10 film di Ingmar Bergman da vedere almeno una volta nella vita

Ingmar Bergman è uno dei registi più importanti della storia del cinema. Ecco dieci film da vedere per approcciarsi alla sua filmografia.

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ingmar bergman

Il 14 luglio del 1918 nasceva a Uppsala Ingmar Bergman.
Regista di alcuni dei film più belli e più importanti della storia del cinema, nonchè regista rivoluzionario per aver portato nel cinema la ricerca introspettiva e psicologica e temi tipici dell’esistenzialismo svedese nel cinema, Ingmar Bergman ha sempre saputo coniugare al proprio pensiero e alle proprie riflessioni film completi in ogni singolo aspetto, film moderni che ancora oggi sono in grado di parlarci a gran voce.

Ingmar Bergman è un regista che non ha bisogno di ulteriori, velleitare, introduzioni.
In questo articolo andremo quindi a consigliarvi dieci film del grande regista svedese che ogni appassionato di cinema dovrebbe vedere almeno una volta nella vita.

10. Monica e il desiderio (1953)

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Monica e il desiderio è uno dei primi successi internazionali di Ingmar Bergman. A seguito di questo film Jean-Luc Godard coniò per il regista svedese l’appellativo di “regista dell’istante”.
Il film è una storia di un amore travagliato contornata da riflessioni esistenzialiste e da suggestive immagini della natura rese vive e abbaglianti da una fotografia in bianco e nero pressochè perfetta.
Compaiono già in questo le tecniche e i temi che Ingmar Bergman elaborerà nel corso della sua prolifica carriera. Per approcciarsi al cinema del regista svedese Monica e il desiderio è quindi il film ideale.

9. Il Settimo Sigillo (1957)

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Il Settimo Sigillo è probabilmente il film più noto di Ingmar Bergman. Fra scene iconiche e riflessioni pari nello spessore e nell’accuratezza a quelle di un testo filosofico, il film è sicuramente la massima espressione del cinema del regista svedese negli anni ’50.
Su Il Settimo Sigillo si sono scritti saggi e si sono affrontati interminabili dibattiti e, a distanza di più di 60 anni, si può tranquillamente affermare che è uno dei migliori film della storia del cinema e che è sempre attuale negli eterni dubbi e nelle riflessioni presenta.

Il rapporto fra uomo e Dio, fra vita e morte, viene messo a nudo in un film a cui non si possono trovare difetti.
L’ambientazione medievale offre immagini molto suggestive, suggellata da una fotografia con chiaroscuri che spaziano da quelli “gotici” a quelli più edulcorati e limpidi dei precedenti film del regista. A scene di un lirismo sopraffino vengono contrapposte scene capaci di inquietare lo spettatore e di rimanere impresse per sempre nella mente e negli occhi dello spettatore. Un must per ogni amante del cinema.

8. Il posto delle fragole (1957)

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Girato poco dopo Il Settimo Sigillo, Il posto delle fragole è probabilmente uno dei più importanti “road-movie” della storia del cinema. In una giornata assistiamo al lento risveglio dal torpore esistenziale e a una acquisizione di nuove consapevolezze di un uomo anziano, un medico che, nel giorno del suo giubileo professionale, compie un viaggio a ritroso nella sua anima e nei suoi ricordi.

Con un magistrale Victor Sjostrom, maestro di Ingmar Bergman, e con delle sequenze oniriche che fanno venire la pelle d’oca, Il posto delle fragole è un film che non sembra invecchiato di un giorno e che presenta in una forma originale i temi del cinema del regista svedese come il rapporto con l’idea della morte e l’immagine della maschera sociale che l’uomo deve indossare per poter vivere apparentemente privo di turbamenti.

7. La fontana della vergine (1960)

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Dopo Il Settimo Sigillo Ingmar Bergman torna in un’ambientazione medievale.
La fontana della vergine è, se vogliamo dare un genere a film che trascendono i generi, un atipico revenge-movie che porta in scena la morte di una giovane ragazza per opera di un gruppo di indigenti e la consecutiva vendetta del padre di lei, interpretato da un monumentale Max von Sydow.

Dai ritmi rarefatti e dai toni mitici che molto bene richiamano la leggenda popolare a cui il film si ispira, La fontana della vergine vinse l’Oscar per il miglior film straniero nel 1960.
Il tema del rapporto dell’uomo con la religione viene presentato sotto un nuovo punto di vista, quello di un padre devoto che si trova a dover compiere un atto atroce per vendicare la morte altrettanto atroce della figlia con la tremenda consapevolezza di star commettendo un peccato. Il timore del silenzio del Dio da lui lodato travolge l’uomo fino a un allegorico finale.
La potenza di alcune sequenze è ancora in grado di far rabbrividire spettatori di tutte le generazioni.

6. Luci d’inverno (1963)

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Secondo film appartenente alla trilogia del “silenzio di Dio“, Luci d’inverno è un film che riesce a parlare con i silenzi, con i vuoti, con le magnifiche immagini che Bergman porta sullo schermo.
Pur avendo un tono molto riflessivo e, forse, ostico per uno spettatore inesperto,
Luci d’inverno non può che affascinare grazie a una delle migliori fotografie in bianco e nero di sempre curata da Sven Nykvist dove i chiaroscuri riescono a evocare alla perfezione il “silenzio” di un Dio che non è in grado di parlare a un pastore protestante che dubita della sua vocazione e che non è in grado di amare.

Interpretato da Gunnar Bjornstrand, nella sua miglior prova per Bergman, e
Ingrid Thulin, Luci d’inverno contiene delle riflessioni sull’amore e sul ruolo della passione di Cristo di una profondità e di un’accuratezza senza pari. Nei molti monologhi possiamo intuire come la voce dei personaggi sia la voce di Ingmar Bergman in un film intimo, girato prevalentemente in interni, ma in grado di ipnotizzare anche solo con le splendidi immagini che il regista svedese ci offre.

5. Persona (1966)

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Cosa si può dire su Persona? Che è il film più importante della storia del cinema? Che è una delle riflessioni più acute e più accurate sul tema dell’uomo e della maschera? O forse che è un trattato di psicologia portato sullo schermo?
Persona è Ingmar Bergman che reinventa il cinema. Persona è Ingmar Bergman surrealista che parla al proprio pubblico, che parla al proprio film, che parla al mondo, che presenta i frutti di una ricerca psicologica di un’ampiezza ancora insuperata nel mondo del cinema.

Primi piani, bianchi e neri folgoranti, monologhi di uno spessore e di una complessità senza pari che si alternano a silenzi in grado di comunicare quanto le parole. Non sarà certo questo articolo a convincere chi non ha visto Persona a vederlo, ma, siete avvisati, se non vi piace questo film non vi piace il cinema e non possono esistere scusanti.
Perchè se non apprezzate Persona non potete apprezzare il cinema contemporaneo, che di questo capolavoro di Bergman continua a essere debitore anche a distanza di quasi 60 anni.

4. L’ora del lupo (1968)

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L’ora del lupo è stato a lungo considerato fra i film “minori” di Ingmar Bergman, ma considerarlo tale oggi è un errore che non si deve commettere. Con L’ora del lupo il regista svedese, infatti, inventa il thriller psicologico e porta l'”horror” su un piano totalmente alieno rispetto ai film dell’epoca.
Un pittore, Max von Sydow in uno dei suoi ruoli migliori, si trasferisce su un’isola insieme alla moglie (Liv Ullmann) e comincia a essere vittima dei personaggi che lui stesso dipinge.

L’ora del lupo è un film su un uomo schiavo della propria immaginazione, immaginazione che lo divora e lo sradica dal reale, è un film che esplora le possibilità dell’amore e il significato che esso ha nella vita coniugale. Fra sequenze disturbanti, chiaroscuri immortalati alla perfezione dalla fotografia di Sven Nykvist e monologhi amletici, l’horror di Bergman si pone come perfetto continuatore di Persona e, mantenendo molti aspetti del film del 1966 (uno su tutti quello meta-cinematografico), si apre sia al “genere” sia a tematiche che il regista elaborerà con compiutezza nei film degli anni ’70.
Il monologo finale di Liv Ullmann, poi, è uno dei migliori della storia del cinema.
Vedere per credere.

3. Sussurri e grida (1972) 

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Sussurri e grida è il primo gradino dell’ultima fase della carriera cinematografica di Ingmar Bergman. La distruzione e la messa a nudo delle contraddizioni e delle inquietudini della borghesia, tematica quasi onnipresente sin dai primi film del regista, diviene in
Sussurri e grida tema centrale. La malattia di una donna, Agnese, è funzionale a Bergman per presentaree le reazioni dei famigliari di lei e per mostrare l’incoerenza e la falsità dei rapporti interpersonali interni a una famiglia. Con una fotografia, curata da Sven Nykvist e premiata agli Oscar, che si compone essenzialmente di tre gamme cromatiche e con un ambientazione minimale e fredda, specchio perfetto di chi la vive, Bergman annienta il mondo borghese, chiuso in convenzioni e in etichette, con una durezza che sembra lasciare senza speranze.

2. Scene da un matrimonio (1973)

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Caposaldo del cinema contemporaneo nonchè una sorta di Bibbia per ogni regista che voglia analizzare e presentare nei propri film la convivenza coniugale, Scene da un matrimonio è uno dei film più influenti della filmografia di Ingmar Bergman.
Girato originariamente per la televisione e poi ridotto a una versione cinematografica di quasi tre ore, Scene da un matrimonio è una galleria di quadri rappresentanti la distruzione della tipica famiglia borghese. Pur essendo uno dei film più teatrali della filmografia di Ingmar Bergman, Scene da un matrimonio riesce a essere sempre attuale e stupisce come Bergman sia riuscito a raccontare tutto quello che c’era da raccontare e che nessun regista sia ancora riuscito ad andare oltre questo film.

Interpretato da Liv Ullmann e Erland Josephson, Scene da un matrimonio contiene in sè numerose riflessioni sull’amore e sul significato dell’unione coniugale, è un film che esplora le possibilità dell’amore e indaga a fondo le anime dei due protagonisti per arrivare a una conclusione quasi beffarda, ma dannatamente vera.

1. Fanny e Alexander (1982)

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Chiudiamo questa lista di film di Ingmar Bergman che ognuno dovrebbe vedere almeno una volta nella vita con Fanny e Alexander, ultimo film uscito al cinema del regista svedese. Nato come prodotto per la televisione di cinque ore e uscito nelle sale in una versione ridotta di tre ore, Fanny e Alexander è un lavoro che può sembrare anomalo nella filmografia di Ingmar Bergman, ma che, in realtà, è la summa di tutto il cinema del regista svedese.

“Fuori di qui c’è il mondo grande e qualche volta capita che il mondo piccolo riesca a rispecchiare il mondo grande tanto da farcelo capire un po’ meglio.”

Questo un estratto dell’incipit del film in cui Oscar, rivolgendosi ai teatranti, si fa portavoce dell’idea di cinema e di teatro di Ingmar Bergman.
Se per capire fino a fondo un film come Fanny e Alexander è necessario avere già visto qualche film di Bergman, per apprezzarlo basta semplicitamente guardarlo. Non si può rimanere delusi da così tanta perfezione.

Ingmar Bergman ci ha lasciato nel 2003 e, dopo Fanny e Alexander, girò molti film per la televisione svedese e fu attivo come scrittore e sceneggiatore. L’eredità che Bergman ha lasciato al Novecento è ancora sotto gli occhi di tutti, l’eredità che ha lasciato al cinema durerà per sempre.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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