La versatilità recitativa di Willem Dafoe in cinque diverse interpretazioni

Cinque diversi ruoli per descrivere le capacità recitative di Willem Dafoe, un grande attore che ha saputo imporsi magistralmente.

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Dafoe

Willem Dafoe è uno degli attori più talentuoso del nostro secolo, capace di immedesimarsi in ruoli notevolmente differenti tra di loro.

Inizia a recitare negli anni ottanta in diversi film e raggiunge la fama internazionale interpretando il sergente Elias Grodin nel film Platoon di Oliver Stone, per il quale ha ricevuto la sua prima candidatura agli Oscar. La sua carriera è davvero prolifica, un attore che apprezza sempre dei ruoli peculiari.

Per riuscire a descrivere il suo talento, ci soffermiamo su cinque ruoli che l’hanno visto sia come protagonista che come personaggio secondario ma fortemente caratterizzati.

L’ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO

Dafoe

Una straordinaria interpretazione per un attore che è da poco entrato nel mondo cinematografico.  Il film di Martin Scorsese esce nel 1988, Willem Dafoe ha 33 anni, una strana analogia con il ruolo che avrebbe dovuto interpretare.

L’ultima tentazione di Cristo è un film fortemente controverso, che scavalca le parole delle Sacre Scritture per fornire un’interpretazione umana di Gesù. Dafoe si deve confrontare con la sacralità del personaggio e riuscire ad interiorizzarlo tanto da renderlo umano, e ci riesce.

Lo sguardo perso di un uomo che è il prescelto, ma non riesce a capire perchè, le ferite di chi ha peccato e deve imparare a perdonarsi e la debolezza delle tentazioni carnali che lo perseguitano fino alla fine.

Dafoe dimostra una straordinaria abilità nel predominare questo ruolo, affiancato da un altro grande attore (Harvey Keitel) nel ruolo di Giuda, riesce a trasmettere l’indulgenza e l’umanità di Gesù. Resta da sottolineare l’aspetto caritatevole alternato alla fragilità del ruolo, il primo che culmina nella frase che  afferma che saranno gli storpi e i malati i combattenti del Messia, mentre la seconda che si evince quando Gesù viene crocifisso e ha un’allucinazione su una sua improbabile vita terrena, tentata dal diavolo.

Un film diverso, che scolpisce ogni sua frase nella mente dello spettatore, alternando riprese che sembrano quadri, interpretato e reso vivo dall’interpretazione di un giovane e promettente Willem Dafoe.

ANTICHRIST 

Dafoe

Un regista con cui Willem Dafoe collabora frequentemente è Lars Von Trier, egli lo sceglie per uno dei suoi primi film Manderlay, poi come coprotagonista in Antichrist, gli da un ruolo in Nymphomaniac vol I e II.

Antichrist fin dalla sua uscita nel 2009, ha scatenato numerosi dibattiti, incentrati soprattutto sulla necessità di Trier di essere estremamente esplicito sulle tematiche sessuali.

I primi frammenti mostrano l’atto sessuale di una coppia sulle note di  Lascia ch’io pianga di Georg Friedrich Händel, nel frattempo il figlio della coppia muore cadendo da una finestra rimasta aperta.

La madre e moglie (una grandiosa Charlotte Gainsbourg) e il padre e marito psicoterapeuta (Willem Dafoe) decidono di ritirarsi in una casa nel bosco di Eden allo scopo di dissolvere le paure recondite della moglie, legate alla presunta malignità della natura. I due protagonisti si fondono tra loro e cadono in un delirio psichico quasi come se fossero sotto effetto di un allucinogeno.

Un film molto particolare e un personaggio complesso quello di Dafoe, che riesce a restare all’altezza della difficoltà di impersonare un marito psicoterapeuta che si trova davanti una moglie impazzita che lo vede come se fosse il diavolo in persona.

GRAND BUDAPEST HOTEL

Dafoe

Grand Budapest Hotel è un film eccentrico ma allo stesso tempo dalle pacate tinte pastello.

Un altro sodalizio lavorativo con un grande regista, Wes Anderson in film come Le avventure acquatiche di Steve Zissou del 2004 e il futuro The French Dispatch che uscirà probabilmente nel 2020.

In quest’opera, Dafoe ha un ruolo minore ma molto caratteristico, egli è J.G. Jopling un criminale che vuole appropriarsi del secondo testamento di Madame D. ma che farà una fine molto drammatica.

La bellezza della regia di Wes Anderson sta nel riuscire a rendere simpatico persino un antagonista quale è J.G. Jopling e la bravura di Dafoe si conferma nel non risultare ridicolo nella sua drammatica ma poetica fine ed esaltando i toni negativi del suo personaggio.

UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Dafoe

Il viola come colore della Florida e di Disneyland ma che trattiene una realtà degradata e deprimente.

Un film del 2017 diretto da Sean Baker e che vede la quarta candidatura ad un Oscar per Willem Dafoe.

Un ruolo piuttosto contraddittorio, un padre di un Motel, che ne cura tutti i suoi aspetti dal dipingere la facciata al occuparsi dei suoi ospiti.

Ospiti che non sono turisti ma veri e propri abitanti di queste camere che appaiono come un mondo fatato all’esterno ma sono delle topaie al loro interno, iconica la scena dove la bambina Monee si pulisce le mani sporche nel suo cuscino.

Bobby (Dafoe) che è il paziente sorvegliante del motel diventa quasi un padre per Monee e i suoi amici che si divertono ad infastidirlo in continuazione. Egli si preoccupa di come Halley cura la bambina e di come ottiene i soldi con cui paga la camera ma allo stesso tempo la minaccia ripetutamente di sbatterla fuori.

Nonostante la drammaticità della storia mascherata da colori vivaci e posti apparentemente felici come la gelateria dove i bambini ottengono il gelato gratis, il film rispecchia queste sue caratteristiche nel ruolo di Dafoe che convive con entrambe.

VAN GOGH

Dafoe

Un film crudo, duro senza mezzi termini.

Van Gogh- sulla soglia dell’eternità è quasi un avvicinamento ad un cinema sperimentale, girato con la macchina da presa a mano senza una precisa ricerca di una bellezza prospettica ma che usa il colore per trasmettere la vita di questo monumentale pittore.

Film del 2018 diretto da Julian Schnabel che è stato presentato in anteprima mondiale in concorso alla 75ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Non si può certo ignorare la forza e la straordinaria capacità recitativa di Willem Dafoe, l’attore si permea dell’essenza di Vincent, dei suoi quadri e soprattutto della sua capacità di guardare all’ordinario con occhi straordinari e rendere unico un campo di grano, un vaso di girasoli o una stanza vuota.

Il film è ambientato nella cittadina di Arles dove il pittore visse i suoi ultimi e tormentati anni, attraverso l’amicizia con il collaboratore Paul Gauguin iniziata con La casa gialla; un atelier dove i due  (secondo l’idea di Vincent) avrebbero dovuto dare vita ad una vorticosa danza di pittura ma che finì per diventare un luogo di sofferenza e dolore.

Vincent Van Gogh viene mostrato come un uomo rude quasi spaventoso nei suoi modi, tormentato e alla costante ricerca di approvazione dal mondo, i suoi dipinti verranno esposti a Parigi dall’amato fratello Theo ma non avranno quasi nessun successo.

Non si può negare che la visione di questo film sia complessa, immagini in movimento piene di sbavature, imperfezioni, ma che si rivelano essere la metafora della vita di Van Gogh che per cercare di tornare in sé finirà volontariamente nella Maison de Santé, un vecchio convento adibito a ospedale psichiatrico a Saint-Rémy-de-Provence, a una ventina di chilometri da Arles.

Infine Dafoe sembra risultare egli stesso, come in passato era avvenuto per Gesù in “L’ultima tentazione di Cristo” il vero Van Gogh, quasi come se la macchina da presa lo stesse documentando senza nessuna finzione recitativa.

Per concludere, citiamo The Lighthouse (la nostra recensione qui) un film che ha fatto scalpore e che vede Dafoe al fianco di Robert Pattinson.

Cosa ne pensate di questo attore?

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Aspirante regista, in perenne ricerca di contenuti cinematografici sconosciuti e fuori dagli schemi ordinari.

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