Match Point: lo spietato Castigo morale di Woody Allen

In occasione del compleanno di Jonathan Rhys Meyers, vi parliamo della tragica riflessione sulla morale di Woody Allen in Match Point.

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<<Chi disse “Preferisco avere fortuna che talento” percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo>>. Questa è la frase di apertura di quel gioiellino nato dalla raffinatezza mista a genio di Woody Allen, Match Point. Un thriller decisamente drammatico con un tono sensuale che analizza alcuni dei grandi temi della vita, dalla fortuna al senso di colpa per mezzo del bivio tra condurre una vita agiata ma infelice o una meno vantaggiosa in termini economici e sociali, ma comunque appagante. Ed il volto principale di questo dilemma esistenziale è Jonathan Rhys Meyers, il quale oggi compie 43 anni e che qui si cimenta in una delle sue migliori performance attoriali. Ma scopriamo meglio il suo personaggio attraverso l’analisi di Match Point.

Mal reggendo all’aspro assalto

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La trama di Match Point è piuttosto semplice nel suo genere: un giovane ed acuto ragazzo irlandese di nome Chris Wilton (Jonathan Rhys Meyers) si trasferisce a Londra e viene assunto in qualità di istruttore in un club esclusivo. È appassionato di musica classica, trascorre il tempo libero leggendo Dostoevskij e sa bene che la sua posizione non dovrà essere per sempre quella. Tra i suoi allievi stringe amicizia con Tom Hewett (Matthew Goode), il quale inizia a fargli frequentare i banchetti organizzati dalla sua famiglia. Chris, mentre comincia una storia con Chloe (Emily Mortimer), sorella di Tom, si avvicina anche alla fidanzata del ragazzo, Nola Rice (Scarlett Johansson).

Mi par d’udir ancora

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Match Point è un figlio legittimo di Woody Allen, in quanto perfetto ritratto del lato drammatico-noir del regista: arguto, elegante, intellettuale, gentile, ma al contempo sferzante. La storia di Chris è quella di un ragazzo che e per intelligenza e per caso fortuito si ritrova immerso in un panorama borghese, lodato ed ammirato da tutti. E fin da principio il ruolo del caso ha un posto di primo ordine, contrassegnando i due protagonisti del triangolo della pellicola. Mentre Chris si fa strada, creandosi un profilo grazie all’unione con la figlia del capo, Nola è colei che non riesce e che di fortuna ne ha davvero poca. Bella, sensuale, viene dall’America, tenta in tutti i modi di fare l’attrice fallendo ogni misero tentativo di passare un provino e soprattutto non è ben vista dalla madre di Tom, la quale non riconosce in lei il prototipo di donna a cui “affidare” il figlio.

Tuttavia, la fortuna che ottiene Chris è solo una fortuna fittizia. La donna che sposa è ossessionata dall’idea di avere un figlio e non gli garantisce quella felicità che riesce ad innescare l’altra. Il ruolo, la famiglia, le aspettative, la società lo accerchiano rendendo un senso di claustrofobia. Ma nonostante questo, nonostante quella non sia la felicità, Chris non riesce ad abbandonare la sua posizione ed il traguardo ottenuto.

Desdemona

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In Match Point ci sono vittime, ma non ci sono carnefici. Il destino di Nola e della vicina anziana è segnato chiaramente da una perturbante ed ingiusta fine. Ma in realtà, il clima luttuoso è principalmente nella vita e nella sorte di Chris. Egli non è un assassino, non è perfido, ma solo vittima della sua persona e di un circuito entro il quale si è trovato – ed ha desiderato – facendo capolino in certi ambienti. E difatti non troverà la sua giusta ritorsione nelle indagini dei poliziotti, ma nell’incarcerazione dell’esistenza, rinunciando alla felicità ed alienandosi. Da questo punto di vista, è molto esplicativa la scena finale di Match Point, quando Chris si allontana dalla famiglia osservandola pensieroso. Per dirla con le parole del regista, “Chris uccide il proprio sogno” condannandosi.

Woody Allen pone al suo pubblico una serie di interrogativi, dubbi esistenziali, esattamente come Dostoevskij. Il paragone viene facile con Rodion Roamnovic Raskol’nikov, il personaggio di Delitto e Castigo: oltre ad avere caratteristiche per certi versi simili, entrambi compiono il loro Delitto, entrambi uccidono se stessi ed il loro sogno. La differenza sta nel Castigo, che da una parte arriverà inesorabile e dall’altra sarà cacciato via dalla fortuna, rendendo Chris un uomo libero, ma tremendamente infelice. E’ questa la sua punizione. Non vi è giustizia terrena, ma quella morale: un nichilismo che condanna alla sofferenza perpetua.

Si tratta, per altro, di un tema molto caro al regista che aveva già affrontato in Crimini e Misfatti e che riprende anche da Un posto al sole di George Stevens ispirato al romanzo Una tragedia americana di Theodore Dreisner.

Una furtiva lagrima

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Abbandonando per un attimo le metafore sulla vita celate dietro la pellicola, il dramma di Match Point è rafforzato dall’appagante cura dei dettagli. Le due ore e poco più di film sono accompagnate da una selezione di opere che alimentano la tragicità della narrazione, musei londinesi, fino alla creatura di Banksy, Girl with baloon. Ci sono poi le citazioni di Sofocle, i quadri, i bar tanto cari al regista e l’affascinante e disarmante bellezza di una delle sue attrici, Scarlett Johansson. Un’atmosfera cupa, piovosa, che rispecchia perfettamente il tormento che prova Chris – e proviamo anche noi – nel dover compiere la scelta delle scelte. Una felicità anonima o un lussurioso eterno Castigo?

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