Burning: l’affascinante ed etereo capolavoro di Lee Chang-dong

Burning di Lee Chang-dong è un film in grado di suscitare sensazioni destinate ad abitare a lungo nell'anima dello spettatore.

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L’enorme successo di pubblico e critica ricevuto da Parasite di Bong Joon-ho, vincitore di una Palma d’oro e di ben 4 premi Oscar, ha portato un’ampia fetta di spettatori occidentali ad approcciarsi al cinema sud-coreano. Quello che fino a pochi mesi fa sembrava un cinema ancora destinato a una ristretta cerchia di persone negli ultimi mesi ha conosciuto, in Italia, una discreta crescita di interesse.
Parasite è arrivato in Italia a novembre, ma, prima dell’uscita del instant-cult di
Bong Joon-ho, un altro film sud-coreano si era timidamente affacciato nelle sale italiane riscuotendo un discreto successo: Burning di Lee Chang-dong.

Lee Chang-dong è un nome che, nel primo decennio degli anni 2000, fu sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori e nei discorsi dei palati più raffinati per melodrammi come Oasis, Secret Sunshine e Poetry, tre film che riscossero un grande successo nei festival nei quali furono presentati e che garantirono al regista una fama equiparabile a quella dei due maestri sud-coreani che in quegli anni andavano per la maggiore, Kim Ki-duk e Park Chan-wook.

Dopo Poetry, arguta e tragica satira della società sud-coreana che nel 2010 si aggiudicò il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes, però, Lee Chang-dong rimase fermo per ben 8 anni fino ad arrivare, nel 2018, a presentare al festival della Costa Azzurra un film tratto da un breve racconto di Haruki Murakami, Burning.

Fatte queste dovute e imprescindibili premesse possiamo addentrarci nell’analisi di un film che ha segnato un punto di discrimine per la storia contemporanea del cinema sud-coreano essendo stato il primo film prodotto nella penisola a entrare nella short-list agli Oscar del 2019. Se si pensa che solo un anno dopo un film sud-coreano avrebbe fatto incetta di statuette negli awards più seguiti del mondo, capiamo come Burning sia un film di enorme importanza e, per certi versi, sentore di un cinema destinato a stupire.

Un triangolo amoroso, ma senza linee

burningLa trama di Burning può essere schematizzata nel più consueto dei triangoli amorosi: due ragazzi senza punti di riferimento, Jong-su (Yoo Ah-in) e Hae-mi (Jeon Jong-seo), provano un affetto reciproco. Un terzo ragazzo, il ricco e affascinante Ben (Steven Yeun), si inserisce nella loro relazione.
Su questo semplice schema di partenza Lee Chang-dong tratteggia con una linea sottile, ma mai non sinuosa, un “thriller” in cui l’assenza di certezze, l’assenza di punti fermi, riesce a creare un’atmosfera eterea in grado di far rimanere lo spettatore sospeso in aria, di trascinarlo all’interno di un castello di Atlante in cui ciò che appare vero passa dal non esserlo all’essere tale.

Il triangolo amoroso diventa semplicemente una traccia di un tema che, lentamente, viene allontanata, messa da parte, per tratteggiare, senza mai dare un corpo ben preciso, una vicenda che si presta a numerosi spunti di riflessione, ma che non li urla dinnanzi allo spettatore, li lascia invece scorrere, fluire, ardere lentamente.
I personaggi sono tratteggiati tanto quanto basta per renderli concreti, in carne e ossa, con contorni sfumati che non li disperdono, ma anzi li tengono ancora di più a mezz’aria fra una dimensione sfuggevole e una terrena.

Fra smarrimento e denuncia sociale

burningDentro Burning lo spettatore è destinato, inevitabilmente, a perdersi. Lee Chang-dong gioca sul sottile filo dell’ambiguità, del detto/non-detto e riesce a far provare allo spettatore la stessa angoscia, lo stesso senso di smarrimento che prova il protagonista del film.
Grazie a un lento processo di immedesimazione che culmina con una perfetta e magnificamente sovrapponibile coincidenza di punto di vista del protagonista con punto di vista dello spettatore, Lee Chang-dong riesce a far scorrere immagini di una potenza e di una raffinatezza uniche, capaci di stimolare emozioni e sensazioni allo stato puro.

Lee Chang-dong mantiene una distanza dalla narrazione e dai suoi personaggi, una distanza che garantisce al pubblico una più completa immedesimazione nelle personalità dei personaggi.
Quando il regista si intromette nella narrazione lo fa solo per scagliare acri dardi contro il suo paese, contro la Corea del Sud.
La denuncia sociale, presente sotto le più varie forme (da quella più drammatica di Peppermint Candy a quella più satirica di Poetry) in ogni film di Lee Chang-dong, assume in Burning dei tratti ambigui, sfumati, ma non per questo (e anzi forse proprio per questo) non incisivi.

I due amanti sono dei ragazzi figli di una borghesia sud-coreana che non ha potuto definire se stessa a causa della forte disuguaglianza sociale. Il “terzo” che si insinua nella loro vicenda è, invece, figlio di una classe dominante che non domina solo economicamente, ma anche psicologicamente le classi subalterne. Ben viene presentato come “uno dei tanti Grandi Gatsby” presenti in Corea del Sud.

Proprio come il personaggio di F.S. Fitzgerald, Ben cela dei segreti che inquietano protagonista e spettatore, segreti che vengono lentamente disvelati per poi essere ricoperti e poi di nuovo rivelati in una continua oscillazione fra percezione e realtà dei fatti, in una continua allusione a un qualcos’altro che però non viene mai spiegato e che, anche quando mostrato, fatica ad avere valore di certezza, di definito.
Dinnanzi a un personaggio del genere la “scomparsa” non è altro che una logica conseguenza. La classe egemone annulla la classe subalterna, in un’analisi che molto ricorre nel cinema sud-coreano e che vediamo sviluppato, in forme ben diverse, anche nei film di Bong Joon-ho.

L’amore brucia in un film che arde lentamente

burningL’amore brucia in un film che fa del tema dell’incendio un tema centrale.
In una scena chiave della pellicola il protagonista Jong-su confessa a Ben di avere un rapporto difficile con la madre che lo ha abbandonato insieme alla sorella e al padre perché quest’ultimo soffriva di attacchi d’ira cieca e che, quando lei se ne è andata, lui bruciò, nudo, tutti i vestiti di lei. Confessa inoltre a Ben di amare Hae-mi, cosa che, nel corso degli event, non aveva mai dichiarato apertamente

Ben risponde svelandogli che lui ha uno strano ed inquietante passatempo: ogni due mesi brucia delle serre abbandonate e che presto brucerà una serra che si trova molto vicino a dove vive Jong-su, che abita in un paese di campagna a seguito dell’arresto del padre dovuto ai suoi comportamenti violenti. Il tema del fuoco, dell’incendio, presente anche nell’elemento ricorrente delle sigarette, assume quindi un valore che è sia fisico sia metaforico ed è specchio perfetto di tutto il film, a metà strada fra metafora e concreto.

Immagini che lasciano inevitabilmente il segno

burningBurning è un film latente e sfuggevole che si costituisce di personaggi caratterizzati alla perfezione nel loro essere senza contorni definiti. Un film che, grazie a toni rarefatti, riesce a trascinare i sensi dello spettatore in un’atmosfera restituita magnificamente da inquadrature splendide, una fotografia pressochè perfetta e una colonna sonora ammaliante che trovano sfogo e perfetta sintesi nella scena più raffinata del film, il piano sequenza del ballo di Hae-mi sulle note di Miles Davis in una geniale citazione al capolavoro Ascensore per il patibolo di Louis Malle.

Burning è cinema in ogni stato. E’ cinema concreto, capace di entrare delicatamente sotto la pelle dello spettatore e unirsi al suo sangue, è cinema aeriforme, in grado di mischiarsi al respiro dello spettatore, entrare nel suo corpo e colpire dritto l’anima,
è cinema che scorre come un flusso continuo omogeneo di percezioni e di sensazioni. Burning è una fioca fiamma che lentamente accresce il suo ardore per poi esplodere in una vampata destinata a lasciare ustioni perenni sul corpo dello spettatore.

Lee Chang-dong costruisce una sceneggiatura perfetta in un film in cui nessuna immagine viene lasciata al caso, in cui tutto sembra poter essere riconducibile a un finale che, pur non essendo aperto, lascia inevitabilmente il pubblico straniato, stordito.
Burning non si esaurisce infatti nei suoi 148 minuti di durata, ma continua a vivere nel corpo e nella mente dello spettatore, Burning è un incantesimo perfetto lanciato da un mago di nome Lee Chang-dong che tanto ha dato al cinema e che con questo film dimostra di poter dare ancora molto.

Vedi anche: 20 film sud-coreani che devi vedere se hai apprezzato Parasite

Questo e altri approfondimenti su CiakClub.it

 

 

Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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