Jackie: quando Larrain fece un ritratto sfaccettato dell’iconica First Lady

Jackie è molto più di un biopic sulla First Lady che mostra come ha affrontato il lutto del marito JFK, Larrain ne svela le sfaccettature più intime.

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Jackie

Quattro anni fa, il regista cileno Pablo Larraín realizzò Jackie, il biopic scritto da Noah Oppenheim che ripercorre la tragica morte di JFK attraverso gli occhi della moglie. Tuttavia, il film si rivela essere qualcosa di molto più profondo e rivelatore di un semplice film storico. In Jackie, Larraín e Oppenheim svelano le varie sfaccettature della personalità della First Lady, passata alla storia per la sua grazia e il suo fascino, e diventata icona di stile.

Larraín non è nuovo a film politici e storici, tra le sue opere infatti si può notare la trilogia ambientata durante l’era di Pinochet in Cile, che comprende Tony Manero, Post Mortem e No – i giorni dell’arcobaleno. Tuttavia, Jackie è il suo primo approccio alla storia americana, che ha accettato solo dopo aver letto più approfonditamente in merito alla protagonista, viste le sue origini cilene.

Altro elemento che l’ha quasi fatto desistere, è il genere biografico. Larraín, infatti, non è un amante del genere e questo spiega il mondo non convenzionale con cui si addentra nella vita della First Lady. Jackie è anche il primo film del regista in cui il personaggio principale è una donna, fino a quel momento aveva solamente realizzato film con protagonisti maschili (poco prima ha realizzato il famoso biopic su Pablo Neruda). Larraín espresse così le semplici ragioni per cui decise di realizzare Jackie:

“Aveva tutti gli elementi di cui hai bisogno per un film: rabbia, curiosità e amore.”

Jackie, la morte di JFK e l’intervista a Life

Il film non segue la classica narrazione lineare che ci si potrebbe aspettare in un film biografico. Non viene raccontata la vita di Jacqueline Kennedy sin dalla sua infanzia, ma Jackie si concentra su un periodo di tempo ben definito: l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto il 22 novembre 1963 e i quattro giorni successivi in cui è stato preparato il funerale. Questo frangente di narrazione è un flashback, racchiuso da un altro filone narrativo che vede la protagonista rilasciare un’intervista a Theodore H. White per la rivista LIFE, una settimana dopo l’omicidio. In netto contrasto con i flashback, l’intervista apre e chiude in modo circolare Jackie e affiora tra i ricordi, per scandirli e dar loro un senso.

I flashback entrano in profondità nella personalità di Jackie, mostrando sfaccettature nascoste al pubblico. Tanto che vediamo molte Jackie nel film. C’è la donna in lutto, con la sigaretta in mano, caparbia e quasi sfacciata che parla al giornalista e non manca di censurare ciò che può o non può essere scritto. “Non si illuda che le permetta di pubblicare tutto quello che ho detto”, diventa quasi un mantra ricorrente durante l’intervista. (Nelle copie degli appunti del giornalista, si vedono con chiarezza le correzioni fatte da Jackie)

Le parole dell’intervista, disegnano nella memoria e sulla pellicola altre Jacqueline. Quella affascinante e pacata apparsa in televisione per il tour della Casa Bianca organizzato nel 1962 e mandato in onda sulla CBS. Ma anche la First Lady scossa, che in lacrime “cerca di tener insieme” la testa del marito, il cui cervello è sparso sulla sua gonna rosa e sulla lucida carrozzeria della macchina.

Abbiamo anche accesso alla Jackie a porte chiuse, la vediamo ubriaca, stordita dal dolore e dall’alcol, vediamo il suo lato più genuino e meno costruito, quando si lascia andare nelle sue confessioni segrete con il prete o con i dipendenti della Casa Bianca, oppure quando si occupa dei suoi figli.

Forse è proprio per queste molteplici Jackie, che Larrain spesso sceglie di cogliere la protagonista mentre guarda fuori dalle finestre o nel vetro di uno specchio, catturando, grazie al riflesso della sua immagine, in modo semplice ed efficace la sua molteplicità.

Jackie

Una delle interpretazioni migliori di Natalie Portman

Natalie Portman è perfetta, dall’inizio alla fine nella sua interpretazione della First Lady. La camera è sempre puntata su di lei, la segue nelle stanze immobili e sfarzose della Casa Bianca come in Shining viene seguito il piccolo Danny, e si sofferma sul suo volto, un primo piano dopo l’altro, un’emozione dopo l’altra.

La Portman sostiene perfettamente il ruolo, che ha descritto come uno dei più difficili della sua carriera. In un’intervista ha raccontato dell’importanza e della particolarità della voce di Jackie: “la sua voce è diversa quando parla in pubblico e privatamente”Per emularla alla perfezione ha lavorato con l’insegnante di dizione Tanya Blumstein, guardato ripetutamente le registrazioni della Casa Bianca e letto il libro dello storico Arthur Schlesinger che raccoglie molte sue interviste.

Il risultato è la resa perfetta delle molteplici Jackie attraverso le sole sfumature delle espressioni del volto e del tono della voce. Trasmette una certa autorità e rabbia mentre parla con il giornalista, una finta ingenuità e perfezione mentre viene ripresa per la trasmissione sulla Casa Bianca e il profondo lutto mentre vacilla tra le stesse stanze, sporca di sangue o con un bicchiere di vino in mano.

Lei, ovviamente, rimane il fulcro del lungometraggio, ma accanto ci sono comunque interpretazioni di supporto valide. Si ricordano, per esempio, Peter Sarsgaard che interpreta Bobby Kennedy, Greta Gerwig, l’assistente premurosa della First Lady, Nancy Tuckerman. Infine John Hurt come il saggio, vecchio prete confessore dei segreti e Billy Crudup, il giornalista.

Perché guardare Jackie

Jackie più che un dramma storico è un dramma intimo. Si addentra nei retroscena della Casa Bianca non per mostrarne il funzionamento o il potere politico, ma per esaltare il lato umano di coloro che, come Jackie, hanno vissuto tra quelle mura cariche di storia.

 Larraín esalta la figura della First Lady, che se dalla trasmissione della CBS sembrava un accessorio accattivante accanto al Presidente, si rivela essere una donna influente in grado di fare la differenza. Anche il funerale sfarzoso, sin dall’inizio motivato dalla paura di Jackie che il marito venisse dimenticato, non si rivela altro che un espediente per lei, per mostrare ancora una volta al mondo “cos’hanno fatto” e dimostrare la sua presenza.

“Lei ha fatto per questo paese negli ultimi giorni qualcosa che lascerà il segno, è questa la storia. Perdere un Presidente è come perdere un padre e lei è stata una madre per tutti noi. E questa è una bellissima storia. L’intera nazione ha seguito il funerale dall’inizio alla fine. Anche tra molti anni, il paese avrà memoria della sua dignità, della sua maestà, lei sarà ricordata da tutti.”

Così come Jackie e JFK rimarranno per sempre ricordati, anche l’ideale che i due hanno incarnato alla Casa Bianca resta nel tempo. Non bisogna dimenticare che per un breve, radioso momento, esisteva Camelot”con questo appellativo è passato alla storia quei due anni e dieci mesi di presidenza dei Kennedy, reso ricco di gioia, feste e artisti.

Questa e altre notizie nella sezione news di CiakClub.

Ricerco nell’arte l’espressione tangibile dei miei pensieri e la confutazione degli stessi.

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