La febbre del sabato sera: il film di una generazione e la nascita di un (nuovo) divo

La febbre del sabato sera, film di John Badham del 1977, tramite il suo protagonista Manero/Travolta ha rappresentato sullo schermo la nuova generazione tra '70 e '80.

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Ci sono film bellissimi, perfetti e indimenticabili che costruiscono e costituiscono la storia del cinema. Poi ci sono film meno belli, più impuri ma ugualmente memorabili che invece sono parte della Storia, con la “s” maiuscola. Di sicuro La febbre del sabato sera appartiene più alla seconda categoria che alla prima.

Il film di John Badham del 1977 fu a dir poco un film storico/epocale. Una pellicola che riusciva non solo a parlare della disco music come di un fenomeno globale, ma che fu capace di convogliare e rappresentare le nuove istanze giovanili tra gli anni ’70 e ’80. Il tutto lanciando verso le stelle l’inedito divismo di John Travolta che divenne ben presto un emblema generazionale.

La febbre del sabato sera fin dalla sua uscita si impose subito come un fenomeno davvero unico nel suo genere. Il film divenne uno dei film musicali ad incassare di più nella storia del cinema, più di 237 milioni di dollari. Il successo in sala fu accompagnato anche da un enorme successo della colonna sonora che vendette ben 40 milioni di copie. Non solo è l’album/colonna musicale tuttora più venduto al mondo, ma all’epoca era pure l’album più venduto in assoluto.

Fu dunque presto chiaro che quei famosissimi brani, in gran parte cantati dai Bee Gees (Stayin’ Alive, Night Fever, How Deep Is Your Love), divennero qualcosa di più che canzoni da ballare. Divennero veri e propri inni di una nuova generazione. E il film rappresentò tutto questo nuovo vitalismo e queste nuove tendenze che apriranno le porte agli (ancora più) “sfavillanti” anni ’80.

 

La febbre del sabato sera e la disco music

La febbre del sabato sera

A ben vedere, La febbre del sabato sera rappresenta forse il momento di apice della disco music. Il ’77 e il ’78, anni in cui il film è distribuito in tutto il mondo, rappresentano il culmine mainstream di un fenomeno che era nato ampiamente in un contesto underground. Per intenderci, siamo già nel post-fenomeno di Donna Summer e siamo invece un anno prima dalla cosiddetta Disco Demolition Night con cui emblematicamente si fa concludere il fenomeno.

A tutti gli effetti La febbre del sabato sera è considerato la più grande vittoria della disco, espressione perfetta della cultura della dance music al suo apogeo. Una rivoluzione che si estende al cinema, agli altri media, al vestiario, alla moda, al costume e non ultimo al sesso. E, in sostanza, viene indirettamente assegnato al commesso “ribelle senza causa” Tony Manero il compito di celebrare globalmente l’ultimo(?) “sabato sera”.

La pellicola è, a tutti gli effetti, una celebrazione. È la storia di un giovanissimo commesso di vernici italo-americano il cui unico riscatto dalla mediocrità della quotidianità avviene tramite il ballo e le serate in discoteca. Un riscatto che è del tutto superficiale ed estetico, ma che contiene in sé tutte le tensioni e le contraddizioni dell’epoca.

Sono questi tutti gli elementi che portarono al grande successo della pellicola. In particolare in Italia, la pellicola ebbe un’enorme presa sulle giovani generazioni perché essi potevano vedersi specularmente proprio in quel Tony Manero ben rappresentato dal film. Secondo una stima Siae, ad esempio, il 1978 vide un incremento del 50% rispetto all’anno prima della frequentazione degli italiani delle sale da ballo e delle discoteche del Paese. Che sia solo una coincidenza? Potrebbe essere. Fatto sta che non c’è dubbio che i giovani italiani (e non solo) trovarono un alter-ego nel loro quasi connazionale di cellulosa d’oltreoceano.

 

John Travolta e il “travoltismo”

La febbre del sabato sera

La febbre del sabato sera è il film che segna la vera svolta nella carriera di John Travolta. La sua carriera ha infatti inizio con qualche parte di scarso rilievo in pellicole anche famose (es. Carrie) e ha modo di svilupparsi a teatro. È proprio qui infatti che Badham lo nota e gli offre il ruolo di Tony Manero. Un ruolo che non solo gli farà ottenere un enorme successo internazionale, ma lo decretò come uno dei simboli pop della disco music. Status questo che venne a tutti gli effetti alimentato con l’interpretazione di Danny Zuko in Grease l’anno successivo.

Travolta, che ottenne anche per questa pellicola una nomination agli Oscar, fu investito da un successo travolgente. Questo ha trasformato ben presto l’attore in un fenomeno di costume, tanto che gli venne affibbiata l’etichetta di ballerino e playboy. Tony Manero divenne così un’icona. Un “bullo dal cuore d’oro” che vive per esibirsi nello psichedelico (disco) inferno del 2001 Odyssey, con il suo completo bianco da boss italoamericano e le sue movenze tanto sensuali quanto precise e travolgenti.

Questo sapiente mix di movimenti sinuosi, pettinatura e abiti kitsch hanno contribuito ad iscrivere il corpo di John Travolta nella memoria collettiva come simbolo per un’intera generazione. Non è un caso che nasca quasi spontaneamente un fenomeno di massa: quello dei “travoltini” e del “travoltismo”, ossia giovani che presero il “modello Manero” come stile di vita.

Il fenomeno fu talmente repentino e diffuso da occupare le prime pagine dei giornali dell’epoca. I giovani, in particolare in Italia, dichiaravano una nuova forma di rivendicazione: la libertà del tutto edonistica di muoversi e letteralmente lasciarsi completamente andare. Cosa che non tardò ad attirare critiche e crociate al “disimpegno sociale”.

 

Il manifesto di una generazione tra ’70 e ’80

La febbre del sabato sera

La febbre del sabato sera e il “travoltismo” come fenomeno si collocano in un periodo molto particolare e senza dubbio di passaggio. Ci troviamo appena dopo i grandi movimenti giovanili del Novecento, iniziati alla fine degli anni ’60 e culminati nel 1977. Erano stati gli anni delle rivendicazioni politiche e comunitarie, dello schieramento ideologico e dello scontro con le autorità.

Anni di certo molto impegnati e “impegnativi” che forse richiedevano una “pausa” dallo scontro continuo. Questo momento di sospensione viene completamente interpretato a livello generazionale proprio da questa “febbre del ballo” (e del divertimento fine a sé stesso). Quella della fine degli anni ’70 non è più una generazione politicamente consapevole e “impegnata”, ma allo stesso tempo nemmeno una generazione dello spreco, dell’individualismo, dell’autodistruzione o del no future che sarà quella degli anni ’80.

E a ben vedere questa ambivalenza è tutta inscritta in La febbre del sabato sera. Un film capace di rappresentare l’individualismo tanto quanto la tensione comunitaria, così come la leggerezza mescolata alla cupezza (e alla critica?) della vita di tutti i giorni. In questo si è riconosciuta questa strana generazione di passaggio. Dei giovani semplici, lavoratori di giorno e ballerini di notte che, stanchi di esibire una rivendicazione collettiva nelle piazze, si accontentano di “liberarsi” temporaneamente, in modi e luoghi circoscritti. Più un bisogno che una rivoluzione che, ancora una volta, passa da quel fascio di luce, fatto di verità e illusioni, chiamato cinema.

 

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