Robin Williams: l’inguaribile solitudine del clown triste

Oggi avrebbe compiuto 69 anni il grandissimo Robin Williams e noi, per celebrare la ricorrenza, abbiamo scritto qualcosa di differente dal solito

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Robin Williams

“Vostro onore, sono prole dipendente signore. Io li amo con tutto il mio cuore e l’idea che mi si dica “Non puoi vivere con loro o vederli ogni giorno” sarebbe come dirmi “Ti tolgo l’aria”. Io non vivo senza l’aria e non vivrei senza i miei figli! Perciò io la prego, non mi separi dai miei figli. Grazie.”

Questo brillante monologo tenuto da Daniel (Robin Williams) in Mrs. Doubtfire rappresenta per me un momento ben preciso: per la prima volta, ormai un paio di decenni fa, associai un volto visto in un film ad un nome, quello di Robin Williams.

Solitamente elementi così strettamente personali sono e devono restare al di fuori di un articolo, ma questa volta è diverso. Già, come quando da piccolo vidi per la prima volta quegli occhi malinconici sorretti da un sorriso così naturale e genuino da aprire il cuore anche ad un bambino scarsamente interessato al cinema.

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Robin Williams è stato la quintessenza del cinema, proprio perchè non era un attore. O meglio, non solo. Definirlo attore è un po’ come definire macchina una Ferrari: lo è ma la definizione va incredibilmente stretta.

Robin Williams era un artista a 360 gradi, prestato al cinema ma mai subordinato alla settima arte. In ogni sua pellicola è sempre riuscito a dare più di quanto richiesto, vestendo i panni di personaggi resi indimenticabili grazie a quella tristezza soffocata dalla voglia costante di rendere gli altri felici mediante l’arma più potente: la risata.

Per capire tutto ciò basti pensare a quanto raccontato da David Letterman circa il passato suo e di Williams da comici, ovvero che capitava che venissero aggiunti minuti ai monologhi per coprire dei buchi, e ogni comico faceva di tutto per non allungare il proprio pezzo, consapevole della difficoltà di tenere il pubblico in pugno per più di 5-10 minuti; Robin Williams invece accettava senza alcun problema, impostava il suo pezzo e alle volte nemmeno procedeva secondo quanto preprato, semplicemente improvvisava.

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Anche Matt Damon ammette che senza il suo aiuto nel sistemare la sceneggiatura di Will Hunting il film non avrebbe mai avuto tale successo. A tal proposito come non citare i famosi movimenti di macchina durante il discorso di Williams sui piccoli difetti della moglie che, essendo totalmente improvvisato, prese alla sprovvista il cameraman che non riuscì a trattenere le risate del tutto.

Questa sua incredibile spontaneità era in grado di garantire ai personaggi da lui interpretati, anche a quelli meno originali, una tridimensionalità ed un’autenticità incredibilmente notevoli.

Impossibile non parlare di Good Morning Vietnam, film nel quale egli interpreta Adrian Cronauer, aviere e disc-jockey inviato in Vietnam per risollevare il morale delle truppe attraverso la radio locale dell’esercito.

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I suoi monologhi in radio sono di una velocità e complessità tali da aver messo in difficoltà persino un doppiatore del livello di Carlo Valli.

Difficile trovare qualcosa nel quale Robin Williams non riuscisse straordinariamente bene: perché oltre ad un talento irripetibile, a detta di tutti i colleghi, ha sempre manifestato un’umiltà ed un entusiasmo davvero sorprendenti.

Sfortunatamente queste sue qualità però non sono state regalate: la stessa sensibilità ed empatia umana che lo hanno reso un essere umano così speciale, prima che un attore, si sono sempre presentate a bussare alla sua porta esigendo un prezzo estremamente alto, la sua felicità. Da qui il tunnel della droga, dell’alcol e l’ombra della depressione.

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Se n’è andato come ha vissuto, in maniera felicemente tragica: in un caldo giorno di Agosto è stato trovato morto per asfissia in casa propria, sobrio e sereno, come peraltro la moglie e l’autopsia lo hanno descritto. Gli era stata diagnosticata una malattia degenerativa e stava perdendo le sue incredibili doti artistiche. Ha scelto consapevolmente: la vita l’aveva vissuta in pieno, sofferenza compresa: aveva tutto il diritto di non soffrire più.

Per quanto riguarda me ho sofferto, ho pianto, ma poi ho accolto con un sorriso malinconico la consapevolezza che nessuna malattia avrebbe potuto in alcun modo scalfire il ricordo che avrò per sempre di lui. Già, un sorriso malinconico, sicuramente meno espressivo, ma pur sempre come il suo.

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