Rappresentazione: si può essere inclusivi senza essere politicamente corretti?

Cos'è la rappresentazione? Siamo veramente di fronte ad una dittatura moralista? Da Disclosure alla Blackface, una riflessione sul ruolo sociale del cinema.

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Da poco è disponibile su Netflix Disclosure, un documentario che spiega la rappresentazione delle persone transgender nel cinema e nel mondo televisivo nel corso del tempo. In questo periodo di grandi proteste, di scelte forti e contestate sui contenuti da censurare o contestualizzare, di richieste di cambiamento e accuse di “dittatura del politicamente corretto”, Disclosure è forse passato in sordina. Eppure aiuta a comprendere un tema fondamentale, complesso e interessante che fa da filo conduttore a tutte queste proteste: quello della rappresentazione.

Il documentario ha come voci narranti quelle di donne e uomini transgender appartenenti al mondo dello spettacolo o meno (in primis Laverne Cox): questo permette di analizzare la tematica dal punto di vista di chi è direttamente coinvolto, cogliendo aspetti che possono passare in secondo piano per chi non viene direttamente colpito. Disclosure propone un vero e proprio excursus della rappresentazione nel corso del tempo: inizialmente appaiono uomini vestiti da donna visti o in modo comico, oppure come psicopatici (vedi Norman Bates in Psycho); successivamente i ruoli delle persone transgender si limitano a prostitute o vittime di killer; non manca la feticizzazione, con interviste che si concentrano in modo poco delicato sull’operazione o aspetti molto privati; solo negli ultimi anni abbiamo esempi di persone transgender in ruoli più complessi e rispettosi.

RAPPRESENTAZIONE: PERCHE’, COME

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Disclosure si sofferma su un ambito specifico, tuttavia la riflessione che scaturisce può essere tranquillamente applicata a qualsiasi altra categoria minoritaria o marginalizzata. La domanda che sorge spontanea è se sia veramente così importante la rappresentazione. La risposta è sì, per diversi motivi.

Prima di tutto ciò che vediamo influenza il nostro modo di pensare e di comportarci. Nel mondo dei social e degli influencer questo è innegabile. Il modo in cui una determinata categoria viene proposta al cinema e in tv ha un duplice ruolo: da un lato può supportare o meno una serie di stereotipi e di conseguenti giudizi, che saranno assorbiti dallo spettatore (soprattutto se giovane) e potrebbero influenzare il suo modo di comportarsi nella realtà. D’altra parte mostrano a chi appartiene a quella categoria stessa come l’opinione comune si approccia ad essi, causando spesso paure ed insicurezze. Nel caso del documentario si capisce chiaramente: se in numerosi film i personaggi transgender sono trattati con violenza e disgusto, questa passa come la reazione più naturale da avere anche nel mondo reale.

In secondo luogo perché la rappresentazione non indica la realtà oggettiva, ma la percezione della realtà propria di chi produce quel prodotto e del target a cui si rivolge. Per esempio, se in Friends vediamo una New York assolutamente bianca non è perché mancasse diversità etnica in America negli anni ’90, ma semplicemente perché l’unico punto di vista ritenuto interessante era quello bianco.

Dunque è importante anche il modo in cui si rappresenta. Non basta inserire personaggi neri, omosessuali e così via per avere una rappresentazione adeguata. Basta infatti interrogarsi su come questi personaggi vengono inseriti nella storia: sono personaggi rilevanti o una semplice spalla del protagonista bianco ed etero? Hanno una tridimensionalità, una storia autonoma e un carattere proprio, oppure l’unica caratteristica dominante che rappresenta la loro ragione di essere è quella di appartenere ad una determinata categoria?

Per questo è importante che nella realizzazione di un personaggio appartenente ad una determinata categoria marginalizzata siano coinvolte persone appartenenti a quella stessa categoria: in questo modo la scrittura non si basa su stereotipi ma su esperienze dirette, si passerà dal parlare di qualcuno a parlare con qualcuno, si potrà anche fare ironia senza essere offensivi e, soprattutto, si avranno personaggi più realistici e qualitativamente più interessanti.

IL PASSATO E IL PRESENTE

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E’ evidente negli ultimi anni siano stati compiuti enormi passi avanti sulla strada per una rappresentazione inclusiva e rispettosa. L’attenzione alla diversità e la sensibilità nei confronti della tematica dell’accettazione sono decisamente maggiori. Le voci delle minoranze sono molto più ascoltate e accolte, e i risultati sono evidenti. Tuttavia si può ancora migliorare.

Il problema nasce nei confronti delle opere del passato: nei decenni scorsi questa attenzione non c’era e questo si riflette in molti film e serie tv che, “figli del loro tempo, con gli occhi di oggi risultano problematici. Come comportarsi nei confronti di questi? Sono prodotti validi ed importanti ma allo stesso tempo portatori di valori che sono ormai condannati.

Negli ultimi tempi ci sono stati due casi emblematici che hanno diviso il pubblico: la questione di Via col Vento e il problema della blackface in alcuni episodi di Scrubs. L’opinione pubblica si è nettamente divisa fra chi condannava tali prodotti, bollandoli come razzisti e meritevoli di censura e chi invece lamentava un eccessivo “politicamente corretto”. La verità è che questi episodi si basano su questioni molto complesse, che vanno ben analizzate e comprese. Cerchiamo di riflettere partendo da questi due esempi.

Via col Vento è un film del 1939, una pietra miliare del cinema americano e una vera e propria opera storica. D’altra parte, è un film razzista con una rappresentazione dello schiavismo decisamente problematica. Come porci nei suoi confronti? Teniamo in considerazione alcune questioni. Prima di tutto, la Storia non è fatta per idealizzazioni, non è un semplice resoconto di eventi oggettivi ed immutabili. Al contrario, l’analisi storica si basa sulla reinterpretazione e rivalutazione del passato, con atteggiamento critico e alla luce della mentalità moderna. Per questo il giudizio storico muta e si evolve nel tempo e nessuna opera può essere considerata intoccabile.

In secondo luogo, è importante contestualizzare le opere, tenendo però sempre presente che la Storia è scritta dai vincitori. Le critiche mosse nei confronti di Via col Vento non sono nate di recente: già durante la produzione del film scoppiarono le prime polemiche. Il romanzo omonimo dal quale il film è tratto era già noto come razzista, tanto che il produttore Selznick decise di smorzare gli aspetti più espliciti e cercare di moderare i termini. Non è vero che nel 1939 la schiavitù non era vista come un problema, che l’idealizzazione dei sudisti fosse universalmente accettata: semplicemente i neri non avevano abbastanza potere da poter fermare o modificare una tale produzione. Potere che in parte oggi hanno, il che ha permesso di ottenere dei risultati.

Via col Vento non è stato rimosso dalla Storia né censurato: la piattaforma HBO Max ha rimesso il film in catalogo accompagnato da un’introduzione che spiega tutto ciò. E’ una presa di responsabilità, un supporto ad una visione critica del film e un invito al dibattito, cosa naturale in un processo storico.

La questione della blackface in Scrubs è ancora più delicata. La Blackface è una pratica razzista a causa della sua storia: nasce infatti con i minstrel show, degli spettacoli comici in cui degli attori bianchi si dipingevano il volto esasperando caratteristiche fisiche degli Afroamericani, che venivano così derisi. E’ una pratica che per anni ha fomentato stereotipi razzisti nei confronti degli afroamericani e che è indissolubilmente legata con questa rappresentazione offensiva.

A volte risulta difficile comprendere la linea di confine tra ironia e offesa. Non sempre è così immediato comprendere se si sta ridendo con qualcunodi qualcuno. Il razzismo tuttavia è ancora una realtà e non si manifesta solo con azioni eclatanti, ma anche con tanti piccoli atteggiamenti e microaggressioni che fanno parte di un sistema nel quale siamo ancora immersi. Il primo passo rimane l’ascolto: se un atteggiamento non ci sembra razzista, forse è perché non ci colpisce. Fermarci ad ascoltare chi certi atti li subisce, metterci nei loro panni o semplicemente fidarci delle loro sensazioni è un esercizio di empatia fondamentale. Se queste proteste ci risultano fastidiose è anche perché ci costringono a riflettere, a chiederci fino a che punto siamo in realtà parte del sistema, ci mettono in una posizione scomoda e ci costringono ad agire: è questo in realtà il loro aspetto più efficace.

Più che di censura, bisognerebbe parlare di responsabilizzazione. Non è vero che non si è più liberi di scherzare, ma si è obbligati ad assumersi delle responsabilità nel momento in cui si risulta offensivi. Oggi più che mai è importante che la rappresentazione avvenga in modo attento, ed è giusto pretenderlo. Per le piattaforme è anche una strategia di marketing sicuramente: quale agenzia farebbe scelte che danneggiano la propria immagine? Tuttavia è anche un piccolo gesto che fa capire che tutte le voci vengono ascoltate e hanno un peso, e questo è un traguardo importante.

Smantellare un sistema discriminante è difficile, ma è un processo che passa anche per la rappresentazione, per la cultura popolare. Osservare, ascoltare e normalizzare tutte le realtà è un potere che il cinema ha e non deve sottovalutare.

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