mostrare al pubblico momenti che le telecamere non avevano colto. In questo modo viene meno la credibilità di tutto il prodotto: quante delle scene che dovevano essere spontanee erano in realtà finte? Cosa c’è di reale in tutto questo? Probabilmente molto poco.

Il risultato è che probabilmente i fan del gruppo ritroveranno gli stessi ragazzi che già conoscono e seguono, senza ricevere grandi informazioni in più su di loro. D’altra parte chi non conosce la Dark Polo Gang si scontrerà con lo stereotipo che si aspettava di incontrare, con un mondo superficiale, finto, a tratti ridicolo, decisamente poco accattivante.

COSA RIMANE

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Ho iniziato a vedere Dark Polo Gang – la serie spinta dalla curiosità, dicevo. Speravo di rimanere sorpresa, di trovare una docuserie con del potenziale ben sfruttato. Non ho trovato altro che un grande inno di celebrazione della mediocrità, della superficialità, del dilettantismo.

Il problema è che, come dicevo, sono anche io una “giovane d’oggi” e in quanto tale mi sento ripetere ogni giorno quanto queste siano le caratteristiche principali della mia generazione. Di quanto non abbiamo valori, pensiamo solo ai social, non abbiamo niente da dire. Una docuserie come questa potrebbe sembrare un prodotto di bassa qualità, ma tutto sommato innocuo. Ma è anche un prodotto che conferma questo stereotipo, decisamente fastidioso.

Non è l’inneggiare alla droga o il sottolineare la ricchezza, non è vestire firmato o mostrare le collane. E’ il non avere nulla da dire, nulla da difendere, nulla in cui credere. Un successo basato su un nichilismo poco consapevole, un maledettismo che ha perso tutto il suo fascino e la sua poesia. Purtroppo in questo caso non possiamo che ammetterlo. Dopo ben 12 puntate di ostentazione, slang, collane, sfilate e abiti dai prezzi altissimi, cosa rimane? Quale volto della nostra generazione? Quale prospettiva? Il nulla.

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