Gangs of London: la recensione dei primi 3 episodi della “Gomorra in salsa inglese”

Ecco la nostra recensione dei primi tre episodi di Gangs of London, la serie crime di Gareth Evans che parte da Gomorra per spingersi molto più in là.

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C’è subito da dire che nonostante la non troppa originalità di tematiche e dinamiche, Gangs of London mostra subito una forte identità che la contraddistingue. Dalla visione dei primi tre episodi – andati in onda su Sky Atlantic – la serie ha il grande pregio di delineare un suo campo d’azione (…e questo quasi letteralmente!) e mantenerlo come tale. Cosa non semplice essendo l’ennesimo prodotto noir/gangster/mafioso del panorama audiovisivo degli ultimi anni.

Gangs of London è una serie ideata da Gareth Evans – lo stesso del action cult The Raid – e Matt Flannery. È da sottolineare che il prodotto approda in Italia dopo l’enorme successo ottenuto in patria, dove si è distinto come secondo miglior esordio per una produzione originale Sky in UK dopo ChernobylE le carte in regola per essere un piccolo gioiellino, nonché la migliore serie crime di questo “scarnino” 2020, ce le ha davvero tutte.

Nonostante possa sembrare un po’ inutile e retorico, la serie ha anche molti punti di contatto con la nostranissima Gomorra. A tratti ne rappresenta la versione cosmopolita e più patinata, dove le Vele di Scampia si trasformano nei palazzoni dei quartiere finanziario londinese. Anche l’atmosfera sospesa e la lividissima fotografia ricordano in più di qualche punto l’iconografia gomorriana. Ma, espedienti narrativi a parte e lungi dal rappresentarne un clone, Gangs of London riesce a darsi una sua identità, episodio dopo episodio. Così gli echi della mafia italiana lasciano ben presto spazio ad un affascinante e violentissimo universo crime del tutto inglese (Peaky Blinders o il film Legend, giusto per creare dei rimandi).

Ma guardatevi il trailer e procediamo con ordine.

 

La trama di Gangs of London

Gangs of London

Gangs of London parte da una premessa molto comune. Finn Wallace, uno dei più potenti uomini d’affari londinesi, viene brutalmente assassinato da mandanti ignoti. La famiglia Wallace è inoltre a capo di una sorta di alleanza tra gang criminali della Capitale provenienti da numerose etnie, ognuna con il proprio giro d’affari.

L’assassinio del boss pertanto minaccia il fragilissimo equilibrio che sta dietro al patto criminale tra le varie fazioni. La situazione si aggrava, mostrando tutte le debolezze intrinseche, proprio ora che tutto è passato in mano al giovane figlio Sean (il Joe Cole di Peaky Blinders). L’erede non sembra, almeno all’apparenza, avere molto polso nel gestire e rassicurare i vari leader delle gang. D’altro canto sono proprio questi a voler approfittarsi dell’improvviso vuoto di potere per ritagliarsi nuovi spazi d’azione. A tutto ciò si aggiunge la presenza del nuovo autista di famiglia Elliot (Sope Dirisu), in realtà un agente in incognito trasformatosi in crudele hitman per l’occasione.

Insomma piani, sotterfugi, dinamiche familiari e vendette all’ultimo sangue sono gli ingredienti di questo Gangs of London. Elementi abbastanza classici del genere crime che non esauriscono le sorprese.

 

Una sceneggiatura corale

Gangs of London

 

È molto difficile dare un giudizio di sceneggiatura quando sostanzialmente la serie è ancora alle sue prime battute. Eppure qualche dinamica, in particolar modo a partire dall’Episodio 3, si inizia già ad intravedere.

Dal presupposto di trama, come anche da noi delineato qui sopra, pare che Gangs of London possa quasi essere intesa come una “storia criminale familiare”, molto incentrata sulla figura dell’erede Sean. Un’affermazione tutt’altro che vera. La serie fa, infatti, della coralità e della divergenza di punti di vista un suo tratto distintivo.

Se è ovvio che questa sia la caratteristica principale del pilot-fiume (di ben 93 minuti), il cui compito è sostanzialmente presentarci personaggi ed espedienti narrativi, vediamo che anche i successivi episodi sono costruiti sulla sua falsariga. La narrazione, infatti, si sposta di personaggio in personaggio, soffermandosi a lungo su ciascuno di essi. Così ecco che entriamo in contatto con Elliot – che possiede il più lungo screen time -; con Billy, il fratello minore dei Wallace; con la madre Marian (la Michelle Fairley-Lady Stark ne Il trono di spade); nonché con i singoli capi gang e Ed Dumani, il vero “manager” degli affari della famiglia Wallace. E chi più ne ha più ne metta.

Che sia un espediente per creare una narrazione che si svilupperà per molto tempo? Potrebbe essere. In ogni caso questo continuo andirivieni ha la tendenza a creare un po’ di disorientamento nello spettatore, intento a ricostruire le dinamiche tra i vari personaggi. E in questo non aiuta la sceneggiatura molto esile e scarna, dove i silenzi e l’azione la fanno da padroni sui dialoghi. Ed è proprio su questi che si concentra tutta la potenza della serie.

 

Una regia… violenta

Gangs of London

Si capisce fin da subito che non dobbiamo aspettarci il fine intrigo psicologico che possiamo trovare, ad esempio, nelle prime stagioni di un Game of Thrones. Tutt’altro che cervellotica, infatti, Gangs of London fa delle scene d’azione il suo cavallo di battaglia. Merito indiscutibilmente del coordinamento di Gareth Evans alla regia, un vero professionista in tema di scene di combattimento.

Anche perché, come mette in chiaro il primo episodio fin da subito, il combattimento e la violenza nuda e cruda sono i punti focali della serie stessa. Sono in questi punti che la regia da pacata, misurate e “osservatrice” ha una vera e propria trasformazione. Così ci troviamo di fronte ad intere sequenza che mettono in mostra tutta l’abilità quasi coreografica di Evans & co. nel mettere in scena i vari corpo a corpo e le varie sparatorie.

Gangs of London è poi un tripudio di pugni, calci, sangue, pistole, fucili, asce, coltelli, mannaie, persino freccette, e chi più ne ha più ne metta. E la regia sceglie sempre soluzioni visive innovative, impreviste, cangianti e iper-dinamiche per descrivere queste lunghissime sequenze. Parti centrali della serie capaci di convogliare l’attenzione e l’emotività dello spettatore fino a condurla ai suoi limiti.

La violenza presentata tramite questo iper-cinetismo è quanto mai disturbante ed estrema per la visione. Ma siamo molto lontani dallo stile à la Michael Bay. In Gangs of London infatti le azioni raggiungono il massimo del loro potenziale, pur rimanendo ben controllate e calibrate al minimo dettaglio.

Un’abilità che davvero non le si può negare e che siamo sicuri le conferirà lo stato di cult. Questo nonostante le innegabili debolezze strutturali della trama.

P.s. Piccolo suggerimento: non perdetevi la scena dello scontro al pub e quella del corpo a corpo con la mannaia da macellaio!

 

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