Shelley Duvall: la tragica storia di una diva mancata

La triste storia di Shelley Duvall: da attrice feticcio di Robert Altman a Wendy Torrance in Shining di Stanley Kubrick fino al ritiro dalle scene.

0
5938
Shelley Duvall

Chiunque avrà in mente il volto di Shelley Duvall per le tremende scene di Shining nelle quali l’attrice americana compare nei panni di Wendy Torrance.
Il rischio che si corre nel parlare di personaggi diventati delle vere e proprie icone nella storia del cinema è quello di eliminare passato e futuro di essi per concentrarsi su un eterno presente. Tuttavia, ricordando Shelley Duvall nel giorno del suo compleanno, si deve, per forza di cose, partire dal ruolo in Shining, ruolo che la rese celebre al pubblico di tutto il mondo.
Ma Shelley Duvall non è solo quella donna disperata e terrorizzata presente nel capolavoro di Stanley Kubrick, è molto altro.

Tutti sapranno che l’attrice ebbe gravi problemi durante la produzione di Shining, ma non tutti sanno che l’allora trentunenne attrice che prese parte al film di Kubrick aveva alle spalle un Premio per la miglior interpretazione femminile a Cannes e una serie di film di grande rilevanza girati con registi come Robert Altman e Woody Allen.
In questo articolo andremo quindi a ripercorrere l’intera carriera di Shelley Duvall, dagli esordi al suo acme, dal suo acme alla lenta e progressiva discesa nell’oblio che l’ha portata a ritirarsi dalle scene nel 2002.

Una giovane promessa del Texas

Shelley Duvall in Gang (1974) di Robert Altman

Shelley Duvall è nata il 7 luglio del 1949 a Houston, nel profondo Texas.
A scoprire il talento della giovane attrice fu un regista che la profonda America la conobbe bene e la raccontò altrettanto bene, Robert Altman.
Nel 1970, soli 21 anni, Shelley Duvall esordì sul grande schermo in uno dei film più “anarchici” del regista di Kansas City, Anche gli uccelli uccidono.
Nel film Shelley Duvall ha un ruolo da co-protagonista e, fresca della sua giovinezza, dimostra sin da subito una certa propensione a interpretare personaggi non ben inquadrati in schemi predefiniti, ma capaci di variare e di assumere le più opposte tendenze e le più varie sfumature scena dopo scena.

Nel successivo film di Robert Altman, I compari, western crepuscolare nel quale il regista distrusse il mito del west, Shelley Duvall fu ancora presente, testimonianza della stima che il regista riponeva nei confronti dell’attrice.
La prima interpretazione veramente degna di lode è, però, in Gang, diretto dal solito Robert Altman, dove la Duvall interpreta la sognatrice donna, “dipendente” dalla Coca Cola, di un bandito nell’America degli anni ’30. Il tragico ruolo assegnatole mette in mostra tutta la capacità dell’attrice di dar forma alle idee decostruttive di Robert Altman e le scene in cui la Duvall compare sono probabilmente le più drammatiche e disilluse che il regista abbia mai girato.

Dopo Gang Shelley Duvall recitò ancora in altri due film di Robert Altman, il cult Nashville, nel quale ebbe un ruolo minore, e Buffalo Bill e gli indiani prima di essere chiamata da Woody Allen per interpretare Pam in Io e Annie. Fino alla chiamata di Woody Allen l’attrice era stata diretta solo ed esclusivamente da Robert Altman, diventando, di fatto, la sua attrice feticcio nonchè musa ispiratrice.

Tre donne e il successo internazionale

Shelley Duvall in Tre donne (1977) di Robert Altman

Nel 1977 Shelley Duvall prese parte, ancora una volta, a un film di Robert Altman,
Tre donne.
Il film, da molti ritenuta come una delle più alte manifestazioni del pensiero del regista
dell'”altra America”, è una delle vette del cinema americano degli anni ’70 e, nella sua complessità formale, si presta a numerosissime analisi e interpretazioni.
Non addentrandoci troppo nei particolari del film, che andrebbe riscoperto dal momento che è sempre attuale ed è stato ispirazione per registi come David Lynch, Darren Aronofsky e lo stesso Stanley Kubrick, ci limitiamo a dire che, in un ruolo di una complessità psicologica assolutamente nuova per quei tempi, Shelley Duvall ottenne un plauso dalla critica internazionale.

Nella 30° edizione del Festival di Cannes Shelley Duvall, a soli 28 anni, vinse il Premio per la migliore interpretazione femminile.
Forte di questo successo, ottenuto non a caso con un film di Robert Altman, Shelley Duvall venne considerata come una delle più promettenti e importanti attrici americane della sua generazione.
Rivedere a distanza di moltissimi anni Tre donne con annessa prova di Shelly Duvall fa capire quanto fosse avanti Robert Altman e quanto la Duvall fosse in grado di interpretare con naturalezza personaggi totalmente insoliti per il cinema di quegli anni.

La chiamata di Kubrick e Shining

Shelley Duvall in una celebre scena di Shining (1980) di Stanley Kubrick

Quando arrivò a girare Shining, quindi, Shelley Duvall non era certo una delle prime attrici trovate in circolazione, bensì una delle migliori giovani del panorama Hollywoodiano. Il peculiare volto dell’attrice, intriso di un fascino ambiguo, inoltre, si prestava alla perfezione per il personaggio di Wendy Torrance che Kubrick era intenzionato a portare sul grande schermo.

L’idea di lavorare con Stanley Kubrick mise in grande soggezione l’attrice di Houston e il ruolo a lei assegnato era probabilmente ancora più difficile di quello assegnato a Jack Nicholson.
L’esperienza delle riprese di Shining divenne un vero e proprio incubo per Shelley Duvall.
La stessa attrice arrivò ad affermare, qualche anno dopo, di aver subito torture psicologiche durante la produzione, durata 13 mesi, del film da parte di Stanley Kubrick. Il regista la teneva infatti spesso all’oscuro di ciò che stava per accadere nelle scene per rendere più reali e genuini il terrore e l’angoscia da lei provati. Inoltre, durante le riprese, Kubrick disse al cast e alla troupe di ignorare Shelley Duvall, per spingere la sua interpretazione verso un realismo sempre più estremo.

“Stanley mi ha spinto più lontano di quanto non sia mai andata. Quello fu il ruolo più difficile che abbia mai interpretato”.

Così affermò Shelley Duvall in un’intervista rilasciata poco tempo dopo l’uscita di Shining e lo stesso Jack Nicholson affermò, in varie interviste rilasciate nel corso degli anni, che la parte toccata a Shelley Duvall fu la più difficile alla quale egli avesse mai assistito.
Per fare un esempio abbastanza emblematico, la famosa scena della mazza da baseball venne rigirata 127 volte.
Shelley Duvall disse, inoltre, che nel periodo delle riprese del film soffrì di attacchi di angoscia e crisi isteriche e che molte delle reazioni che possiamo apprezzare in Shining non sono finzione, ma sono verità.

Appare forse superfluo dire che un ruolo così iconico e così difficile, con annessi i vari problemi avuti durante la produzione di Shining, fu l’inizio di un lento declino per Shelley Duvall che, ironia del destino, non vide neanche la sua prova riconosciuta dalla critica, quest’ultima focalizzata solo a esaltare la grandezza di Kubrick e di Jack Nicholson.

Olivia Oyl in Popeye e la televisione

Shelley Duvall
Shelley Duvall e Robin Williams in Popeye (1980) di Robert Altman

Alla brillante (anche se controversa) prova in Shining Shelley Duvall affiancò una parte decisamente più leggera nei panni di Olivia Oyl affianco a Robin Williams in Popeye, diretto, al solito, da Robert Altman.
Popeye fu un flop clamoroso e fu una battuta d’arresto micidiale per un regista come Altman, che aveva inanellato negli anni ’70 una serie di successi critici non indifferenti, e per un’attrice ai tempi sulla scia del successo come Shelley Duvall.
A questa batosta seguirono anni di parziale oblio per Robert Altman, alle prese con film “teatrali”, e anni di progetti televisivi per Shelley Duvall.

Nel 1982 Shelley Duvall si imbarcò, in veste di produttrice, ideatrice e attrice in un progetto del tutto innovativo per la televisione americane di quegli anni chiamato Nel regno delle fiabe.
Nel regno delle fiabe nacque da un’idea dell’attrice avuta sul set di Popeye: Shelley Duvall era infatti solita leggere, nelle pause dalle riprese, un grande volume contenente numerose fiabe. Da uno scambio di opinioni con Robin Williams, Braccio di ferro nel film di Altman, nacque l’idea di una vera e propria serie incentrata sul racconto a un pubblico di bambini, ma non solo, di fiabe popolari.

La serie ebbe un enorme successo e venne accolta con entusiasmo da pubblico e critica. Molte furono le star di Hollywood che parteciparono alla rievocazione di fiabe popolari sul piccolo schermo e ogni episodio era introdotto da un “Hello, I’m Shelley Duvall” nel quale l’attrice, camminando negli ambienti del set, introduceva i temi delle fiabe portate sul piccolo schermo.
La serie arrivò anche in Italia su Rai 1 negli anni ’90 riscuotendo un discreto successo e a molti parve strano che l'”attrice di Shining” si fosse reinventata in una cantastorie per bambini.

Il declino e i problemi psichiatrici

Negli anni ’80 Shelley Duvall si concentrò essenzialmente sulla serie Nel regno delle fiabe e le sue apparizioni sul grande schermo furono limitate. Possiamo ricordare, nel 1984, il ruolo di Susan Frankenstein in un cortometraggio di Tim Burton, Frankenweenie.
Con lo scorrere del tempo, tuttavia, le comparse al cinema di Shelley Duvall furono sempre più esigue e sempre di più in ruoli minori, per non dire in camei. Negli anni ’90 non si conosce alcun ruolo particolarmente significativo dell’attrice che pur recitò in film di registi come Steven Soderbergh e Jane Campion.

Nel 2002, infine, l’attrice si ritirò dalle scene. Dopo anni di oblio nei quali si rincorsero varie notizie sul suo conto, Shelley Duvall ricomparse in primo luogo su YouTube, in un canale (a lei attribuito) nel quale ricaricava varie interviste tenute nel corso degli anni e varie scene di Nel regno delle fiabe, e poi in un programma televisivo americano chiamato Dr. Phil, nel quale lo psicologo Phil McGraw intervista vari personaggi pubblici che hanno avuto problemi psichici.

Shelley Duvall
Shelley Duvall alla sua ultima apparizione in televisione nel 2016

L’aspetto di Shelley Duvall è traumatizzante. Della magra e limpida ragazza che aveva stupito Hollywood e il mondo televisivo, non troviamo neanche l’ombra. Troviamo una donna ridotta in pessime condizioni, che sente il peso degli anni e che ammetto di soffrire di disturbi mentali.
Da quell’intervista nulla si sa più di Shelley Duvall. Alcuni sostengono che sia stata rinchiusa in un centro psichiatrico per breve tempo per poi uscirne a seguito di un rifiuto di sottoporsi a terapie, altri sostengono che l’ex-attrice sia ancora oggi chiusa in un centro psichiatrico.

Pur non sapendo ormai più niente di lei e non sapendo neanche se i problemi di Shelley Duvall siano sorti effettivamente a seguito del trauma avuto sul set di Shining di Kubrick, ci è apparso doveroso raccontare la storia di un’attrice diventata, forse suo malgrado, un’icona del mondo della Settima Arte.

Questo e altri approfondimenti su CiakClub.it

 

 

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here