Magnolia: l’epica urbana nel primo capolavoro di Paul Thomas Anderson

In occasione del compleanno di Paul Thomas Anderson andiamo ad analizzare Magnolia, film ritenuto unanimamente il primo capolavoro del regista.

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Che cos’è l’epica? L’epica, nel mondo antico, era un genere impiegato da poeti che narravano un sistema di valori con un intento didascalico per un target di riferimento.
L’epos omerico rispondeva all’esigenza delle famiglie aristocratiche della Grecia protoarcaica di avere un modello mitico nel quale rispecchiare le proprie ambizioni e i propri comportamenti, l’epica esiodea parlava a un mondo di contadini fornendo loro precetti e calendari, l’epica medievale aveva come referente il mondo cortese di feudatari asserviti a un signore e fedeli al dio cristiano.
Il genere epico incontrò nei secoli mutazioni e rielaborazioni fino a giungere, nel ‘900, all’Ulisse di James Joyce nel quale lo scrittore irlandese riscrisse il mito ellenico adattandolo alla contemporaneità.

Con Magnolia Paul Thomas Anderson compie un’operazione non del tutto dissimile da quella di James Joyce e porta sul grande schermo l’epica contemporanea, urbana, quella dell’uomo che deve far fronte a problemi di varia natura, quella dell’uomo con un sistema di valori obnubilato e corrotto, quella dell’uomo costretto a navigare in balìa del Caso, unica divinità, pronto a manifestarsi in ogni sua forma.

Il regista-rapsodo Paul Thomas Anderson, a soli 29 anni, intreccia in Magnolia storie di “eroi” contemporanei alle prese con una quotidianità che è una lotta per la sopravvivenza, mette a nudo l’uomo, distrugge e tenta di ricostruire un sistema di valori.
Oggi Paul Thomas Anderson spegne 50 candeline e alle spalle ha già numerosi capolavori, ma, a distanza di più di 20 anni, è bene ritornare a quello che è, senza ombra di dubbio, uno dei film più importanti della storia della Settima Arte. Quella che segue è una breve analisi di Magnolia.

Paul Thomas Anderson e Robert Altman

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Immagine tratta da Magnolia
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Tom Waits e Lily Tomlin in America oggi (1993)

Per capire come il giovane Paul Thomas Anderson sia arrivato a poter girare un film come Magnolia occorre fare un breve salto indietro nel tempo e prendere in considerazione il nome di un gigante del cinema americano come Robert Altman.
Nel 1993 il regista di Kansas City vince il Leone d’oro a Venezia con America oggi, tragicomica e dissacrante rappresentazione della vita di Los Angeles liberamente ispirata a una serie di racconti di uno dei più importanti scrittori americani, Raymond Carver.
Il film, dalla durata di più di tre ore, è un intreccio di nove racconti che vedono come protagonisti personaggi di varia estrazione sociale caratterizzati da una latente insofferenza e da una alienante esasperazione che trova sfogo nelle più varie situazioni.

Per spiegare Magnolia, ma forse anche tutti i primi film di Paul Thomas Anderson, è quindi essenziale tornare alla matrice, più volte dichiarata dallo stesso regista, Altmaniana e Carveriana del film.
Robert Altman fu un regista che distrusse il mito americano e che, per tutta la sua carriera, portò avanti un discorso sulla destrutturazione e sull’annichilimento dell’uomo nella società a lui contemporanea. A prendere le rendini di questo meticoloso studio è proprio Paul Thomas Anderson che, in Magnolia, dimostra di aver appreso appieno la lezione del regista dell'”altra America”.

Catarsi e redenzione?

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Immagine della celebre pioggia di rane

I punti di contatto fra un film come Magnolia e America oggi non si limitano alla forma
(l’ambientazione è Los Angeles, molti personaggi sono simili, varie sono le storie che si intrecciano e via discorrendo), ma anche, in vari punti, nel contenuto. Senza addentrarsi troppo nel confronto fra i due film emerge però appieno un punto di vista quasi opposto. Altman osserva gli Stati Uniti con gli occhi di un anziano disilluso, Paul Thomas Anderson li osserva con uno sguardo fatalista, ma non esente da speranza.

L’elemento catartico, presente in entrambi i film, ha infatti valore radicalmente diverso.
In America oggi il carveriano terremoto non porta a un cambiamento in positivo dello status quo, è anzi lineare constatazione, in Magnolia la suggestiva e macabra pioggia di rane (anch’essa di ispirazione carveriana) è invece movente per un cambiamento e, grazie a essa, Anderson offre uno stimolo, uno spunto per andare avanti, indica anzi una via di uscita.
Paul Thomas Anderson osserva con la macchina da presa il susseguirsi, casuale, ma provvidenziale degli avvenimenti e traccia un percorso quasi da elettrocardiogramma con un rivoluzionario intento edificante.

Nell’epica di Magnolia c’è spazio per la civiltà della vergogna, per la civiltà nella quale le colpe dei padri ricadono sui figli, per la contemporanea ristrutturazione dell’epos effettuata da James Joyce nelle sue opere, per il sommesso, ma fine e cesellato minimalismo di Raymond Carver e per la disvelante e amara ironia di Robert Altman.
Di fronte a tutto ciò solo un elemento sconvolgente, inatteso dall’uomo, ma non per questo non possibile come la pioggia di rane può fungere da tabula rasa per la rivoluzione e la ristrutturazione di una società, per l’inizio di una redenzione sociale che passa, in primis, dai più giovani.

Nei giovani Paul Thomas Anderson sembra infatti riporre una speranza.
I bambini non vanno confusi con gli angeli, ma sono rappresentanti di un futuro che può esistere. La ribellione di Stanley nasce dalla presa di coscienza di poter essere altro da ciò che la società impone. Solo con questa consapevolezza si può giungere a una società nuova, redenta da un passato che può iniziare a riconoscere.

Il Caso: Paul Thomas Anderson e Peter Greenaway

Immagine tratta dal prologo di Magnolia. Visibile è il numero 82.
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Immagine tratta da Giochi nell’acqua di Peter Greenaway. Il film si sviluppa su una serie di numeri che si susseguono ordinatamente.

Nel prologo di Magnolia apprendiamo da una voce narrante una serie di aneddoti con coincidenze a prima vista puramente casuali, ma che hanno, per il narratore, una causa ben precisa.
Su questo incipit Paul Thomas Anderson costruisce e intreccia i rapporti dei suoi personaggi, personaggi alla deriva, sconfitti dal “caso” che si è manifestato loro in diverse forme.
Il caso tira le redini, è la divinità ,omerica prima e cristiana poi, che si manifesta sotto varie forme, sotto le spoglie di una catastrofe naturale (la celebre peste nell’accampamento che apre l’Iliade o una pioggia di rane), nei panni di un uomo o nelle vesti di un fenomeno come un fulmine.

Nel corso dei secoli alla “legge” della casualità è stata contrapposta quella deterministica e meccanicistica della causalità e con essa si è arrivati alla contemporaneità.
L’uomo contemporaneo percepisce il Caso come il “nulla” che diventa “tutto” nel momento in cui si verifica, ma commette un grave errore.
Il caso è, sembra suggerire Magnolia, il “tutto”.
Anche la causalità può essere governata dal Caso. Solo accettando ciò si può vivere pienamente. Solo accettando l’immanenza dell’improbabile pronto a manifestarsi si può costruire un nuovo sistema di valori.

Emblematico è, in questo senso, come viene accolta la pioggia di rane dai vari personaggi. Per il giovane Stanley, il futuro, lo strano evento atmosferico è semplicemente un qualcosa che “può accadere”. Questa è la linea che Anderson sembra suggerire, questo è il sentiero che il regista sembra voler indicare per la costruzione di una nuova società. Accettare il caso vuol dire accettare il passato, il presente e il futuro.

Un regista che prima del giovane Paul Thomas Anderson ha messo l’accento sul “caso” è
Peter Greenaway, regista a cui Anderson molto si ispira ancora oggi.
L’ordine delle cose nei film del regista di film come Giochi nell’acqua e Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante è in continuazione sovvertito da avvenimenti improbabili, del tutto casuali, che si susseguono però secondo una logica quasi matematica.
In Magnolia varie volte compare il numero 82, riferimento al passo 8.2 dell’Esodo nel quale viene descritta la piaga d’Egitto della pioggia di rane. Questo escamotage, oltre a essere una limpidissima citazione a Giochi nell’acqua, sembra sancire e affermare l’incombenza del caso.

L’imprevedibile evento della pioggia di rane viene preannunciato ai personaggi e allo spettatore nel corso del film sia con la serie di 82 sia con le schermate metereologiche che compaiono varie volte, come se esso debba avvenire secondo un disegno ben preciso.
C’è quindi un ordine nel caso? La risposta che lo spettatore può trarre, anche in virtù del prologo di Magnolia è sì. Anche il caso risponde a leggi deterministiche, a logiche che l’uomo non può comprendere, ma che deve accettare.

Il rimpianto

Jason Robards in Magnolia

In Magnolia viene mostrata una società di uomini incompiuti e di uomini che non appaiono ciò che sono realmente. Uomini e donne pieni di rimorsi e di rimpianti che cercano disperatamente di stare a galla e di non annegare, di “lasciarsi indietro il passato” per procedere nel regno del presente verso la conquista di un ruolo.

“Teorema di un delitto. Noi possiamo chiudere col passato ma il passato non chiude con noi. “

Il rimpianto è il tema centrale di Magnolia. Tutti i personaggi rimpiangono qualcosa. L’uomo vive in preda dei rimpianti, in preda di un “nulla” che sarebbe potuto essere un “tutto”.
Le esistenze incomplete dei personaggi portati in scena da Paul Thomas Anderson sono cerchi che possono chiudersi solo con l’accettazione del proprio non esser stati cerchi.
Ed ecco che il rimpianto diventa un motore, una via d’azione. L’uomo deve essere guidato dal rimpianto per saper vivere il presente e il futuro.

Il vecchio Earl Partridge, interpretato dal maestoso Jason Robards, invita Phil Parma (Philip Seymour Hoffman) a rimpiangere proprio mentre il figlio Frank (Tom Cruise) invita a non ancorarsi al passato. Ma il passato esiste, il rimpianto di un presente non verificatosi esiste.
Solo grazie a esso si può andare avanti, solo grazie alla presa di coscienza che il rimorso è parte costituente del nostro essere umani si può costruire e seguire un nuovo sistema di valori.

C’è quindi nel film di Paul Thomas Anderson un messaggio costruttivo assente nel disilluso film di Robert Altman precedentemente citato, c’è una fiducia in una società che sappia scrollarsi dalle spalle la fagocitante voglia di un eterno presente e che sappia convivere con il rimpianto, che sappia usare il passato per costruire un futuro migliore.
Solo grazie all’etica del rimpianto è possibile costruire e proporre un nuovo sistema di valori, un nuovo uomo che sappia accettare il caso come parte integrante della vita, come causa della vita.

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Tom Cruise in Magnolia. La prova dell’attore nel film di Anderson è ritenuta da molti fra le sue migliori.

Di acqua ne è passata sotto i ponti da quando Magnolia ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino del 2000. Oggi Paul Thomas Anderson è unanimamente riconosciuto come uno dei migliori registi viventi e capolavori come Il petroliere, The Master e Il filo nascosto hanno quasi oscurato, fatto dimenticare al pubblico, la grandezza di Magnolia, il manifesto di una “rivoluzione” mancata capace di avere voce ancora oggi. Ancora oggi l’uomo sembra infatti voler rimuovere il passato per concentrarsi su un eterno presente e non è pronto ad accettare ciò che il caso ha in serbo per lui, abituato e istruito al culto di una linearità che nella storia non è mai esistita.

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Grande appassionato di cinema orientale, apprezzo film di ogni tipo e di ogni genere, dai cult ai “mattoni” filippini. Non bisogna mai porre limiti alla propria curiosità e lasciare che i pregiudizi ci influenzino.

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