Perchè M – Il mostro di Dusseldorf è un capolavoro senza tempo

M - Il mostro di Dusseldorf è uno dei film più importanti della storia del cinema. Cerchiamo di capire perchè il film di Fritz Lang è un capolavoro senza tempo.

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m - il mostro di dusseldorf

Fritz Lang è stato uno dei più importanti registi della storia del cinema. Dal periodo dell’espressionismo tedesco che ha visto fiorire un’opera magna della fantascienza del 21esimo secolo come Metropolis fino al periodo dei noir girati negli Stati Uniti, il regista austriaco ha sempre portato avanti una ricerca sulle potenzialità espressive del mezzo cinematografico che lo hanno reso fra i più influenti registi della storia della Settima Arte.
M – Il mostro di Dusseldorf, uno dei suoi capolavori, è un film che, rivedendolo a distanza di quasi 90 anni, non sembra invecchiato di un solo giorno. In questo articolo andremo a cercare di capire come è possibile che un film del 1931 sia in grado di suscitare ancora interesse nel pubblico contemporaneo, un interesse che va oltre il “documentarismo” con cui si guarda oggi a un certo cinema del passato e che diventa, ogni volta che lo si rivede, inevitabile fascinazione.

Il sonoro

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M – Il mostro di Dusseldorf è il primo film europeo a utilizzare il sonoro.
A prendersi l’onere di una scelta rivoluzionaria fu proprio Fritz Lang, uno dei registi tedeschi all’epoca più apprezzati, regista con già all’attivo il capolavoro Metropolis e una serie di film inquadrabili nel movimento dell’espressionismo tedesco come Il Dottor Mabuse, Destino o I Nibelunghi.

Stupisce sempre la prima volta che si vede il film di Lang l’utilizzo innovativo che egli fa del sonoro.
Il sonoro in M – Il mostro di Dusseldorf non è infatti solo un mezzo tramite il quale la trama del film e gli eventi si compiono, ma una conditio sine qua non.
Senza il sonoro M non potrebbe esistere. Grazie al sonoro M esiste.

Il sonoro viene utilizzato da Lang come motore primo del film. E’ proprio grazie al sonoro che la vicenda raccontata può risolversi, è grazie al sonoro che lo spettatore è in grado di cogliere fondamentali passaggi della trama.
Senza il sonoro non potremmo assistere ai dialoghi in fuori campo con cui il “mostro” si presenta allo spettatore. Senza il sonoro non potremmo cogliere i raccordi fra le scene nei quali esso diventa quasi uno strumento di montaggio. Senza il sonoro non potremmo assistere all’intenso monologo finale di Peter Lorre.

Fritz Lang fa un uso attivo del sonoro proprio perchè capisce appieno le potenzialità espressive che il mezzo può garantire. La costante ricerca dell’ “espressione” e del “mostrare” spinge il regista tedesco a spolpare tutte le caratteristiche innovative che il sonoro è in grado di offrire, spinge Lang a utilizzare al massimo le capacità intrinseche ed estrinseche che il mezzo gli può dare e, grazie a esse, Lang restituisce allo spettatore un quadro raffinato e completo in ogni singolo aspetto.

Il primo esempio di noir

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Appare evidente agli occhi di uno spettatore che vede M – Il mostro di Dusseldorf come il film di Lang imponga i canoni del genere noir.

Le scene in cui è presente il “mostro” sono quasi un manuale, una codificazione di leggi che il genere noir poi utilizzerà appieno. Il concentrarsi sul cattivo e sulle sue reazioni psicologiche ed emotive agli eventi che lo circondano vengono trattate da Lang con una profondità che nei film statunitensi difficilmente riuscirà a essere emulata. Negli occhi di Peter Lorre vediamo gli occhi dell’Antagonista noir, nelle sue movenze le movenze dell’anti-eroe braccato, nelle sue espressioni la follia autodistruttrice tipica dei migliori eroi “neri”.

A tutto ciò, però, Lang aggiunge un’indagine psicanalitica di una complessità e di una modernità disarmante. Non bisogna mai dimenticare che il regista austriaco è coevo e connazionale di Freud ed è molto influenzato dalle teorie dello psicologo. Inoltre alla prima metà del Novecento si deve la nascita della criminologia, scienza della quale Lang si fa promotore e portavoce nel suo capolavoro.
La ricerca nella psiche, l’indagine del movente delle azioni del maniaco, che raggiunge l’apice nel visionario finale di cui parleremo a breve, contribuisce a dare al film uno spessore che non sarà mai superato nei noir americani, neanche da quelli diretti dallo stesso Lang negli Stati Uniti.

Di fronte all’indagine psicologica il terrore diventa una conseguenza quasi logica e non un artificio. Lo spettatore si specchia nel vuoto dell’anima malata di Lorre, nell’angoscia del criminale braccato da criminali e polizia. Tramite inquadrature ricche di dettagli e di simboli Lang restituisce alla storia del cinema il prototipo perfetto del noir e del film che indaga le azioni di un criminale. Quanti film raccontano la vita e le azioni di pazzi criminali? Molti. Quanti riescono ad avere la stessa accuratezza e lucidità di analisi di M? Pochi.

Le sequenze iniziali

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Se uno spettatore nel 2020 dovesse approciarsi a M – Il mostro di Dusseldorf potrebbe avere il timore di annoiarsi o di trovare un linguaggio e un modo di narrare superato. Il suo timore, però, sarebbe ingiustificato.
M – Il mostro di Dusseldorf riesce infatti a colpire lo spettatore sin dalle primissime sequenze nelle quali grazie a ellissi, fuori-campo e simboli viene mostrata (o meglio fatta intuire) l’azione del mostro.
Le inquadrature del palloncino impigliato tra i fili del telgrafo, dell’ombra sulla parete o delle scale vuote sono immagini che fanno venire la pelle d’oca e non possono fare altro che affascinare spettatori di ogni generazione.

La tensione che sono in grado di trasmettere le prime scene di M – Il mostro di Dusseldorf è eterna. Il terrore nell’uomo nasce dalla reticenza, dal non sapere ciò che è accaduto o ciò che può accadere. Lang sfrutta appieno ciò e regala delle immagini iniziali in grado di far venire, sempre e comunque, il capogiro.

Il processo finale

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Culmine di un film al quale nessuno è mai riuscito a trovare un solo difetto è la magnifica scena finale. Ogni volta che la si rivede si percepisce come si è dinnanzi a una delle scene più importanti della storia del cinema.
Nel grottesco processo che i criminali, dopo averlo catturato, intentano al mostro, abbiamo probabilmente l’elemento narrativo di maggiore attualità del film di Lang.

Se nella farsa del processo presieduto da criminali non può che trovare specchio, per Lang, l’allora nascente nazionalsocialismo, appare a noi lampante come l’indagine che il regista austriaco porta avanti sulla legge e sul potere del più forte sia sempre, tremendamente, attuale.
Il finale di M – Il mostro di Dusseldorf è quasi indescrivibile nel suo essere dannatamente incisivo ed esplicito. Nei criminali che processano il mostro non possiamo non riconoscere, forti di una storia che non si è fermata al 1931, i sistemi dittatoriali che sono sorti nel Novecento e che ancora oggi sussistono, l’immagine hobbesiana della “legge del più forte”, l’indagine etica condotta da filosofi e poeti sul senso e sulla morale della legge.

Chi è il mostro?

Questo viene da chiedersi quando si assiste a uno dei monologhi più intensi della storia della Settima Arte. Chi è peggio? Un pazzo che non sa dominare il male che dimora in lui o un uomo che, consapevole del male che commette in pieno controllo delle proprie facoltà mentali, commette crimini?
Ma cos’è il male? E’ forse esso il “mostro” che ogni uomo deve domare?
Questi interrogativi sono sempre molto attuali e sono interrogativi ai quali è molto difficile dare una risposta.
E in questo sta, ancora una volta, l’atemporalità di M – Il mostro di Dusseldorf.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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