Colossal: un film di robottoni… pieno di sentimenti

Colossal di Nacho Vigalondo ha il grande pregio di camuffare un film sentimentale in "monster movie", presentando un'opera curata e ben recitata. Ecco la nostra recensione.

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Si possono dire davvero molte cose di Colossal, il film indipendente del 2016 di Nacho Vigalondo. Ma ce n’è una che davvero non gli si può negare, ossia che sia un prodotto fuori dal comune.

La pellicola si propone, infatti, come una rilettura del classico monster movie. E se in fase di produzione, la sceneggiatura era già stata citata in giudizio per la somiglianza con Godzilla, vi possiamo assicurare che non v’è nulla di più lontano. Colossal, pur utilizzando robottoni e figure “rettiliane” giganti, è più vicino al dramma sentimentale che ai vari disaster movie.

Vigalondo, pur facendo leva su un immaginario tutto hollywoodiano, lo stravolge di significato, facendone quasi un atto di ribellione al sistema. Il tutto con un film ben confezionato che, nonostante la sua non piena riuscita, è capace di imporsi a suo modo nel panorama standardizzato del cinema di “serie A”.

 

La trama

Colossal

Al centro del film vi è la protagonista Gloria (Anne Hathaway), una scrittrice disoccupata con qualche problema di alcolismo. Dopo l’ennesimo episodio dissoluto, Gloria viene allontanata dal fidanzato Tim (Dan Stevens) e sfrattata dal suo appartamento di New York. La ragazza, senza più lavoro né dimora, è costretta a tornare nella sua cittadina natale nel New England.

Qui torna ben presto ad avere contatti con Oscar (Jason Sudeikis), l’amico d’infanzia che le sta vicino e le dà una mano a riprendere le redini della sua esistenza. Egli non solo le fornisce il mobilio per la casa, ma la assume come cameriera nel locale che gestisce.

Nel frattempo, il ritorno di Gloria coincide con degli strani episodi che hanno luogo a Seoul. Nella capitale coreana, infatti, vi è saltuariamente, alla medesima ora del giorno, l’apparizione di un mostruoso Kaijū che semina il panico fra gli abitanti. È la stessa ragazza ad accorgersi che quell’evento così tanto particolare, è in realtà dipendente dal suo stato mentale, e quindi da lei stessa.

Le cose si complicheranno ancora di più quando si farà la sua comparsa anche un gigantesco robottone, con intenzioni molto più bellicose rispetto al Kaijū/Gloria. Questi altro non è che l’immagine di Oscar che rivela le sue vere intenzioni. La sua amicizia con la ragazza non è infatti per niente disinteressata; il suo morboso controllo si rivelerà in questo speculare scontro che avviene in Estremo Oriente. Un espediente interessante che svuota tutto l’immaginario à la Pacific Rim e lo riempie di un’inedita profondità del tutto umana.

 

Le interpretazioni

Colossal

Uno dei punti in cui il film risulta più riuscito sono le interpretazioni attoriali. In particolare, Colossal è completamente incentrato sui protagonisti Gloria e Oscar. Personaggi dalle complesse sfumature, abilmente interpretati da Anne Hathaway e Jason Sudeikis.

Anne Hathaway si carica su di sé la sensibilità emotiva dell’intera pellicola. Con Gloria riesce a dare vita ad un personaggio goffo, poco loquace, ma molto consapevole dei suoi limiti e delle sue potenzialità. La Hathaway riscopre qui la stessa capacità farsesca e auto-ironica che avevamo visto anche ne Il Diavolo veste Prada (qui un approfondimento sulla carriera dell’attrice). Tuttavia la sua interpretazione si carica anche di un’integrità identitaria che dà credibilità all’intero arco narrativo di emancipazione della protagonista.

Dall’altro lato troviamo Jason Sudeikis alle prese con un personaggio più maturo e molto distante dall’immagine a cui la maggior parte degli spettatori è abituato. Oscar infatti, all’apparenza bonario e accomodante, nasconde un lato oscuro. L’attore riesce a comunicare questa meschinità e possessività anche solo dalla perversione e dalla violenza che permeano il suo sguardo. A remargli leggermente contro, c’è una sceneggiatura a tratti un po’ impietosa nei confronti del suo complesso personaggio. Un esempio su tutti: la scena, troppo delirante, del fuoco d’artificio.

Fanno da contorno alle due interpretazioni magistrali anche gli altri piccoli, ma convincenti, ruoli. Stiamo parlando di Stevens nel ruolo del fidanzato Tim e di Tim Blake Nelson e Austin Stowell in quelli degli amici Garth e Joel.

 

Tra specchi e butterfly effect

Colossal

Altro grande pregio di Vigalondo è riuscire a dare nuova voce sia al dramma romantico che al monster movie, creando a sua volta un film impossibile da incasellare in un genere specifico. Sta qui la novità (l’innegabile ambizione) di un film come Colossal.

Alla fine la pellicola non è altro che la relazione ossessiva e malata fra Gloria e Oscar. Questo scheletro, se vogliamo un po’ banale e “già sentito”, viene messo in parallelo con un insolito scontro fantascientifico fra due creature immaginarie. L’idea di primo acchito pare essere campata in aria, ma in realtà risulta funzionale all’obiettivo del suo autore.

La difficoltà di gestire le proprie emozioni e ossessioni è raccontata in Colossal tramite l’espediente della proiezione. Come immagini speculari e controllabili, le due creature sovrannaturali sono le modalità con cui Gloria e Oscar si svelano l’una all’altro. Sarà proprio il percorso di riappropriazione di questa parte aliena di sé a portarli a “risolvere” il conflitto.

L’espediente narrativo che ci accompagna per tutto il film potremmo quasi dire che sia un grande esempio di butterfly effect. Nel film infatti non c’è nulla di veramente “soprannaturale”, tutto è riconducibile all’umano. In questo senso si potrebbe quasi affermare che non ci sia nessuna fantascienza: ogni gesto influisce e ha una sua diretta conseguenza. Non è un caso che anche gesti banali e casuali vengano ingigantiti a dismisura, col pericolo di provocare distruzione di massa a distanza.

 

In definitiva…

Colossal è un film che, in conclusione, rappresenta un po’ di aria fresca in termini di idee. Con l’unico peccato di presentare sì un prodotto pulito e ben fatto, ma con una dipanazione e una trattazione degli eventi un po’ troppo semplicistica. Sarebbe bastato osare ancora di più nell’indagare le implicazioni malate di questa relazione, per avere davvero un prodotto ai limiti dell’eccellenza.

 

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