Elephant: la vacuità del male secondo Gus Van Sant

Elephant è un film che punta il dito contro il pubblico e contro la società americana. A distanza di quasi 20 anni il film è ancora tristemente attuale.

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Ci sono film che non possono far altro che lasciare il pubblico interdetto durante e dopo la loro visione, film che riescono a imporsi di prepotenza nella mente dello spettatore per la potenza delle immagini che mostrano e per l’abilità del regista di mettere in evidenza determinati temi. Elephant di Gus Van Sant è uno di questi film.
Quando nel 2003 Elephant venne presentato al Festival di Cannes riuscì a provocare in maniera talmente forte questi effetti che, in deroga, vinse sia la Palma d’Oro sia il Premio per la Miglior Regia.

Guardando Elephant si ha l’impressione che tutto funzioni alla perfezione, che la ragnatela tessuta da Gus Van Sant riesca a intrappolare lo spettatore in un corridoio senza via di uscita, in un visco da cui è difficile liberarsi.
In 80 minuti, infatti, Gus Van Sant mette in scena ciò che ha cercato di descrivere in ogni sua opera precedente: il fallimento culturale degli Stati Uniti che arreca danni alle nuove generazioni e la crisi di un modello di vita, quello americano, che lascia più zone d’ombra che di luce.
Queste tematiche carissime al regista di Louisville, ricorrenti pressocchè in ogni suo film da Belli e dannati fino al celebre e più hollywoodiano Will Hunting, trovano in Elephant un’amara sintesi.

UN GIORNO QUALUNQUE DI SCUOLA SUPERIORE. PECCATO CHE NON LO E’

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Questo recitava la locandina di Elephant quando arrivò nelle sale italiane forte di elogi da parte della critica specializzata. Pur essendo una frase pubblicitaria essa racchiude alla perfezione l’essenza del film.
Tramite l’espediente narrativo della frammentazione e della moltiplicazione dei punti di vista Gus Van Sant ha modo di riuscire a descrivere nella sua totalità una giornata in una scuola superiore. In un primo approccio a Elephant si ha sempre la sensazione che non stia accadendo assolutamente nulla. La mdp pedina in lunghi piani sequenza personaggi di ragazzi comuni che fanno cose comuni.
Dal ragazzo “figo” si passa alla ragazza goffa e oggetto di scherno, dal ragazzo sognatore si passa alle amiche che per emulare le modelle sono bulimiche, e così via. Ma, viene subito da chiedersi, è davvero normale tutto ciò?

L’ambiente scolastico, un ambiente che dovrebbe insegnare ai ragazzi ad avere consapevolezze per approcciarsi al mondo adulto, diventa una gorgone, un luogo in cui i mali endemici degli Stati Uniti trovano riflesso. Si nota infatti in questa che noi potremmo chiamare “normalità”, se definendola tale accettiamo il fatto che in essa siano comprese, per esempio, ragazze bulimiche e schiave della moda o ragazze bullizzate, l'”elefante nella stanza“.

ELEFANTI NELLA STANZA

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Il cosiddetto “elefante nella stanza” è ciò che esiste ed è sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno vuole vedere. E’ ciò che spinge lo spettatore di primo acchito a valutare come pura normalità ciò che vede sul grande schermo.

Gus Van Sant, tramite essenziali, ma molto significativi movimenti di camera che suggeriscono un “allontanamento”, una de-focalizzazione dello spettatore dai personaggi messi in scena, sembra quasi voler presentare un documentario su un normale giorno di scuola in cui la presenza di ragazzi che compiono una strage è perfettamente in regola.
D’altronde l’elefante nella stanza è lì, è presente, lo vede chiunque. Perchè stupirsi se inizia a muoversi e a distruggere tutto?

Ma che cos’è l’elefante nella stanza? E’ il bullismo? E’ l’emarginazione? E’ l’assenza di modelli di vita sani? E’ l’incomunicabilità fra adulti e ragazzi?
Questi sono gli interrogativi che ci si pone guardando Elephant.

LA VACUITA’ DEL MALE

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Una cosa che stupisce a ogni visione di Elephant è la capacità di Gus Van Sant di tratteggiare alla perfezione lo smarrimento, l’apatia esistenziale dei giovani che compiono la strage.
Non sono pazzi, o meglio, non lo sembrano. Non sembrano neanche, all’apparenza, oggetto di bullismo. Sono anzi ragazzi che sembrano coltivare interessi, da quello della musica a quello dei videogiochi fino a quello (normale?) delle armi.
Ciò che però fa senso è la loro vuotezza, la loro totale mancanza di consapevolezza.

Nella scena in cui i due ragazzi osservano commentando (con un mai così incisivo fuori campo) un servizio televisivo che parla di Hitler e del Terzo Reich e nella successiva scena nella quale ricevono a casa le armi per la strage emerge appieno, e causa quasi fastidio nello spettatore, l’assenza di una qualsivoglia formazione morale e culturale. I ragazzi commentano le immagini di Hitler con un pressapochismo e con un distacco che fa rabbrividire, ricevono armi in casa grazie a un corriere che l’unica cosa che riesce a “rimproverare” loro è l’aver saltato la scuola. I genitori sono lasciati invece in secondo piano e sembrano non parlare la stessa lingua dei figli.
Assistendo a queste scene non si può che rimanere sconcertati, disgustati, ma anche assordati dallo stridio del vuoto.

Si rimane paralizzati, invischiati, nella noia esistenziale che contorna la vita di tutti i ragazzi portati in scena da Van Sant, si rimane allibiti dalla sequenza di eventi che porta al massacro scolastico, sequenza di eventi di fronte ai quali la strage sembra quasi la naturale conclusione.
La strage in Elephant appare come uno sfogo nei confronti di un vuoto che ha ormai sottratto tutto l’ossigeno a chi lo vive, una meccanica conseguenza di un malessere che trova spiegazione nell’assenza totale di un’adeguata formazione morale, nell’assenza di un punto di riferimento, nel latente disagio che nasce dall’esclusione e, quindi, da un vuoto.

UN FREDDO CLIMAX ASCENDENTE

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Frammentando i punti di vista e pedinando con la steadycam i propri personaggi come all’interno di un videogioco FPS (First Person Shooter è il videogioco a cui uno dei due carnefici gioca poco prima della strage), Gus Van Sant crea nel pubblico un distacco, un allontanamento dalla realtà rappresentata. Così facendo lo spettatore si trova a non provare empatia per alcun personaggio, ma ad assistere al massacro passivamente.
Quello che è a tutti gli effetti un climax ascendente che culmina negli ultimi 20 minuti nei quali viene rappresentata la strage viene soffocato, taciuto.
Geniale, in questo senso, è la scelta di Gus Van Sant di lasciare al fuori campo tutte le uccisioni eccetto quella di Michelle, la ragazza goffa e bullizzata che viene uccisa per prima in biblioteca.

Grazie a questo espediente Van Sant congela il climax, che, di norma, porta lo spettatore a un maggior coinvolgimento emotivo e rende il pubblico il soggetto che compie la strage. La strage scolastica, vuole suggerire il regista di Louisville, si consuma per la passività della società americana di fronte al disagio giovanile.
La freddezza con cui gli ultimi 20 minuti di Elephant prendono forma sullo schermo, mette lo spettatore a disagio, vittima dell’impotenza del proprio sguardo passivo. A causa della totale assenza di pathos, inoltre, al pubblico non viene concesso un luogo nel quale nascondere, celare, la propria angoscia, nel quale traslare la drammaticità della vicenda, ma viene abbandonato impotente nel vuoto ad assistere alla strage di cui è causa.

In questo scenario lo spettatore è “l’occhio che uccide” senza vedere, è l’occhio che si nasconde, che si ritrae per non vedere l’elefante nella stanza. L’ultima scena, in questo senso, è emblematica. Alex, uno dei due carnefici, sta per uccidere John e la sua ragazza, il film sta per concludersi, siamo sul gradino più alto del climax. La telecamera si allontana, esce dalla stanza e lascia in secondo piano (e in fuori campo), l’ultima uccisione. Non si può vedere oltre, si è già visto troppo.

UNO SCHIAFFO CHE, PURTROPPO, NON HA LASCIATO IL SEGNO

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E’ chiaro che un film come Elephant, indirizzato al pubblico statunitense, deve essere stato un vero e proprio schiaffo in faccia.
La “banalità del male” messa in scena da Gus Van Sant nasce da un contesto sociale arroccato in un eterno, vuoto e superficiale presente che è l’America contemporanea.
Gli eventi di Elephant sono ispirati al tristemente celebre massacro della Columbine High School, ma quante stragi si sono verificate dal 2003 fino a oggi? I dati sono sconcertanti.
Non sempre le notizie di stragi scolastiche statunitensi arrivano in Italia, ma dal 2000 a oggi le sparatorie nelle scuole statunitensi sono state più di 200 e, ogni volta che una di esse finisce in una carneficina, si torna a discutere sulla vendita delle armi ai minori e sui disagi dei giovani per poi non ottenere mai nulla.

Gli Stati Uniti non hanno imparato da Elephant, Gus Van Sant, però, non potrà mai dire di non aver provato a far qualcosa per cambiare le cose. Elephant, visto a distanza di quasi 20 anni, continua a essere il trionfo dell’indifferenza. Il film pone allo spettatore domande e non dà risposte, mostra gli effetti del trascurare l’elefante nella stanza. Questi effetti, purtroppo, si verificano anche oggi. Ma Elephant è sempre lì, pronto a essere ascoltato.

Questo e altri approfondimenti su CiakClub.it

 

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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