Che Sam Mendes fosse un artista da tenere sott’occhio è chiaro fin dal 1999. Ossia quando il suo film di debutto, American Beauty, ottenne un enorme successo di critica, proponendosi come uno degli esempi più lampanti della cinematografia del nuovo Millennio.

E quelle 5 statuette ottenute agli Oscar furono solo l’inizio della carriera, breve quanto esemplare, di Sam Mendes. Regista teatrale prestato alla macchina da presa, l’artista britannico di origini portoghesi, italiane ed ebraiche, ha saputo creare uno stile e un’idea di regia del tutto personali. E questo solo in 8 film.

Estetico, sottile e calibrato, Sam Mendes è riuscito a costruire una cinematografia molto diversificata, ma allo stesso tempo molto compatta. Dall’indipendente American Beauty fino al semi-blockbuster Skyfall, dal ricercatissimo 1917 (qui la nostra recensione) al più semplice American Life, Mendes ha voluto toccare con mano diverse tipologie di cinema. In tutte le sue opere possiamo trovare un afflato del tutto personale, nonché una capacità di muovere la macchina da presa tipica solo dei grandi cineasti.

Per celebrarlo, e data la sua esigua ma illuminante cinematografia, abbiamo deciso di dedicargli una classifica. Ecco dunque tutti i suoi film dal peggiore al migliore.

 

8. Spectre (2015)

Spectre

Dopo il fortunato e originale Skyfall, con Spectre vi è una sorta di ritorno alle origini del genere e agli stereotipi legati alla saga di Bond. Non c’è, in questo ultimo capitolo di 007, nulla di così innovativo e particolare da far gridare al capolavoro, forse tranne il bellissimo piano sequenza di apertura del film (video).

Pur puntando su uno spionaggio e un’azione molto presenti – tratti che in Skyfall erano stati leggermente lasciati da parte -, Mendes riesce comunque ad instillare tutto il suo tocco stilistico. Lasciate da parte le sue più convenzionali “sequenze intime”, in Spectre si intravede comunque la visione spettacolare mendesiana. Il tutto aiutato da un cast davvero di gran livello (Christoph Waltz, Andrew Scott, Dave Bautista, Ralph Fiennes e Monica Bellucci).

 

7. Jarhead (2005)

Jarhead

Sam Mendes trova tutta la sua abilità nel raccontare storie intime e private. E questo film non è da meno. Jarhead, infatti, sceglie di raccontare l’addestramento militare e la guerra da una prospettiva del tutto insolita: quella psicologica di Anthony Swofford (Jake Gyllenhaal).

La storia di Anthony e dei suoi commilitoni è una storia bellica, che però esclude quasi da principio la guerra. Tutto è rivolto al rapporto tra di loro, o ai richiami familiari, senza mai esplodere nello sforzo liberatorio dello scontro vero e proprio. Anche se la sua abile gestione della messa in scena consente allo spettatore di simpatizzare con i personaggi, si tratta purtroppo di una delle narrazioni più deboli del regista. Mai così cupa o raccapricciante come vorrebbe essere. Eppure, in realtà, probabilmente serviva questa narrazione di guerra per dare vita a quel piccolo gioiellino di 1917, 14 anni dopo.

 

6. American Life (2009)

American Life

Di sicuro American Life rappresenta un’anomalia nella filmografia di Sam Mendes. Siamo infatti lontano dall’imponente compattezza formale e dalle “grandi” storie a cui il regista britannico ci ha abituati. La pellicola infatti ci presenta la storia semplice e minimale dei due quasi-genitori Bert (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph), alle prese con la ricerca del posto ideale dove crescere i propri figli.

Nonostante la struttura rigida con cui è concepito – il film è suddiviso in 5 vignette che indicano i posti e i personaggi visitati dalla coppia -, Mendes trova forse qui il suo film più libero e meno pretenzioso. Offrendoci prospettive diverse sulla genitorialità, tra esilaranti risate e momenti toccanti, il regista ci accompagna con estrema sensibilità, nella crescente consapevolezza dei due neo-genitori. Una pellicola sorprendentemente sobria, nonché ben accetta, che dimostra tutta la versatilità e la delicatezza di Mendes.

 

5. Era mio padre (2002)

Era mio padre

Un gangster movie sulla vendetta, ma con un cuore. Potrebbe anche essere definito così questo incerto Era mio padre. La seconda pellicola di Sam Mendes è tutta basata sulla sete di vendetta di Michel Sullivan (Tom Hanks) e sulla sua utopica volontà di tenere il figlio lontano dai giri loschi della malavita.

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Allontanandosi decisamente dallo stile dei film gangster anni ’90, il film trova il suo punto debole nella sceneggiatura. In questo senso – e il merito va quindi attribuito tutto a Mendes – è la stessa regia che conferisce profondità ed empatia sia ai personaggi che alla storia. In definitiva, Era mio padre risulta un film ampiamente diviso tra scene d’azione molto ciniche e momenti più intimi. Due binari paralleli e autonomi ben costruiti che, però, faticano a convergere.

 

4. Revolutionary Road (2008)

Revolutionary Road

A quasi 10 anni dal suo rivoluzionario film d’esordio, Sam Mendes ritorna a uno dei suoi temi portanti: la disgregazione del perfetto, quanto falso, ideale di borghesia suburbana americana. Revolutionary Road è infatti un perfetto dramma domestico che deve moltissimo della sua efficacia alla bravura di Mendes nel trattare la coppia protagonista.

Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, allora moglie del regista, si ritrovano a più di un decennio di distanza da Titanic, ad interpretare i coniugi Wheeler. La loro alchimia, unita alla perfetta sospensione e pesantezza creata dalla regia di Mendes, restituiscono la parabola discendente dell’illusione borghese in tutta la sua crudezza. Un film ambizioso che dà prova di tutta la delicatezza del regista britannico nel rendere significativa ogni parte del film.

 

3. Skyfall (2012)

Skyfall

 

Che sia uno dei migliori (se non il miglior) film della saga di Bond?! Quasi di sicuro. Certamente questo debutto nell’universo dello spionaggio cinematografico dell’agente 007, era il più indicato per Sam Mendes. Skyfall ci presenta, a tutti gli effetti, un Bond sui generis afflitto dai traumi del passato, che sostituisce il suo stile di vita con l’alcol, la solitudine, il rimpianto e il risentimento.

Il film è inoltre arricchito dalle imperiose presenze di Silva (Javier Bardem) e M (Judi Dench), entrambi legati a doppio filo. In sostanza, un film dove Mendes riesce a far conciliare l’azione tipica della saga con una finissima introspezione. Il tutto per un freschissimo ed intelligente capitolo su James Bond.

 

2. 1917 (2019)

1917

Come rendere la claustrofobia, la devastazione, lo sconforto della guerra in trincea? Sam Mendes decide di portare alle estreme conseguenze una tecnica che ha dimostrato di saper padroneggiare già in Spectre: il piano sequenza. E qui il regista è bravissimo a dare l’illusione di un film creato in uno “one-shot” formato da singoli piani sequenza, cuciti l’uno all’altro con estrema intelligenza.

Capolavoro di superba maestria cinematografica, 1917 fa della sua compattezza estetica un nuovo modo per raccontare la guerra. La tecnica infatti consente allo spettatore di provare, quasi come in un videogioco (senza la possibilità di avere il comando), il viaggio estenuante dei due protagonisti. Un’odissea infinita, caotica e imprevedibile, che riesce a tradurre l’estetico in morale, in particolare nella prima calibratissima metà della pellicola.

 

1. American Beauty (1999)

American Beauty

Il film di debutto di Sam Mendes è, senza ombra di dubbio, il suo film migliore. È la sua prima critica alla vita suburbana americana della classe media. Una critica che non lascia fuori proprio nessuno: il lavoratore eccessivo, l’ambiziosa casalinga (Annette Bening), la figlia scontenta (Thora Birch), il padre violento (Chris Cooper) e il figlio nichilista (Wes Bentley).

American Beauty è un film che affida il compito di destrutturare la “facciata” illusoria della vita borghese a Lester Burnham (Kevin Spacey), e al giovane vicino cineasta Ricky Fitts. In un continuo gioco meta-cinematografico, la bravura di Mendes è qui quella di utilizzare proprio l’estetica delle superfici perfette e patinate (della casa e della pellicola stessa) per arrivare al nocciolo della realtà. Riempiendo così il vuoto dell’esistenza di significato. E ricordandoci, in fin dei conti, che estetica ed estasi vanno sempre di pari passo.

 

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Alberto Candiani

Alberto Candiani

Un veneto esportato a Bologna, con una laurea in cinema da mostrare e molta curiosità per tutto ciò che si può vedere, leggere e ascoltare.

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